ANZIANI CRONICI NON AUTOSUFFICIENTI

 

La vicenda emblematica del Fatebenefratelli di Venezia

 

di I. Giacomelli, G. Lombardi, U. Procopio, F. Venditti

del Centro per i diritti del cittadino di Roma

 

Ogni giorno di più possiamo constatare quante e quali contraddizioni esprime la nostra società e come siano, per questo, spesso violati, in danno dei più deboli, i diritti della persona riconosciuti come cardini del vivere civile dalla nostra Costituzione.

Così il diritto alla salute, diritto fondamentale del cittadino ed interesse primario della collettività (art. 32 Cost.) viene compresso e mutilato dall'egoismo sociale della società del benessere e dalle istituzioni incapaci di esprimersi proprio là dove sarebbe più necessario in una dinamica d'intervento e servizio corrispondente ai consacrati principi costituzionali di solidarietà sociale (art. 2 e 3 Cost.).

Così il caso del "Fatebenefratelli" di Venezia, pur nella sua specificità, evidenzia quella tendenza strisciante di modificare di fatto i valori su cui si fonda la nostra società. La vicenda, nella sua drammaticità, è un riferimento esemplare di come vengono affrontati in questa società i problemi dei più deboli ed in particolare degli anziani. Società che nel 2000 avrà un terzo dei suoi cittadini ultrasessantacinquenni.

Nel luglio del 1988 il reparto di lungodegenza dell'ospedale Fatebenefratelli di Venezia, decideva di dimettere un'anziana donna (novantenne) dopo che questa aveva terminato la terapia medica. Di tale circostanza venivano messi a conoscenza i figli, i quali si opponevano alle dimissioni, eccependo l'impossibilità dovuta dalle loro precarie condizioni economiche e di salute, ad offrire alla propria congiunta adeguate cure. La struttura sanitaria di fronte all'opposizione dei familiari addebitava loro la retta giornaliera di degenza, attivando anche un ricorso, in sede civile, per ottenere il pagamento del preteso credito.

Epilogo della vicenda: il Giudice per le Indagini Preliminari di Venezia accoglieva la richiesta di rinvio a giudizio del Pubblico Ministero, formulata a carico dei familiari della anziana ricoverata per il reato di cui all'art. 591 c.p. (Abbandono di persona incapace)

La vicenda merita di essere approfondita con serietà per i drammatici risvolti che essa esprime, analizzandola proprio partendo dalle norme civili e penali in materia, che sono alla base del ricorso civile e dell'azione penale.

Ci sembra opportuno a tal proposito riportare sinteticamente le posizioni espresse in merito alla vicenda dal Prof. U. Rescigno e dal Prof. M. Dogliotti che sono da noi pienamente condivise.

Dal punto di vista civilistico il Prof. Rescigno ritiene insussistente la pretesa obbligazione nei confronti dei familiari, facendo notare che il richiamo alle norme degli art. 315,230 bis e 433 c.c. non è pertinente in quanto:

- nella disciplina prevista dall'art. 315 c.c.(Doveri del figlio verso i genitori) non rientrano le obbligazioni di carattere patrimoniale;

- la collaborazione domestica prestata dalla vecchia madre nell'ambito della famiglia, non è titolo per la pretesa che l'amministrazione fa valere in via surrogatoria rispetto al soggetto creditore del mantenimento;

- quanto agli obblighi alimentari e al modo di somministrare gli alimenti, nel nostro sistema l'obbligo si configura come avente per oggetto la prestazione periodica di somme di denaro a titolo di assegno familiare. La possibilità di accogliere e mantenere nella propria casa è una facoltà rimessa alla volontaria scelta dell'obbligato.

Il Prof. Dogliotti, analizzando la vicenda dal punto di vista penale, sostiene che "non può ritenersi coincidente l'obbligo di custodia e cura indicato dall'art. 591 c.p., con l'obbligo previsto dall'art. 433 c.c.; che comunque, quest'ultimo non prevede un obbligo ad accogliere e mantenere nella propria casa il titolare dell'obbligazione, limitandosi ad attribuire solo una facoltà di farlo.

Oltre agli elementi evidenziati dai due noti giuristi, riteniamo che nella fattispecie sia ravvisabile anche un altro aspetto non trascurabile: il soggetto che può compiere il reato previsto dall'art. 591 c.p. non è chiunque, ma soltanto colui che si trovi in un preciso rapporto con l'incapace (l'anziana, per quanto attiene al caso di specie), e precisamente "che ne debba avere cura". L'abbandono, perciò, presuppone il cessare di una relazione con il soggetto destinatario delle cure. Pertanto per la sussistenza del reato è necessario che sia violato un precedente obbligo e, soprattutto, che dal fatto derivi una situazione di pericolo per l'incapace.

Nella fattispecie a noi sembrano insussistenti gli elementi costitutivi del reato di cui all'art. 591 c.p. Il diniego dei familiari a ricondurre a casa l'ammalata era fondato sullo stato di salute della stessa, bisognosa di adeguate cure mediche ed attrezzature ospedaliere che nessun familiare avrebbe mai potuto assicurare alla degente in una qualsiasi abitazione privata.

Il permanere della paziente nella struttura sanitaria era l'unica condizione, al momento, che la ponesse al riparo da eventuali pericoli per la sua salute.

Tale concetto è possibile ravvisarlo in una sentenza emessa dal Tribunale di Ferrara il 6/10/1953 che ha ritenuto la insussistenza del reato nell'ipotesi in cui i familiari di una vecchia paralitica, ricoverata in ospedale, si siano rifiutati di riprenderla a casa, violando l'obbligo assunto verso l'amministrazione dell'ospedale di riprendere la degente dopo un certo tempo, poiché, avendo l'incapace tutte le cure richieste dal suo stato, non si è ravvisato l'estremo di pericolo.

Il diritto degli anziani cronici non autosufficienti alle cure sanitarie è sancito dalla legge che specificatamente dispone:

- l'assistenza sanitaria deve essere fornita senza limiti di durata alle persone colpite da malattie specifiche della vecchiaia (l. 692/55);

- le Regioni devono programmare i posti letto degli ospedali tenendo conto delle esigenze dei malati "acuti, cronici, convalescenti e lungodegenti" (l. 132/68);

Le Usl devono provvedere alla "tutela della salute degli anziani anche al fine di intervenire e di rimuovere le condizioni che possono concorrere alla loro emarginazione" (l. 132/68).

- Concludendo riteniamo che i congiunti della vecchia signora, poste le condizioni di fatto per come note, non possono essere raggiunti da responsabilità né penale né civile.

La vicenda del Fatebenefratelli di Venezia oltre ad evidenziare la drammaticità della situazione in cui versano gli anziani cronici non autosufficienti, l'inettitudine e l'ignavia delle strutture assistenziali pubbliche, dimostra anche a quale tipo di pressione giungono le strutture ospedaliere per liberarsi di un peso scomodo.