A PROPOSITO DI CONCORSI PER INSEGNANTI

 

MERITO, PROFESSIONALITA', O...........

 

Poche carriere come quella dell'insegnante dipendono dal "caso" e dalla buona sorte.

Me ne sono accorta - e con me altri sventurati - quando ho dovuto sostenere l'esame di abilitazione per l'inserimento in ruolo nella scuola.

Ancora oggi non riesco a trovare le parole per descrivere l'insieme di sensazioni, sentimenti, emozioni - tutti con un denominatore comune, la totale assenza di senso - che provai dopo lo svolgimento della prova orale.

Più volte, in quell'ora e un quarto di tortura psicologica che passai davanti alle facce schifate ed anonime di tre a loro volta super anonimi colleghi che non solo non si degnarono neppure di presentarsi, ma neanche si sognarono di chiedermi dove avessi insegnato in quegli ultimi anni, mi trovai sull'orlo di una crisi di nervi, pressata dalla irrefrenabile voglia di urlare che non me ne fregava assolutamente niente di tutte le cervellotiche nozioni che si erano così accuratamente preparati a casa il giorno prima allo scopo di fare fuori il maggior numero di candidati, che potevo tranquillamente fare a meno di quella dannatissima abilitazione per insegnare come si doveva, e che mi sarebbe piaciuto rivolgere loro qualche domandina e soprattutto, andare ad osservare la loro tanto sbandierata professionalità sul campo. Purtroppo, sapevo di essere assolutamente impotente: l'istituzione sapeva bene come perpetuare se stessa e garantirsi da eventuali velleità di rinnovamento.

Considerai questa prova una parentesi doverosa della mia vita, strinsi i denti, proseguii, risposi ai non sensi con altri non sensi, accennai ad una velata polemica che stemperi la tensione ed un po' della loro saccenteria, arrivai - non so come - alla fine, superai il concorso.

Giurai a me stessa di non lasciare passare in silenzio questo scandalo e, almeno, di raccontarlo a qualcuno.

Il rito, infatti, doveva avere un significato: riprodurre un modello elargitore del sapere ripetitivo ed anonimo, capace magari di vendere benissimo un prodotto confezionato, ma assolutamente incapace di dire alcunché sulla qualità dello stesso: un venditore di aspirapolveri, insomma, patentato con tutte le regole e come tale riconosciuto.

Per rendere l'idea, basti dire che i commissari in questione, dotati di un altissimo senso del dovere, ritenevano importantissimo, ai fini della valutazione della professionalità di un insegnante, verificare se il candidato sapesse o meno se Dante fosse omosessuale(non aveva forse messo Brunetto Latini nel girone dei sodomiti?), o quale fosse il sistema di navigazione del canale di Suez, oppure la data di nascita di Teofilo Folengo, o il sistema fluviale (leggi: tutti i fiumi) dell'Asia, e via di questo passo.

In effetti, nessuno sa sulla base di quali criteri i Commissari preposti all'espletamento dei concorsi considerino valida o meno la prova sostenuta da un candidato: forse quella di accontentare tutti ma non troppo, o forse di non scontentare troppo molti, in modo che le cose possano rimanere così come sono ora, purché nulla di sostanziale cambi.

E il merito, le capacità? Ma abbiate pazienza: hanno forse a che vedere con la professionalità, in Italia?