des 14  -  Diritti senza frontiere                                                                                                                         

 

 

ITALIA: LA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE NON ABITA PIU’ QUI

 

Crisi istituzionale, riforma del sistema elettorale, instabilità finanziaria, decentramento, sistema pensionistico e previdenziale ...: questi sono i temi che riempiono le pagine dei giornali e che occupano e pre-occupano il cittadino italiano.

Parlare d’altro sembra sciocco e irresponsabile.

A solo pronunciare la parola Cooperazione internazionale la reazione è immediata e duplice: altre sono le priorità e le urgenze del nostro Paese! o, ancora, che scandalo!, quanti miliardi buttati al vento!

Tutto qui. Nulla più.

Eppure, solo dieci anni fa - e sembra un secolo - molti, dentro e fuori del Palazzo, avevano affermato che, per il futuro del nostro Paese e delle relazioni internazionali, era inderogabile e  necessario un impegno forte in materia di cooperazione ed aiuti allo sviluppo.

Che ne è di tutto questo oggi, a dieci anni di distanza: che ne è dell’impegno internazionale dell’Italia a giocare un ruolo di primo piano nelle relazioni Nord-Sud, nelle politiche di sviluppo dei paesi del Terzo e Quarto Mondo?

Nulla, proprio nulla. E non solo in termini di impegni sottoscritti e di efficacia nell’azione, ma anche - e ciò è più grave - per quanto riguarda il dibattito, l’informazione, la sensibilità a questi temi.

Lo spettro della fame, della miseria, del sottosviluppo, che si aggirava per le coscienze dei cittadini italiani ed europei, sembra, tout à coup, semplicemente e prosaicamente scomparso: dissolto nel nulla.

Eppure si fa ancora un gran parlare - ed alcuni, per fortuna, non si limitano a parlarne! - di solidarietà e di diritti dell’uomo.

Dove sta l’inghippo? Dove, se esiste, la contraddizione?

Siamo di fronte, a mio giudizio, ad una reinterpretazione dell’idea di solidarietà; si è andato profilando una versione, apparentemente più incisiva e pratica ma, in realtà, più ristretta e miope. Una solidarietà a corto raggio, spazialmente e temporalmente, tutta giocata in termini di prossimità e d urgenza.

Una solidarietà dai caratteri sempre più corporativi ed egoistici.

L’Altro - l’africano, l’arabo, il latinoamericano, l’indiano etc. ...  - è sempre più lontano e virtuale: esiste e, nello stesso tempo, non esiste. Esiste, nelle immagini televisive che ci accompagnano quotidianamente con i loro caratteri di tragicità e straordinarietà (sempre più ordinaria), e non esiste, perché astratto, estraneo, altro appunto.

E anche quando l’Altro giunge alle nostre porte - alla nostra frontiera! - o vive nelle nostre città, resta solo e soltanto l’Extra-comunitario: senza diritti, senza cittadinanza e, in quanto non-cittadino, senza diritto alla Solidarietà.

E poi l’Altro diventa sempre più spesso - attraverso i media ed una surretizia circolazione di luoghi comuni - il Nemico. Ieri era l’iraniano e l’iraqueno, oggi è il serbo e l’algerino.

Altro che Cooperazione! Questi sembrano essere, piuttosto, i fondamenti per una Non-Cooperazione, per un’organica rimozione, delle idealità terzomondiste e della solidarietà internazionale, che tanta parte hanno avuto nella crescita della società italiana nei decenni ‘60 e ‘70.

Ciò che resta è ben poco. A parte le indecorose cifre ufficiali, che dichiarano che il nostro impegno in materia di cooperazione ed aiuto allo sviluppo è sceso allo 0,18% del PIL, la politica governativa sembra unicamente decisa a fare il minimo indispensabile per non perdere la faccia di fronte alla comunità internazionale (finanziamenti all’ONU e alle agenzie multilaterali).

D’altro canto, lo stesso impegno dell’associazionismo, del volontariato e delle organizzazioni non-governative assume sempre più caratteri di aiuto umanitario e di urgenza invece che un impegno strategico in materia di lotta alla miseria e al sottosviluppo.

Che fare?

Il cammino è tutto in salita ma parte innanzitutto da un interrogarsi sincero e senza chiusure sul senso e la direzione dell’agire.

Occorre rispondere con chiarezza alla domanda: “Perché e perché cosa co-operare?”

Esistono spazi all’interno della dinamica degli interessi che corrano trasversalmente da Nord a Sud e da Sud a Nord?

Come neutralizzare la frontiera che ogni giorno di più si rafforza tra Occidente e Terzo Mondo? (Altro che Muro di Berlino!!).

Quale rilettura è possibile della geografia dei Diritti dell’Uomo, perché questa sia veramente un luogo ideale dell’incontro e dello scambio - e, dico io, dell’eguaglianza - e non solo strumento geopolitico per sancire la “sovranità limitata” di questo o di quell’altro paese?

Come rendere simmetrica e reciproca la convinzione che la gestione delle risorse e del patrimonio ambientale impone una visione planetaria? Se, come afferma Edgar Morin, dobbiamo abituarci a  vivere in una Patria Pianeta, ebbene a chi appartiene la Sovranità, chi detta le regole del gioco, come garantire a tutti (italiani e thailandesi, tedeschi e senegalesi) i diritti di cittadinanza?

Da questo, forse, occorre ripartire: per ridare fondamento etico e politico alla Cooperazione internazionale italiana ed europea, per ridisegnare i fondamenti di un agire solidale ed internazionale.

Altrimenti il black-out delle coscienze e del pensiero non potrà che continuare, e l’indifferenza così come la banalità nei giudizi e nelle idee seguiranno informando l’agire sociale e politico non solo a Destra ma anche all’interno della Sinistra.

 

Montevideo, 11/4/94                                                                         

 

Gianpietro Pizzo

responsabile della Organizzazione non governativa Accra per l’Uruguay, opera da 8 anni nella cooperazione internazionale.