ADOLESCENZA E MORTE SECONDO DYLAN DOG                                                                                                           

di Alberto De Toni[MdC1] 

 

Dylan Dog è l'investigatore "eroe" del fumetto di Tiziano Sclavi (Edizioni Bonelli), che risolve gli avventurosi casi in cui sono implicati fantasmi, licantropi e vampiri. Ambientate nella Londra odierna, le storie del protagonista si concludono con una certezza per il lettore: i fantasmi non esistono e i morti non ritornano. Ma l'effetto è anche un altro: i fantasmi esistono, eccome, e sono dentro di noi: rappresentano le nostre paure.

Venuto alla luce nel 1986, Dylan Dog sta raccogliendo un successo crescente:  un milione di copie vendute tra originali e ristampe. Raffaele Mantegazza e Brunetto Salvarani, entrambi insegnanti appassionati per la narrazione e per il fumetto, si sono cimentati nell'interpretare le ragioni di un successo unico nel panorama italiano. Nel volume da loro proposto (Se una notte d'inferno un indagatore..... Istruzioni per l'uso di Dylan Dog, Edizioni Unicolpli, Marzo 1995, Lire 2000) vengono offerti spunti per quanti (educatori, docenti, genitori, studenti ecc.) vogliono capirne di più, e provare magari ad utilizzare Dylan Dog a scuola o nelle realtà formative.

Di seguito riportiamo alcuni stralci tratti dal loro testo, inerenti ad un tema quanto mai attuale: quello del disagio giovanile e delle tragedie in cui troppo spesso sfocia.

 

Paura e morte nell'adolescente

In nessun momento della vita di un uomo e di una donna il tema della morte acquisisce centralità nelle riflessioni, negli elaborati, nello spazio dell'immaginario, financo nell'universo onirico, quanto negli anni dell'adolescenza. I ragazzi parlano, sognano, temono, giocano la morte nei loro riti quotidiani; ne fanno oggetto di scherno e di venerazione; la inseguono e spesso, purtroppo, la ricercano o la procurano. Le riflessioni sui suicidi adolescenziali, sulla "ricerca di morte" che caratterizza il comportamento di un ragazzo che si sdraia sui binari del treno per sfuggire solo all'ultimo istante al sopraggiungere del convoglio, dovrebbero tener conto di questo fatto. E' proprio su questo fertile terreno, tra l'altro, che attecchisce la passione per l'horror: la messa-in-scena della morte affascina i ragazzi, li avvince. La rappresentazione, anche violenta, dell'esperienza del morire scatena nei giovanissimi pulsioni ed energie libidiche insospettate. L'adolescenza è una tanatologia in atto.

E d'altro canto ciò è assolutamente comprensibile, se si pensa che il processo di crescita affrontato dall'adolescente altro non è se non una costellazione di esperienze di morte, che sconvolgono la sensibilità adolescenziale e la cui risoluzione serena costituisce la fondamentale sfida evolutiva per il giovane. Sfida resa ancor più complessa e difficile nel momento in cui la definizione di adolescenza e forse l'adolescenza medesima come "età della vita" viene messa in discussione, e gli educatori adulti hanno sempre più difficoltà nel relazionarsi a questo essere così affascinante e così misterioso.

L'adolescente deve infatti (e questo è il suo compito evolutivo essenziale, dal punto di vista individuale e sociale) morire alla propria infanzia. Deve cessare di essere un bambino, e dunque teme la regressione e vorrebbe sfuggire la sua tentacolare presenza, che lo confermerebbe in quelle dimensioni di dipendenza e passività dalle quali sta cercando di sfuggire; e deve diventare un adulto in senso originale e individualizzato, e teme l'omologazione acritica e l'appiattimento dei suoi sogni, delle sue speranze, della sua voglia di contestare e di ribellarsi. D'altro canto ciò che viene temuto, in questi due corni della questione, è con altrettanta forza desiderato: il ragazzo reclama (a buon diritto!) spazi e tempi per la regressione, quasi come stazioni di servizio nelle quali rifocillarsi di calore protettivo quando la sfida evolutiva diventa troppo ardua, e subisce altresì il fascino dell'omologazione, quando la ricerca di una identità autonoma richiede sacrifici (a livello di perdita del consenso sociale, di calo dell'autostima, di isolamento) troppo elevati.

Questo significa, tra l'altro, che il ragazzo deve decidersi a uccidere i propri genitori: nell'esperienza simbolica del parricidio e del matricidio egli sperimenta il suo distacco dalla famiglia d'appartenenza e vive, ovviamente non senza una profonda angoscia, i primi tentativi di progettarsi al di fuori dal protettivo abbraccio paterno/materno. Si tratta di vissuti caratterizzati da forte ambivalenza emotiva, e che dunque sono accompagnati dai temi del ritorno, della riconciliazione, della richiesta di perdono, dell'espiazione. Ovviamente tutto ciò è foriero di sensi di colpa, a volte difficilmente gestibili: e d'altro canto la sottocultura massmediologica nulla fa per sdrammatizzare questi sentimenti e questi vissuti; anzi, il recente "caso Maso" testimonia semmai una colpevole spettacolarizzazione di un fatto di cronaca che non poteva non trovare una risonanza elevatissima nelle sensibilità adolescenziali; tanto che, più che stupirsi delle lettere inviate in carcere al giovane parricida, ci si dovrebbe scandalizzare dell'atteggiamento superficiale con il quale la stampa ha affrontato la vicenda.

Dunque, la casa in cui il ragazzo vive è davvero una Casa infestata (cfr. Dylan Dog n. 30): la popolano i fantasmi della propria dipendenza dalla coppia parentale, che si cerca disperatamente di uccidere, ma non vi si riesce, perché troppo forte è il legame che lega ancora il giovane Danny al suo passato, troppo duro, forse, il mondo che poi si dovrebbe affrontare.

 

Adolescenze irrisolte

Morire alla propria infanzia significa nascere alla vita adulta: la vera morte dell'adolescente, tristissima, avviene quando la morte simbolica del bambino viene in qualche modo bloccata; in questo caso l'adolescente non cresce, resta ancorato ad immagini di sé appartenenti alla sfera infantile, oppure cresce nel senso ormai abituale del termine ma perviene ad una adultità acritica e subita piuttosto che vissuta in prima persona. Qui le angosce di morte dell'adolescente trovano tristemente conferma in una morte del sé che non prelude ad alcuna nascita sociale. Ne vediamo due esempi tipici.

In nome della ambivalenza emotiva nei confronti del proprio passato infantile, di cui abbiamo detto sopra, il ragazzo teme (e ne è affascinato) la madre gigantesca, onnivora, cannibalesca di Angoscia (magia dei titoli sclaviani!: cfr. albo speciale n. 2), che rappresenta le proprie parti infantili che non vogliono lasciare che il processo di crescita e di integrazione sociale prosegua, e continuano a tormentare il ragazzo con le loro istanze narcisistiche, legate al soddisfacimento degli impulsi più vicini al mondo infantile (al punto che una discussione con una bella ragazza sarà interrotta dall'urlo: "Ho bisogno della padella", come se la regressione rischiasse di portare addirittura al di qua dell'acquisizione del controllo degli sfinteri); questa super-Madre, questo mostro pronto a lacerarsi il petto per riprendere nel proprio grembo, tra le proprie viscere il figlio che non ha mai reciso il cordone ombelicale, rappresenta la minaccia di una regressione senza possibilità di ritorno. All'interno del corpo della madre, chiuso per sempre nelle sbarre di carne e sangue delle sue interiora, l'adolescente potrà esser custodito in eterno in uno stato di infanzia incubata, priva di ogni possibile sbocco verso i lidi dell'adultità.

Ma l'adolescente ha paura anche della pletora di morti che Vivono tra noi (n. 13); questi adulti non-adulti, "bambini putrefatti" (1) che non hanno saputo completare il loro ciclo vitale: sono morti ma vivono, non hanno saputo rinunciare alla imago ormai sfiorita della loro corporeità e la presentano ora come marcia, nauseabonda, caratterizzata dal lezzo e dallo schifo. Sono gli adulti joyciani o beckettiani, coloro che hanno accettato una adultità che non ha problematizzato la propria infanzia con le sue promesse e le sue speranze, simboli di una umanità che ha rinunciato a sognare ma che, non riuscendo ad eliminare la forza propulsiva dell'elemento onirico, l'ha mutata in incubo raccapricciante. Abbiamo qui gli "hollow men", che sempre ritornano sui luoghi che da vivi (da bambini) avevano visto, toccato, assaggiato con stupore o con speranza, ma non vi ritrovano nulla del tempo andato. Essi sono solo alla ricerca di qualcuno da rendere come loro, cibandosene: non sanno vedere altra immagine di adultità della propria e puniscono con feroce severità  - incidendo la propria condanna nel corpo del reo - chi osa vivere e morire come un uomo (senza rinnegare nulla del proprio passato). I morti viventi sono gli assassini della memoria, sono coloro che hanno rinunciato a integrare la propria esperienza passata con le esigenze del principio di realtà: non hanno voluto crescere ma - non potendo restar bambini - hanno pervertito i sogni dell'infanzia nella realtà di una omologazione totale. Non possono esser altro che Uccisori (n. 5): "uccidono, perché assomigli ad essi ciò che è vivo" (Adorno)(2).

Ma anche questi assassini del senso si scoprono, alla fine, vittime di un meccanismo anonimo che essi stessi contribuiscono a perpetuare. Il finto adulto che emerge da questa triste storia di adolescenze irrisolte non è propriamente un individuo, rischia di non essere nulla. La sua storia, alla fine, è Storia di nessuno (n. 43).

 

La morte cosmica

Le sclaviane ballate della morte, che ricalcano con ironia ed eleganza tutta una tradizione di Totentanzen e di Dancas de la Muerte risalenti almeno al XV secolo, hanno un grande successo tra i ragazzi: esse portano alla superficie un amore tutto adolescenziale per la Morte intesa non - stavolta - come evento individuale, ma quasi come metafisico senso di tutte le cose destino finale ultimo - e incombente - dell'Umanità, filigrana del quotidiano da cogliere e comprendere, che porta come sua conseguenza alla necessità di cogliere l'attimo presente in tutta la sua intensità, proprio in virtù della sua precarietà.

Nelle poesie e nei diari dei ragazzi questo tema della morte come esperienza cosmica è ricorrente: non si tratta solo di passione per il catastrofico, ma quasi di una tonalità che colora tutta una concezione del mondo e che si spinge fino agli estremi (spesso nello stesso soggetto) della rassegnazione un poco cinica ("Così va il mondo...") da un lato, dell'intensificazione della voglia di esperienza e della sete di vissuti dall'altro.

Ma se per l'adolescente la morte è il senso celato delle cose, il nichilismo adolescenziale viene come amplificato da una società che da un lato ha privato la morte - privatizzandola e commercializzandola - della sua sacralità e ritualità, dall'altro ha dissolto tutti - o quasi - gli universi di senso, gli orizzonti di significato sui quali poter stagliare l'esperienza del morire. Se il passare è proprio di tutte le cose, avere scenari di senso sui quali poterla leggere e relativizzarne la potenza (3) è comunque qualcosa di più d'una mera consolazione: semmai è il tentativo di cogliere l'essenza umana dell'esperienza del trascorrere delle cose e dei giorni, riaffermando la dignità dell'uomo non come ciò che permane per sempre ma come ciò che, nel suo essere viandante sulla Terra, lascia comunque tracce leggibili e decifrabili del suo passaggio.

Ancora una volta fa specie che si ironizzi con aria di superiorità su un certo catastrofismo adolescenziale, piuttosto che riflettere su una società adulta che ha espropriato la morte dei grandi scenari di senso - ideologici, religiosi, mitici - all'interno dei quali poterla inscrivere.

Comunque, se la morte è senso di ogni cosa ma non rinvia al di là di se stessa verso un senso altro, verso una trascendenza di qualunque tipo (utopica comunque, nel senso positivo del termine) ciò che resta è Il  male (n. 51): una sorta di contagio, che si trasmette di individuo in individuo, ma di cui nessuno può scoprire la vera essenza, e che nessuno può sconfiggere. E' il male il senso del mondo e dell'essere, quel male che uccide per nessun motivo colombe e bambini, gli unici innocenti nel mondo da lui governato. E in questo mondo gli uomini sono Iene (cfr. n. 42): che dalle iene, animali innocenti, in fondo, finiranno per essere sbranati.

Ma forse il male non è così anonimo come si tende a credere; e per l'adolescente smarrito in un mondo di cui pretende di avere la carta geografica e che, con raccapriccio, scopre essere popolato da occhi cattivi che abitano i confini dell'Inghilterra, forse è data possibilità di scampo.

Il disagio del ragazzo e della ragazza che giungono alla conclusione che Tutto è male e che la morte del Tutto è forse il supremo Bene, può ancora essere nominato e portato a livello della presa di coscienza delle radici autentiche di un'organizzazione sociale che gode nel veder morire come nel dare la morte. Forse il Male, l'annichilimento del Senso e del Tutto, non è casuale, forse è possibile sconfiggerlo comprendendolo e basandosi sulla sconvolgente ed inattesa potenza di un gesto umano, come gettarsi sotto un camion per salvare una colomba, o lasciar cadere di mano un coltello (o un fucile, o una divisa); se le Feste sono di sangue (cfr. n. 87) è perché una determinata organizzazione socioeconomica ha eretto lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo a sistema, e la morte della solidarietà e della fratellanza vive come dogma di una società acquisitiva; i Fantasmi (n. 85) che popolano le famiglie sono quelli che portano un ragazzo diciassettenne e suo padre a comunicare solo attraverso gli schiaffi; la vita può essere una Maledizione Nera, (n. 76) ma tutto è basato sul fatto che un ragazzino di colore debba giocare a pallone in una strada maleodorante e non in un prato verde e fresco.

 

Il suicidio

Chiudiamo accennando brevemente al suicidio: gesto adolescenziale per eccellenza, testimonio di una solitudine profonda che i nostri ragazzi vivono quotidianamente, di un senso di inadeguatezza, di sconfitta, di diversità. Il suicidio come paradossale affermazione di sé diventa ancor più tragico quando risulta essere l'unica possibile forma di comunicazione per il ragazzo, l'unico modo per affermare "Guardatemi: io esistevo".

Ma se sempre più ragazzi si tolgono la vita e sempre meno il mondo adulto ne è interrogato, la messa-in-scena della morte, il suo essere ricollocata su sfondi di senso, la sua sdrammatizzazione che passi attraverso una nuova ritualità, e soprattutto il nominare le cause sociali del morire - e dell'essere uccisi, foss'anche da se stessi - può costituire la sfida alle morti ingiuste di tanti giovani uomini e donne.

Parlare della morte, vero tabù della educazione oggi, significa ridare centralità tematica a una dimensione fondamentale dell'essere-nel-mondo dell'uomo: i folli che urlavano "Viva la Muerte" hanno in comune con i contabili dei decessi nelle anonime metropoli la non conoscenza del morire come esperienza umana, e la mancanza di rispetto per la dignità di questo estremo appuntamento con il Nulla. Un fumetto che metta-in-scena l'oscenità della morte e della paura aiuta il ragazzo e l'adulto a riappropriarsi di questo "oggetto pornografico'' della formazione; e, forse, a ridare frammenti di senso alla vita, scongiurando il pericolo che la si getti via, per niente o per tutto il dolore e la solitudine accumulati negli anni. Un fumetto che aiuta i ragazzi a morire simbolicamente fa quello che la colpevole società adulta ha smesso di fare da tempo: li aiuta a crescere.

 

NOTE

(1) Cfr. Perlini, Tito, Infanzia e Felicità in Adorno, Comunità, 1969.

(2) Adorno, Theodor Wiesengrund, Minima Moralia. Meditazioni della vita offesa, Einaudi.

(3) Cfr. Natoli, Salvatore, L'esperienza del dolore, Feltrinelli


 [MdC1] Alberto De Toni, già Segretario Nazionale del Movimento dei Cittadini, à oggi il Responsabile del Dipartimento “MCRicerche”