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RIORDINO DEL SISTEMA SOCIO SANITARIO IN LOMBARDIA

a cura del CODICI Lombardia

 

Un’occasione mancata

 

Alla luce delle esperienze negative maturate in questi ultimi anni - a seguito dell’applicazione della legge 502-517 del 30/12/1992, che ha azzerato qualsiasi riferimento istituzionale democratico, affidando la gestione delle Ussl ad una figura monocratica denominata Direttore Generale - l’unico spazio di tutela sociale l’ha garantita al cittadino il volontariato, nel cui ambito il CODICI ricopre un significativo ruolo.

In base a tale esperienza il riordino poteva rappresentare una buona occasione per trovare la soluzione dei molti problemi che caratterizzano, in termini negativi, il sistema regionale dei servizi socio sanitari della Lombardia. Purtroppo così non è stato, al contrario le proposte della Giunta, sia pure ancora in via di definizione, se fossero approvate, peggiorerebbero il quadro generale del sistema.

 

2) Parità pubblico privato

La piena parità dei soggetti erogatori del servizio sanitario (ospedali pubblici e cliniche private) riaffermata nel progetto regionale, rappresenta, in base alla vigente realtà normativa, un assurdo concettuale, ove si tenga conto che, affinché il confronto tra sanità pubblica e privata non avvenga ad armi impari, occorrerebbe togliere al settore pubblico una lunga serie di vincoli giuridici che, viceversa, il settore privato non ha.  In altri termini detta integrazione potrebbe avvenire se esistessero regole analoghe per ambedue i settori. In mancanza di tale parità il risultato sarebbe che le patologie più costose andrebbero al pubblico mentre quelle meno impegnative sarebbero appannaggio del privato-commerciale. La conseguenza finale sarà sicuramente vantaggiosa per il privato ed altrettanto svantaggiosa per gli ospedali pubblici, il cui livello di assistenza non potrà che peggiorare, con conseguente sofferenza da parte delle fasce più povere della popolazione.

 

3) Servizi socio sanitari

Contrariamente all’ipotesi della Giunta Regionale, che opera una netta separazione fra i settori sociale e sanitario, si è del parere che tale dualismo è pericoloso poiché creerebbe vuoti d’intervento e di tutela soprattutto in presenza di bisogni che richiedono una elevata capacità di integrazione operativa. La politica dei servizi sociali richiede una impostazione unitaria, tale da poter far fronte a problemi ed esigenze complesse (come quelle degli anziani, dei disabili, dei minori a rischio, dei tossicodipendenti, degli immigrati) con risposte articolate che investono diversi settori di intervento.

Affrontare la tossicodipendenza vuol dire mettere a punto una politica unitaria dei servizi sociali, sanitari, della scuola, del lavoro, al fine di conseguire l’obiettivo della prevenzione, della riduzione del danno e del recupero. Piuttosto che separare il sociale dal sanitario è necessaria, viceversa, una più stretta integrazione tra diverse professionalità impegnate al servizio della persona; una più precisa attribuzione di responsabilità all’ente locale, stimolando la gestione collegiale dei servizi secondo ambiti territoriali omogenei; individuazione delle aree dove è indispensabile rispondere a certi bisogni (anziani non autosufficienti, disabili, malati mentali, infanzia ed età evolutiva) valorizzando la filosofia dei Progetti Obiettivo del P.S.N.

 

4) I nuovi ambiti territoriali

Le nuove dimensioni territoriali delle aziende Usl, previste dalla proposta regionale - coincidenti con il territorio delle undici province lombarde - rappresentano un ulteriore punto di frattura funzionale ed organizzativa del sistema sanitario dell’intera regione. Basti considerare, a tale riguardo, che la Lombardia ha province mediamente più grandi del resto d’Italia, con articolazioni che vanno dalle piccole Province di Sondrio e di Lodi (180 mila abitanti) a quella di Milano, con oltre 3 milioni e 700 mila abitanti. In tal modo accanto ad Usl di dimensioni ottimali si prefigurano strutture di dimensioni enormi, probabilmente ingestibili da un unico centro ed eccessivamente distanti dalle comunità locali le quali, ancor più di quanto già non avviene oggi, perderanno anche quel residuo spazio di controllo sociale su un comparto essenziale per la tutela della salute dei cittadini.

Le osservazioni critiche sulle dimensioni delle aziende Usl valgono anche per le aziende ospedaliere, poiché è verosimile che la perdita d’identità dei piccoli e medi ospedali provocherà un diffuso malumore da parte degli operatori sanitari.

Anche il cittadino-paziente subirà delle conseguenze negative a causa di una organizzazione verticistica e superburocratica, in cui sarà difficile orientarsi per la tutela dei propri diritti.

 

5) Diritti del cittadino

Anche in materia di partecipazione e tutela dei diritti la normativa regionale presenta varie ambiguità che si intrecciano con l’attuale situazione di sofferenza esistente in molte realtà locali dove, attraverso un gioco di competenze, vengono attribuiti a dipendenti ospedalieri ruoli di tutela del cittadino che la normativa nazionale e regionale attribuisce a soggetti esterni al sistema sanitario.

La normativa proposta dalla Regione rischia di accrescere tale confusione attraverso l’introduzione di un linguaggio “paternalistico” (del tipo; le organizzazioni di volontariato possono avanzare proposte di “miglioramento...”) che adombra il pericolo che le organizzazioni del volontariato possano svolgere un ruolo a danno dei cittadini!

Sullo stesso argomento da respingere è la formulazione di una norma secondo la quale “il Direttore Generale provvede alla regolamentazione delle attività degli uffici di R.P. e di Pubblica Tutela”, là dove il termine regolamentazione potrebbe assumere il significato di controllo di un servizio che, per legge, è autonomo rispetto alla struttura, che è tenuta solo a mettere a disposizione dello stesso i mezzi per consentire il funzionamento.

 

Conclusioni

Piuttosto che ridurre, occorre potenziare il ruolo di partecipazione, di controllo e di indirizzo delle Comunità locali, definendo modalità operative che possano consentire a questi livelli di rappresentanza di esercitare un ruolo reale nella gestione dei servizi, onde poter rispondere ai bisogni del territorio.

Vanno rimosse le ambiguità relative ai compiti del volontariato, il cui ruolo deve essere valorizzato. Le Regioni infatti sono tenute a promuovere consultazioni con l’associazionismo in materia di programmazione, verifica dei risultati e quant’altro attiene ad interventi legislativi che comunque coinvolgono la tutela del cittadino.

 

 

(sintesi del documento a cura della redazione)