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ANZIANI ATTIVI

E ANZIANI MALATI

Convegno di Milano

 

Sul tema “Anziani attivi e anziani malati cronici nell’Europa del 2000 - orientamenti culturali ed esperienze a confronto” si è tenuto a Milano nell’ottobre ‘96 un convengo, di cui riportiamo alcuni contributi particolarmente significativi.

 

LA FAMIGLIA HA UN RUOLO IMPORTANTE

Secondo il Prof. Xavier Leroy, gerontologo del Centro interdisciplinare sull’invecchiamento dell’Università cattolica di Lovanio (Belgio), bisogna considerare la condizione stessa dell’anziano, perché la vecchiaia è un fenomeno nuovo proprio di questa nostra società. Coloro che raggiungono l’età di 60 anni, oggi, sono in numero doppio rispetto agli anziani di 45 anni fa.

La cosiddetta evoluzione anagrafica, per cui molti tendono a considerare questi dati in modo catastrofico, va in realtà interpretata.

Non tutti questi anziani saranno necessariamente - sottolinea Leroy - o, per lo meno, non saranno tutti malati gravi e non autosufficienti.

Inoltre, la solidarietà familiare regge. La famiglia è cambiata, ma i legami affettivi resistono. Nipoti, figli, mogli... offrono una grande quantità di servizi. Così, anche se è vero che molti anziani vivono soli, hanno però figli e nipoti che possono raggiungerli e offrire in tempi utili l’aiuto di cui hanno bisogno.

Anche nei confronti delle persone anziane ultrasettancinquenni che hanno perso la loro autosufficienza, è la famiglia ad avere un ruolo prevalente.

Da uno studio recente - prosegue Leroy - emerge che un terzo dell’aiuto è fornito da un congiunto; un terzo da altri familiari e solo un terzo da assistenti domiciliari e personale medico-infermieristico.

La famiglia è dunque presente e gli operatori devono quindi valorizzarne il ruolo.

Per quanto riguarda gli anziani attivi, Leroy ricorda la necessità di tener presente il rapporto tra generazioni, per sollecitare gli stessi anziani a rendersi attivi e partecipi non solo nella difesa dei propri interessi, ma anche per il miglioramento in generale della società di cui fanno parte.

 

IL CONFRONTO CON GLI ALTRI SISTEMI SANITARI

Il prof. Carlo Hanau del CO.DI.CI., docente di programmazione e organizzazione dei servizi sanitari dell’Università di Bologna, esamina le politiche verso gli anziani a livello internazionale.

Due sono le ipotesi: c’è chi pensa di escludere gli anziani dalla sanità e dalla previdenza per “recuperare” risorse: e c’è invece chi pensa di farli lavorare fin che sono in grado di farlo.

In sostanza si tende ad escludere gli anziani dal sistema di protezione sociale, anche se in maniera diversa.

In alcuni Paesi si sono già verificati gravi fatti, che hanno avuto per protagonisti adulti e anziani inguaribili a cui sono state negate le cure sanitarie.

Hanau ha citato la Gran Bretagna, l’Olanda, la Danimarca, gli USA, ma evidenzia che in nessuno degli ordinamenti di questi paesi vi sono norme che escludano l’erogazione delle cure agli anziani gravemente malati. Si tratta, dunque, di una pericolosa tendenza - di ce Hanau - che porta in pratica a considerare con minore attenzione le esigenze delle persone che sono avanti con gli anni e inguaribili.

LE RESPONSABILITA’ DEL VOLONTARIATO

Secondo Maria Grazia Breda, redattrice della rivista “Prospettive Assistenziali”, il volontariato può cambiare la situazione se solo riflette sulla condizione in cui vivono le persone ricoverate in ospedali e istituti. Se i volontari immaginassero di essere al posto degli anziani malati non autosufficienti, non sarebbero soddisfatti della situazione. Per chi ormai non è più autosufficiente, a causa della malattia, ed è definito “inguaribile”, la prospettiva di essere curato nei luoghi e nei modi più consoni è estremamente ridotta, se non nulla.

Ridicolo - sostiene Breda - discutere sulla eutanasia attiva e passiva, quando, nei fatti, già è in atto l’eutanasia da abbandono, per cui spesso si muore in condizioni inumane, perché non si ricevono le cure di cui si ha bisogno.

I volontari sono quotidianamente a contatto con i bisogni delle persone. Possono limitarsi a prestare un pò di sollievo - si chiede Breda - senza interrogarsi sui comportamenti dell’istituzione e sulle conseguenze che questi hanno per la vita dell’anziano? 

Offrire sostegno ai familiari di persone anziane gravemente malate e non più autosufficienti, quando gli ospedali vogliono dimetterle, anche in assenza di alternative di cura adeguate alle loro condizioni; chiedere l’estensione dei servizi di cura a domicilio, per venire incontro alle famiglie che - da sole - si occupano dei propri congiunti malati e non più autosufficienti; stimolare le istituzioni alla programmazione di posti letto per la riabilitazione e nelle RSA... sono solo alcuni dei punti sui quali il volontariato può agire concretamente per ottenere il rispetto delle cure sanitarie dei malati anziani.

 

COME FUNZIONANO LE U.V.G.

Paolo Cozzi Lepri, del CO.DI.CI., Coordinamento per i diritti dei cittadini, introduce alcuni elementi di analisi della situazione italiana. In particolare ricorda che, se è vero che l’U.V.G. ( Unità Valutativa Geriatrica) può essere un ottimo strumento di valutazione, con l’obiettivo di curare meglio il paziente anziano, non è tuttavia esente da rischi di strumentalizzazione.

Una recente indagine del CENSIS afferma che in Italia sarebbero operanti 200 équipes valuative. Ciò che appare sconcertante - continua Cozzi - è che dalla stessa ricerca emerge che solo una esigua minoranza di queste esperienze risponde alle caratteristiche previste dal Progetto Obiettivo “Tutela della salute degli anziani”.

A questo quadro sconfortante si aggiunge quanto riscontrato dall’attività quotidiana dei Centri CO.DI.CI., da cui risulta che vi sono:

- anziani valutati in base a materiale cartaceo, senza essere visitati;

- anziani esaminati solo al fine di essere smistati e indirizzati in strutture extraospedaliere (spesso senza alcuna caratterizzazione sanitaria);

- anziani presi in considerazione al solo fine di assegnare sussidi ai familiari.

A Cozzi Lepri non resta che auspicare che, a fronte delle gravi inadeguatezze delle attuali équipes valutative, le organizzazioni di base, i sindacati dei pensionati, le società di geriatria, assumono chiare prese di posizione in materia.

Se la U.V.G. non funzionerà in modo corretto, tutto il sistema della rete dei servizi previsto non potrà mai a sua volta essere attivato in maniera congrua e rispondente alle esigenze dei malati anziani.

 

ANZIANI E FARMACI

Il prof. Silvio Garattini, direttore dell’Istituto M. Negri di Milano ha relazionato su “Anziani e farmaci”. La nostra è una cultura farmacocentrica - ha esordito Garattini - per cui c’è l’idea che per ogni malattia, ogni situazione, c’è un farmaco che guarisca.

Nessuno ricorda i rischi che contempla l’assunzione dei farmaci: i 5-10 % dei ricoveri ospedalieri sono in realtà dovuti a effetti tossici!

Un altro elemento che va considerato è che, ancora oggi, la maggior parte dei farmaci è studiata sugli adulti e on sugli anziani, anche se poi i farmaci sono somministrati più agli anziani che agli adulti. Di qui la necessità - per Garattini - di chiedere una diversa impostazione delle attività di ricerca.

Vi è poi l’altro dato che riguarda l’efficacia dei farmaci, e non è certo confortante scoprire che la maggior parte di questi è inutile: il grande consumo è frutto di condizionamenti (non va dimenticata la grossa influenza della pubblicità promossa dalle case farmaceutiche) o di imitazione (“Ha fatto bene al mio amico, farà bene anche a me”).

Concludendo Garattini invita ad essere più vigili e critici nei riguardi della farmacologia chimica e dei farmaci alternativi, che rientrano nei prodotti da erboristeria o preparati omeopatici, per i quali non esiste nessun controllo, nonostante siano venduti regolarmente in farmacia.

 

CURE DOMICILIARI

Il Dr. Regis Patte, medico coordinatore del servizio di ospedalizzazione a domicilio degli Ospedali di Parigi, illustra brevemente l’evoluzione del servizio le cui finalità riguardavano due obiettivi: sfoltire gli ospedali, umanizzare le cure.

Attualmente il servizio di ospedalizzazione a domicilio è autorizzato per 820 posti letto il cui personale è così composto: 250 infermieri, 15 puericultrici, 43 infermieri di coordinamento nei reparti degli ospedali, 105 “aiuti alla cura” che accompagnano gli infermieri, 6 ostetriche.

Patte non nasconde l’oggettiva difficoltà del servizio di ospedalizzazione a domicilio ad assumere la presa in carico dei pazienti cronici a causa della scarsità delle risorse destinate al settore.

Secondo Patte non si valuta sufficientemente il risparmio che si otterrebbe con la cura a domicilio di patologie che, altrimenti, determinano frequenti ricoveri ospedalieri. Infine è dell’opinione che il servizio debba assicurare 24 su 24 la reperibilità di personale infermieristico professionalmente capace.

 

IL CENTRO DIURNO SANITARIO

Tra gli interventi che favoriscono la permanenza al domicilio del paziente c’è il centro diurno sanitario per malati di Alzheimer, che viene presentato dal Dr. Pietro Landra, geriatra dell’Ospedale Einaudi di Torino.

Far accettare alla classe medica pazienti inguaribili è stato il risultato più importante ottenuto con l’apertura a Torino del primo centro diurno sanitario per malati di Alzheimer.
La demenza, infatti, è una patologia e quindi, come tale va curata, ma non solo a casa.

Che cosa offre un centro diurno sanitario? Landra elenca alcune delle attività principali: recupero dell’autonomia o almeno il mantenimento dei livelli raggiunti, individuazione delle terapie e loro controllo, mantenimento della socializzazione con l’esterno, collegamento con la rete dei servizi del territorio, sollievo per i familiari e, quindi, miglioramento delle relazioni tra paziente e congiunti.

Il centro diurno dovrebbe ospitare non più di 20-25 pazienti per almeno otto ore al giorno, e per non meno di 5 giorni alla settimana.     

 

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