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Incontro ecumenico di Graz

ECUMENISMO: VIA PER IL SUPERAMENTO DEI CONFLITTI ETNICO-RELIGIOSI

di Brunetto Salvarani

 

Vorrei in primo luogo, sfidando la tradizionale (e condivisa da me, ovviamente) laicità che caratterizza la storia di “Diritti e Solidarietà”, ringraziare il Signore, per avermi regalato la grazia di prender parte all’assemblea di Graz. L’ho fatto, sfruttando l’occasione offertami dagli amici di CEM-Mondialità che nell’Agorà fieristico della capitale della Stiria avevano (avevamo) allestito uno stand sui temi dell’educazione alla pace e al dialogo fra le culture e le religioni, con lo spirito dell’umile “tifoso” dell’ecumenismo, nella convinzione che lì si giochi buona parte della credibilità che le chiese cristiane hanno di fronte al mondo, sempre più piccolo e interdipendente e sempre più bisognoso di quella che il cardinal Martini, proprio a Graz, ha definito “un supplemento d’anima”. Certo i problemi, nel loro cammino unitario, soprattutto al vertice, non mancano, come ha evidenziato la stampa italiana, peraltro non particolarmente attenta a quello che, comunque lo si voglia giudicare, si è rivelato col passare dei giorni un autentico “evento”: capace di richiamare, anche da molto lontano, non solo i 700 delegati ufficiali ma anche oltre 10.000 altri partecipanti, provenienti da almeno 150 chiese e da tutti i paesi d’Europa, con una folta e vivacissima rappresentanza dell’Est. Penso, ad esempio, ai ben mille rumeni - autentico e sorprendente “record” fra i vari stati - e ai volti dei tanti lituani, cechi, russi, ucraini, desiderosi di narrare agli altri la propria contrastata vicenda di credenti, alla faccia delle difficoltà linguistiche, non meno che di ascoltare le vicende altrui, nei numerosi forum, laboratori, atelier sparsi un pò dappertutto per la città e negli incontri occasionali, tra una pietanza e l’altra nell’enorme sala da pranzo o negli interstizi di una celebrazione liturgica, un concerto, una rappresentazione teatrale. I cui protagonisti, spesso, erano giovani e giovanissimi entusiasti, insieme a molte donne, costantemente tese a richiamare l’esigenza di rispondere all’esigenza di “contare di più” nelle rispettive comunità: “le donne hanno da offrire un proprio contributo alla riconciliazione - l’ha ricordato in un commento conclusivo una delegata siciliana, la teologa cattolica Ina Siviglia - perché vengono da un percorso conflittuale che, passando da una situazione di emarginazione a una stagione di rivendicazioni, giunge oggi a un discorso di reciprocità e di dialogicità che sbocca nella riconciliazione”. E proprio la preghiera, in particolare quella mattutina assai partecipata, ha dato ai presenti la sensazione di vivere una positiva “convivialità delle differenze”, in grado di vincere finalmente antiche rotture storico-teologiche e nuove contrapposizioni strategiche, purtroppo enfatizzate dalla scarsa conoscenza reciproca e dagli assetti politici del vecchio continente ridisegnati nella stagione del post-89. Senza indulgere ad un ottimismo a basso prezzo, che non farebbe del bene a nessuno, si può essere senz’altro d’accordo con quanti hanno sottolineato l’emergere, a Graz, di un “ecumenismo di popolo” e di una “spiritualità ecumenica” che già oggi costituiscono una misteriosa, ma ricca, “comunione ecclesiale” in grado di oltrepassare barriere altrimenti insormontabili; un frammento di quella “umanità planetaria” ben preconizzata anni fa da Ernesto Balducci, mossa da nuovi interrogativi e alla ricerca di nuovi percorsi. Lo ha espresso bene durante l’assemblea il cardinale di Praga Vlk, attuale presidente dei vescovi cattolici europei: ”Non sappiamo in quale porto ci condurrà la nave dell’ecumenismo e della riconciliazione. Sappiamo solo una cosa: restiamo a bordo di questa nave perché in cielo c’è qualcuno che conosce il porto al quale questa nostra nave arriverà ad approdare”. Certo, rispetto alla prima assemblea ecumenica europea, svoltasi a Basilea 8 anni or sono, l’impressione generale è che i temi più marcatamente “sociali” di quell’assise (la giustizia, la pace e la “salvaguardia del creato” in primo luogo) siano passati un pò in secondo piano. Non che fossero assenti nel Documento di lavoro, che anzi rifletteva apertamente sulla ricerca di forme nonviolente per la risoluzione dei conflitti sociali e non, sulla “nuova prassi di responsabilità ecologica, specialmente nei riguardi delle future generazioni”, sull’impegno necessario per la giustizia sociale, soprattutto per il superamento della povertà, dell’esclusione e di altre forme di discriminazione”. Piuttosto, la novità è che, in questi anni, ci siamo progressivamente accorti che i conflitti avvenuti o in corso (solo gli esempi più macroscopici: dalla Guerra del Golfo alla ex Yugoslavia, dall’esplosione fondamentalista in Algeria o in Israele al perdurare della crisi irlandese) stanno cambiando natura, e si basano sempre più spesso su motivazioni di carattere etnico e/o religioso; e che, per dirla con uno slogan, se le religioni sono parte integrante del problema, devono essere anche protagoniste della sua soluzione. Ricostruire un credibile codice di convivenza tra le religioni, lavorare in vista di un dialogo ecumenico e interreligioso - in altri termini - appaiono oggi obiettivi non più squisitamente religiosi, come forse ci si era illusi che fosse, ma fortemente politici, e in ogni caso decisivi per il futuro di questo pianeta. In questo senso, almeno, la strada della riconciliazione, così faticosamente indicata dai 10000 di Graz, ha un sapore profetico anche per il nostro paese, non più monoreligioso ma ormai evidentemente multireligioso: da non sottovalutare in alcun modo per quanti vi operano ai più diversi livelli con obiettivi sociali e politici.