Recensione

LA CLASSE DIRIGENTE DELL’ITALIA DI DOMANI

un rapporto non liberale tra cittadini e istituzioni, una cittadinanza assente, costruire reti di interdipendenza

 

“...Oggi il nostro paese non appare tanto afflitto da mancanza di identità nazionale (intesa come orgoglio), quanto di cittadinanza (intesa come solidarietà)”.  Basta una frase come questa che chiude il nono capitolo del testo di M. Salvati “Cittadini e governanti”, ed. Laterza, per cogliere la sintonia tra questo libro e la riflessione che sta sviluppando il nostro movimento al proprio interno.

Molti intellettuali e anche forze politiche in questi anni hanno rinverdito il tema dell’orgoglio nazionale, basti pensare agli articoli di Galli della Loggia che qualcuno fa risalire all’8 settembre del ‘43. L’Italia manca come scrive l’autrice di una cultura della cittadinanza, di una solidarietà nazionale. Per molteplici cause, che l’autrice accenna: il modo con cui si è formata, il ruolo della chiesa...

L’oggetto proprio del libro è comunque ben indicato nel titolo citato e nel sottotitolo “la leadership nella storia dell’Italia contemporanea”. Il testo ripercorre il cammino della storia d’Italia, individuando le caratteristiche delle classi dirigenti.

In esso troviamo richiamata la tentazione populistica, ricorrente in Italia e vincente col fascismo, in cui si afferma una rappresentanza che salta il momento parlamentare e pretende di essere diretta e unica forma di governo del popolo, evitando di misurarsi nelle competizioni elettorali e appellandosi alla piazza, alle folle, in un rapporto immediato tra massa e leader.

Interessanti i paragrafi sul mito della crescita economica, sulle difficoltà del riformismo in Italia, a causa della frammentazione sociale, sulla discussa questione del perché il fascismo è salito al potere in Italia, in cui vengono passate in rassegna le varie tesi storiografiche: stasi parlamentare, protagonismo dei ceti medi non rappresentati, insufficienza della sistema politico vigente, crisi della rappresentanza liberale, carattere elitario della cultura, conflitto di classe degenerato, il partito al potere, la modernizzazione forzata.

Più vicina ai nostri problemi attuali è l’ultima parte del libro che tratta del dopoguerra, in cui si ha il ruolo predominante dei partiti, con la distinzioni in due fasi: una prima positiva perché i partiti sono l’unica forma che permette l’integrazione dei cittadini nello stato, colmando un vuoto di funzionamento di cui il fascismo è stato espressione e che ha contribuito a peggiorare, una seconda degenerativa negli ultimi due decenni.

Questo ruolo preponderante dei partiti causa comunque “il valore diminuito della legge dello Stato quando non confermato dalle regole di partito, la fragile consapevolezza dei diritti civili, la mancanza individuale e collettiva di senso della cittadinanza”. (p. 121).

Secondo l’autrice, nel nostro paese è presente una “cultura della cittadinanza, ancora impregnata, possiamo ben dirlo, di fascismo (nel senso di un rapporto non liberale tra cittadini e istituzioni), anche se tutti proclamano a gran voce “fascisti sono gli altri!”  (p. 145).

L’essere cittadini (e non solo consumatori), anche secondo T.H. Marshall, comporta “il concetto di piena appartenenza a una comunità”, cioè valori di fondo condivisi (p. 129). Cosa difficile in Italia, anche nel Nord, per il cosiddetto “familismo amorale”, per il radicato atteggiamento di “distanza, passività, attesa, quand’anche non disprezzo nei confronti dello Stato” (p. 130). Rigetto verso lo stato presente anche nel Leghismo che “rappresenta una assoluta novità e il chiaro contraccolpo del venir meno del collante ideologico e solidale che aveva funzionato dentro la “camera di compensazione” del grande partito di massa (soprattutto in quello di governo)” (p. 133).

Le indicazioni della Salvati sono nella direzione di una rappresentanza federata e della costruzione di reti nazionali tra associazioni e istituzioni: “Nella prospettiva di una piena assunzione di responsabilità da parte della classe dirigente si gioca anche la scommessa di un passaggio indolore verso un’organizzazione della rappresentanza politica in cui, con molta probabilità, al grande partito a carattere territoriale nazionale si sostituirà una federazione di gruppi organizzati su base locale (presumibilmente regionale) e alleati in un Parlamento su grandi opzioni ideali generali. E’ un passaggio prevedibile perché inscritto nel venir meno del ruolo centrale svolto dal capitalismo industriale nella forma che è stata dominante negli anni Trenta-Settanta, quella di tipo fordista su dimensione nazionale.”(136)

“Se la storia insegna qualcosa, è che, rispetto alla multiformità della società civile, non serve alcuna forzata unanimità dall’alto di tipo formale: serve, bensì, una più convinta accettazione del melting pot costitutivo del territorio nazionale, incanalata in un consapevole sforzo di costruzione di reti di interdipendenze tra forme di associazioni e istituzioni a livello locale” (p.140).