Recensione

 

“Le storie di Dio” di Brunetto Salvarani

TI RACCONTO DIO

 

“A un rabbi, il cui nonno era stato discepolo del Baal-Shem fu chiesto di raccontare una storia.

“Una storia”, disse egli, “va raccontata in modo che sia essa stessa un aiuto”. E raccontò: ”Mio nonno era storpio. Una volta gli chiesero di raccontare una storia del suo maestro. Allora raccontò come il santo Baal-Shem solesse saltellare e danzare mentre pregava. Mio nonno si alzò e raccontò, e il racconto lo trasportò tanto che ebbe bisogno di mostrare saltellando e danzando come facesse il maestro. Da quel momento guarì. Così vanno raccontate le storie”. Questo racconto tratto dal testo di M. Buber “I racconti di chassidim rappresenta bene la potenza del narrare nella tradizione ebraica ed è uno dei testi più citati da Salvarani per rendere il senso complessivo, terapeutico del raccontare

Il filo conduttore del libro di Brunetto Salvarani sembra proprio la ricerca di quale sia il linguaggio con cui si possa parlare di Dio all’uomo del nostro tempo. E’ una ricerca che si dipana attraverso una rassegna, una narrazione della letteratura ebraica e israeliana,  della figura di Gesù nella letteratura, del rapporto tra la poesia e la preghiera.

La risposta è enunciata nel sottotitolo del libro “dal grande codice alla teologia narrativa”. Il discorso su Dio nel mondo cristiano per troppo tempo è stato affidato a dogmi, a teorie, ad argomentazioni razionali, bisogna invece riscoprire la fecondità del racconto, della narrazione, della letteratura, della poesia. In questo ci può essere maestro l’ebraismo, da sempre basato sul racconto, sulle storie sia nella Bibbia sia nei racconti dei chassidim.

Il libro di Salvarani è una miniera di informazioni per chi vuole accostarsi alla letteratura ebraica, da quella di Isaac Singer, con la storia di Gimpel l’idiota, a Primo Levi, ritornato alla ribalta col film La tregua, che da laico scopre attraverso la tragedia del lager la sua identità di ebreo. Ampia è la presentazione della letteratura israeliana di Agnon, di Yehoshua, di Grossman, di Oz, col passaggio dalle certezze del sionismo ai dubbi, alla crisi di identità, alla esplorazione di nuove prospettive. Bello poi è il capitolo su Chagall, sulla sua pittura che “sa volare”. Ricca di spunti e di riferimenti è anche la presentazione dei “volti di Gesù nella letteratura contemporanea”.

Ma come si può scrivere ancora racconti, come si può soprattutto parlare di Dio dopo Auschwitz? Questo è l’interrogativo più inquietante, che fa sperimentare la “radicale insufficienza del linguaggio (persino del linguaggio religioso!) a descrivere il male di Auschwitz...nonché della sua impossibilità a rappresentare, secondo i canoni del realismo ottocentesco, le cose, l’umanità e la realtà così come appaiono ai nostri sensi.” (p. 171) E’ con questo interrogativo che si sono cimentati gli scrittori ebrei, i pensatori, arrivando come Jonas a sostenere che “Dio non è onnipotente”, che la creazione presuppone un ritirarsi di Dio, in sintonia con quanto scrive il poeta padre Turoldo “Senza il “limite” tutto sarebbe Dio: non ci sarebbe nessuna salvezza dal panteismo. Mentre è così evidente che noi non siamo Dei”.

Forzando l’interpretazione del testo, possiamo chiudere con una domanda, una provocazione per una rivista che si occupa di storie di lotte per i diritti dei cittadini: come si è sviluppata una teologia narrativa, una pedagogia narrativa, è possibile una politica narrativa? Una politica meno ideologica, meno basata su strategie e tattiche e più capace di vivere e raccontare storie, racconti di liberazione?