diritti  e  solidarietà

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ORGANO UFFICIALE

N° 28/2001 - anno VI

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la terza riforma sanitaria

Veneziani, Giddens, Dahrendorf…

COMUNITARI, LIBERAL:movimento dei cittadini
QUESTO E’ IL PROBLEMA?

Le forme di una politica di base
di Antonio Giolo

Un nuovo bipolarismo: comunitari e liberal?

E’ stato ripetuto fino alla noia che la crisi delle grandi ideologie, dei "grandi racconti", ha lasciato un vuoto, ha creato disorientamento e ognuno si arrangia come può. E così sembra che "la tendenza generale, come scrive Marcello Veneziani, sia quella di convergere al centro attraverso l’assunzione di un residuo ideologico progressista sul piano etico-culturale e di un crescente pragmatismo liberista sul piano economico-sociale."(p. 3). Ma non mancano le proposte che tendono a ridisegnare le alternative politiche del futuro. Una di questa è proprio quella delineata nel suo testo "Comunitari o liberal, la prossima alternativa?", ed. Laterza, dal Veneziani.
E’ una provocazione stimolante che non ha mancato di suscitare interesse e discussioni.
Dato per scontato che la divisione destra – sinistra è obsoleta, egli individua nei due filoni, comunitario e liberal l’asse della politica di domani. Non manca il coraggio al politologo Veneziani!

 

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editoriale
i comitati misti in emilia romagna

2000:globalizzazione e solidarietà movimento dei La politica italiana sembra sempre più imbarbarita e accartocciata su se stessa, su problemi di basso profilo: affare Mitrokhin, polemiche sulla giustizia, conflitto di interessi di Berlusconi, postumi di Tangentopoli, governi instabili.
Il terzo millennio si apre, invece, su scenari mondiali che chiedono all’Italia e all’Europa un ruolo di indirizzo e di proposta.
A fronte di gravi controversie che spaccano le forze politiche e gli stati a livello planetario, come dimostrano le proteste di Seattle, ma anche i conflitti etnici dal Timor Est alla Cecenia al Kurdistan, l’Unione Europea non può rinunciare alle proprie responsabilità. Si deve intervenire per la soluzione dei problemi non solo quando i conflitti sono già scoppiati, ma quando li si può prevenire con politiche di convivenza e di sviluppo.   
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Questo può avvenire in primo luogo dando l’esempio a proprio interno di capacità di gestione efficiente e solidale della società, eliminando le ipoteche della mafia, gli squilibri territoriali, la lentezza della pubblica amministrazione, promuovendo uno sviluppo eco-compatibile e che non affami i paesi del Sud del mondo. Come possiamo meravigliarci della corruzione pubblica, dell’inefficienza che dilaga nelle classi dirigenti e nel corpo delle società del terzo mondo o dell’Est europeo, se l’esempio che danno i nostri paesi è di illegalità diffusa, di classi politiche almeno in parte corrotte o ambigue nei rapporti con la criminalità organizzata? Possiamo svolgere un ruolo di riferimento soltanto se la nostra società dà l’esempio di senso dello stato, di funzionamento corretto, di apertura agli altri, di collaborazione e accoglienza.

In secondo luogo, se globalizzazione deve essere, essa non può essere funzionale solo ai paesi forti, alle multinazionali, o giocata esclusivamente sul terreno economico. Deve essere possibile anche la globalizzazione politica ed umana, permettendo scambi, migrazioni, collaborazioni, evitando che questo comporti sradicamento e omologazione brutale. Sono spesso l’oppressione e la perdita di identità la miccia dei rigurgiti di fondamentalismo etnico e religioso. Non si può più limitarsi a chiedere il diritto di autodeterminazione dei popoli, si rischia di facilitarne la frammentazione e la miseria; occorre chiedere il governo democratico della diversità delle culture e delle economie attraverso forme statali complesse, federali ad ampia autonomia, di cui l’U.E. può essere un esempio. Le immense potenzialità offerte dalla tecnologia non possono essere sequestrate dai popoli ricchi, perché se il '900 è stato il secolo della questione sociale, delle lotte di classe all’interno degli stati e delle guerre fra i paesi sviluppati, per l’egemonia in Europa e nel mondo, il 2000 sarà il secolo degli scontri fra il Nord e il Sud del pianeta.

I cittadini scoprono, e non solo a Seattle, di poter influire sulle grandi scelte, di poter contribuire a delineare nuovi equilibri mondiali. Essi, però, non possono e non devono demandare, come troppo spesso hanno fatto nel ‘900, a nefasti leader carismatici di destra o di sinistra o a logiche imperialiste, il loro destino, ma debbono prendere su di sé la responsabilità del proprio futuro. Solo così può continuare quel cammino di liberazione che l’umanità, nonostante le tante tragedie, ha conosciuto nel nostro secolo e il 2000 può nascere sotto buoni auspici.


 

Le forme di una politica di base (segue)

 due filoni non sono molto conosciuti in Italia. Magari il filone liberal è più noto e, almeno da alcuni anni, sta ad indicare un recupero sul fronte progressista dell’impostazione liberale che in Italia ha significato nell’ultimo secolo posizioni conservatrici, a volte illuminate, ma sempre conservatrici. Ne è testimonianza la rivista "Liberal" di Adornato. Veneziani calca la mano su questa tendenza e anzi finisce per identificare tout court il filone liberal con la sinistra libertaria e progressista, fondata su una concezione individualistica e utilitaristica della società.

Sicuramente meno noto è il movimento "comunitario", un movimento di origine americana (i comunitarians), che ha i suoi ispiratori in MacIntyre, Etzioni, Taylor, e che intende rivalutare il rapporto tra l’individuo e la comunità. La sua filosofia è "il radicamento in un orizzonte sociale e culturale avvertito come orizzonte comune, plurale e significativo…Comunitario è chi assegna valore al legame sociale, religioso, familiare, nazionale, che non vive come vincolo ma come risorsa"(p. 11). Tutto ciò, secondo il Veneziani, si può concretizzare "nel riconoscimento di altre forme di rappresentanza che tengano conto delle appartenenze territoriali, delle categorie produttive, degli ordini professionali, (che potrebbero essere ridisegnati in chiave di rappresentanza) dei movimenti civili, delle fondazioni, dei soggetti culturali, sindacali e sociali. Una democrazia comunitaria si basa su una partecipazione plurale" (p. 45).

Ognuno dei due filoni ha la sua etica: etica dell’onore i comunitari, etica della generosità i liberal.

Non sappiamo se il bipolarismo del futuro sarà Comunitari contro Liberal. Abbiamo qualche dubbio come ce l’ha del resto Daherendorf. quando, commentando il libro di Veneziani, afferma che "i leader di successo combinano quello che (Veneziani) chiama liberalismo con quello che chiama comunitarismo. E’ proprio qui la forza della terza via". Suggerisce Daherendorf "anziché andare a caccia di nuove spaccature simili alle vecchie, cerchiamo di individuare nuove espressioni di conflitto".

A nostro modesto avviso la spaccatura che sta venendo è molto più marcata nella direzione

del problema Nord Sud del mondo. Questa sembra sempre più l’alternativa: la divaricazione fra chi ritiene che vada privilegiata la propria autorealizzazione, il proprio benessere di popoli occidentali, la propria sicurezza, costi quello che costi, e chi ritiene che, senza ingenuità, ma con realismo e lungimiranza, bisogna farsi carico dei problemi di sviluppo di tutto il pianeta e delle compatibilità di questo sviluppo. Questo è l’asse che probabilmente dividerà sempre più la politica, la religione e la cultura. E si vede ogni giorno di più come questo sia il conflitto che va crescendo in modo inquietante.

Nuove forme di partecipazione politica

Un aspetto però riteniamo interessante nel libro del Veneziani ed è la valorizzazione del filone dei "comunitarians", non perché esso debba essere la nuova ideologia politica, ma perché può fornire, pur con alcune ambiguità conservatrici che lo caratterizza, qualche indicazione utile su come rifondare una politica che, se identificata con i partiti, vede sempre più restringersi la partecipazione e il coinvolgimento dei cittadini.

Non a caso, anche nelle frasi citate, ma soprattutto in tutta la parte del libro dedicata ai comunitari riscontriamo delle notevoli affinità con alcune affermazioni sulla partecipazione dei cittadini contenute nel testo "La terza via" di Anthony Giddens, ed. Il Saggiatore. Per terza via Giddens, direttore della London School of Economics e considerato l’ispiratore di Tony Blair, considera la terza via una alternativa sia alle disuguaglianze del neoliberismo, sia alle rigidità del vecchio socialismo, per realizzare una società dinamica che non escluda i ceti più deboli.

Secondo Giddens "la coesione sociale non può essere garantita dall’alto dall’azione dello stato o appellandosi alla tradizione. Dobbiamo costruirci le nostre vite in modo più attivo di quanto non fosse vero per le generazioni che ci hanno preceduto, ed essere più attivi nell’accettare le responsabilità di ciò che facciamo…" (pag. 49). "Nessun diritto senza responsabilità" (pag. 72)

Per Giddens la partecipazione alla vita politica in questi anni è radicalmente cambiata, sempre meno sono coloro che partecipano alla vita dei partiti. Questo non significa però che la partecipazione in quanto tale non ci sia più "Negli anni ottanta…i movimenti sociali e altri gruppi portavano in primo piano temi che non rientravano nella tradizione politica socialdemocratica: ecologia, diritti degli animali, sessualità, diritti dei consumatori e molti altri…Ulrich Beck parla dell’emergere della sub-politica’ – politica che è migrata lontano dal parlamento e verso gruppi che agiscono nella società in nome di una causa specifica" (pag. 58).

"I movimenti sociali, le associazioni a rivendicazione unica, le ONG e altre associazioni di cittadini certamente svolgeranno un ruolo durevole e continuato, dal livello locale a quello mondiale. I governi dovranno essere pronti ad imparare da essi, a reagire alle tematiche che sollevano e a negoziare con essi, e così dovranno fare le grandi imprese e altri organismi economici e finanziari" (pag. 62).

Sulla partecipazione dei cittadini Giddens scrive ancora : "La pressione verso il basso della globalizzazione introduce non solo la possibilità ma la necessità di forme di democrazia in aggiunta al processo elettorale ortodosso. Il governo potrà ristabilire un contatto più diretto con i cittadini, e i cittadini col governo, tramite "esperimenti di democrazia": democrazia locale diretta, referendum elettronici, giurie di cittadini e altre possibilità" (pag. 80) E ancora: "Perciò il calo di fiducia nei politici e in altre figure d’autorità è visto come indizio di un’apatia sociale generale. Come si è detto non è così – forse è vero l’opposto. Una società che diviene sempre più autonoma è anche una società caratterizzata da lati livelli di autorganizzazione" (pag. 84).

Giggens cita lo sviluppo dei piccoli gruppi negli Stati Uniti, i gruppi di self-help, la crescente partecipazione delle donne a tali gruppi, l’imprenditorialità sociale, la democratizzazione della famiglia. Oltre a Giddens potremmo citare anche la riscoperta della concezione repubblicana dello stato in cui "l’impegno sociale, la partecipazione politica, l’advocacy e soprattutto la virtù civile giocano un ruolo più impostante di quanto non sia nell’ambito liberale", contenuta nel libro "Repubblicanesimo" di Maurizio Viroli, ed. Laterza. Il problema cruciale però è: quale ruolo assegniamo ai cittadini in questa concezione? Molti infatti, anche fra i teorici della terza via, finiscono nel relegarli a un ruolo secondario e marginale rispetto alla grande politica.

Politica e Cittadinanza

Qualche anno fa Dahrendorf affermava che "è comune la sensazione che nella cittadinanza siano presenti degli elementi capaci di definire i bisogni del futuro (e su questo non si può non essere d’accordo) ma poi ciascuno procede a piegare il senso del termine per andare incontro alle proprie personali inclinazioni. La destra preferisce parlare di "cittadinaza attiva" allo scopo di sottolineare i doveri dei cittadini. La sinistra cerca di elaborare una nozione di "cittadinanza comunitaria" che vuole combinare la solidarietà con i diritti sociali e l’assistenza (welfare rights)".

Noi preferiamo parlare inoltre di cittadinanza responsabile o di cittadinanza universalistica. Il problema resta comunque quello di un aggiornamento della politica su questo versante.

Le tipologie della partecipazione che sono venute crescendo sono molteplici: dai Comitati dei Cittadini ai Centri per i diritti del malato, alle organizzazioni che operano nella solidarietà internazionale, nel commercio equo e solidale, nell’aiuto agli immigrati.

Ci sono delle caratteristiche comuni in questa partecipazione, quali la concretezza, la voglia di cambiare da subito e in modo operativo. Ma anche il desiderio di partecipare in modo libero, senza troppi vincoli, in relazione alle emergenze, conciliando il tutto con i propri ritmi di vita, con i propri interessi, con i propri bisogni.

Questo impone un ripensamento radicale del fare politica, ma anche la creazione di modalità di governo che sappiano recepire la partecipazione dei cittadini. Molte istituzioni sono state pensate in tempi in cui la maggioranza della gente era passiva od oppressa. L’iniziativa dei cittadini ha bisogno non di riconoscimenti formali, ma di spazi concreti, come le "sale civiche", un sistema efficiente e coordinato di difensori civici, forme di consultazione sui progetti e sulle scelte. Altrimenti il potere oscilla tra autoritarismo e anarchia e il cittadino reagisce con l’assenteismo o la protesta sterile e qualunquista.

La democrazia di una società avanzata, con l’istruzione di massa che si sta spostando su livelli medio-alti, per cui l’informazione è pervasiva e inflazionata, esige una complessità operativa che permetta una responsabilizzazione diffusa e articolata dei cittadini. Altrimenti si crea un ingorgo della partecipazione e si finisce che prevalgono i poteri forti o si ripresentano tendenze pericolose di segno populista caratterizzate da leadership autoritarie, che cavalcano la paura e la rabbia di cittadini che si sentono impotenti ed espropriati della loro sovranità.