Il business farmaci alla base delle tangenti nella sanità                                                             

 

Come impedire il ripetersi dello squallido intrigo

 

di Alberto De Toni

 

Le cronache delle tangenti sui farmaci sono mortificanti. Ogni volta che il prezzo dei farmaci aumentava, l'ex ministro De Lorenzo e il suo clan del comitato interministeriale prezzi per i farmaci (il Cip) intascava la percentuale di tangenti. L'accusa è pesante: associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e all'illecito finanziamento ai partiti - come riportato da Ottavio Ragone e Antonello Velardi in un articolo di Repubblica del 9 Luglio '93.

Tra i latitanti spicca Duilio Poggiolini (cattedra di Igiene presso l'università di Roma), eminenza grigia del ministero, direttore generale del servizio farmaceutico ed ispiratore delle scelte del governo nel settore dei medicinali, presente negli elenchi della loggia P2. Nel libro nero della procura ci sono tutti i membri del comitato interministeriale, a cominciare da Elio Guido Rondanelli, arrestato a Pavia, uno dei più illustri clinici italiani (libero docente di Istologia, Embrologia generale e Patologia speciale, direttore scientifico del San Matteo di Pavia), Francesco Antonio Manzoli, direttore dell'Istituto Superiore di Sanità (docente universitario a Bologna di Anatomia e a Chieti con oltre 200 pubblicazioni scientifiche), e Antonio Brenna anch'esso docente universitario. Se non si fosse suicidato prima, sarebbe finito in carcere anche Antonio Vittoria, preside della Facoltà di Farmacia di Napoli, indicato come il braccio operativo di De Lorenzo. Come è stata smascherata la truffa? Decisive le confessioni di Giovanni Marone, segretario del ex-ministro e autore di un memoriale fondamentale per le indagini.

Il cuore della truffa era appunto il Cip. Brenna nominava i relatori dei fascicoli (Vittoria, Manzoli, Poggiolini ecc.) i quali assicuravano il via libera alle pratiche per l'aumento del prezzo dei farmaci. In alcuni casi, i membri del comitato intascavano direttamente le mazzette. Un esempio: secondo i pm (Domenico Zueli, Nunzio Fragliasso, Arcibaldo Miller, Alfonso D'Avino) e il gip (Laura Triassi), il titolare di un'industria, Stefano Poli, consegnò 400 milioni a Manzoli, 120 a Poggiolini, 300 a Vittoria, 300 a Rondanelli e 400 a Balsano (altro relatore dei fascicoli nel Cip). Rondanelli, interrogato a Milano, avrebbe ammesso tutto, compreso il versamento di una parte della quota (100 milioni) a Vittoria.

Non solo. Gli imprenditori erano costretti a comprare i favori del ministro. 100 milioni a De Lorenzo da Ventra (ha confessato), 300 da De Vita, interessato alla revisione del prezzo di medicinali obsoleti. Biasi avrebbe fornito materiale elettorale al PLI senza fatture: tanto pagavano le case farmaceutiche.

In questa girandola di tangenti, favori e connivenze suona stridente l'attenzione al paziente e ai costi sostenuti dal cittadino-contribuente. Per impedire il riproporsi di tali fatti, la domanda che ci si deve porre è la seguente: sarà sufficiente disporre nel prossimo futuro di persone "oneste" al Ministero e in generale nelle strutture come il Cip, o sono necessari piuttosto meccanismi diversi da quelli che hanno reso possibile questo squallido mercato delle tangenti?

Perché ad esempio per l'approvazione dei farmaci non è obbligatoria una valida e corretta documentazione scientifica che ne chiarisca il grado di innovazione e l'efficacia terapeutica?

In un articolo curato da Gianna Milano - apparso su Panorama del 18 Luglio '93 - è riportata l'opinione di Gianni Tognoni, uno dei maggiori esperti italiani in fatto di farmaci, che dal suo osservatorio privilegiato, l'istituto Mario Negri di Milano, non ha mai smesso di vigilare e denunciare la crescente distorsione del consumo dei medicinali nel nostro Paese.

«Per anni noi abbiamo denunciato nelle sedi più disparate, non solo scientifiche, questa via italiana alla farmacologia. Un fenomeno irrazionale, tipicamente nostro. Una sindrome multimiliardaria che si può capire solo facendo l'epidemiologia, non dei malati, ma dei decreti ministeriali. Decreti che hanno portato all'approvazione di medicinali sempre più costosi e spesso inutili. E tutto scritto, tutto ufficiale, basta avere la pazienza di leggere, attraverso quei decreti ministeriali, la storia della farmacologia italiana degli ultimi quindici anni».

Nella classifica dei farmaci più venduti in Italia, su venti, sei non hanno un'adeguata documentazione che provi il loro ruolo terapeutico. Sono gangliosidi, carnitina e acetilcarnitina, timopentina, citicolina, timostimolina, ubidecarenone. Il fatturato di questo pacchetto di sostanze, prive di provata affidabilità scientifica e clinica, supera i 2 mila miliardi di lire: circa un sesto del totale della spesa farmaceutica in Italia. «Dietro ciascuna di queste sostanze c'è una storia poco chiara» dice Tognoni. La carnitina ha un mercato di quasi 450 miliardi, ha fatto la fortuna della Sigma Tau e di Claudio Cavazza, ex presidente della Farmindustria, di area socialista. E i gangliosidi, terzi in classifica con 534 miliardi, hanno fatto la fortuna della Fidia, dietro cui c'è tutto un capitolo della finanza e della politica italiana, dietro cui c'è la Dc di Giulio Andreotti e un abile manager, Francesco Della Valle.

A cosa serve la carnitina? A tutto, secondo il foglietto illustrativo che accompagnava le sempre più costose confezioni, e a niente. I deficit congeniti di carnitina sono infatti molto rari. E dunque? «Prima si è partiti dicendo che aveva un effetto benefico sul tono muscolare. Si racconta di un cardiologo che la somministra ai suoi cani da caccia per renderli più scattanti» dice Tognoni. «Poi, man mano, le indicazioni per questo farmaco si sono ampliate. Si è detto che era molto utile anche per l'infarto, mentre al massimo si fanno ricerche su un suo derivato».

Succede sempre così, quando il mercato è saturo: si amplia la prescrizione e si aumenta il prezzo. Con un decreto del 16 giugno scorso il prezzo della carnitina, che peraltro non era mai uscita dal prontuario, è stato aumentato del 74 per cento.

«E' un tipico esempio di farmaco di cui si conosce l'attività farmacologica, ma non quella terapeutica. Dal punto di vista descrittivo biochimico si sa molto, ma non altro» afferma Albano Del Favero, chimico-medico dell'università di Perugia che faceva parte della Cuf (Commissione unica farmaci) e ne venne fuori ai tempi del lancio del Cronassial, il ganglioside della Fidia che il 12 marzo è uscito insieme ad altri cinque gangliosidi dal prontuario per rientrarci, con un altro decreto del ministero della Sanità, il 19 marzo. Ora sono rientrati tutti per le prescrizioni «specialistiche». Ma quali? Più o meno tutte: diabetologia, ortopedia, traumatologia, neurologia. Come è possibile che specialisti non sappiano e prescrivano farmaci inutili? «Tutti conniventi» risponde Tognoni. E come mai gli esperti della Commissione per il farmaco, 32 cattedratici, tutti illustri, hanno reso possibili operazioni oscure come quelle dei gangliosidi o della carnitina?

«I criteri usati in Italia per la registrazione di un farmaco non sono restrittivi come quelli negli Stati Uniti o nei Paesi del Nord Europa» risponde Del Favero. «Una documentazione scientifica è giudicata valida secondo criteri molto soggettivi, e quindi opinabili. Non esiste una legge che stabilisca come deve essere una documentazione scientifica (quanti i pazienti, quanti studi controllati...) e le distorsioni sono facili».

Sprechi e confusione sono stati alimentati per anni da chi avrebbe dovuto invece fare chiarezza. Il gennaio scorso, ostentando rigore scientifico e intento moralizzatore il plurinquisito ministro della Sanità, Francesco De Lorenzo, ha fatto uscire dal prontuario 704 prodotti commerciali, corrispondenti a 488 specialità medicinali e 173 principi attivi. «Erano tutti farmaci non più prescritti, ormai obsoleti, a basso prezzo» dice Luigi Bozzini della Usl 25 di Verona che da anni pubblica un notiziario di informazione, Dialogo sui farmaci. A marzo, solo due mesi dopo, 189 prodotti commerciali e 59 principi attivi, di cui 24 sono copie di specialità già in prontuario, sono stati silenziosamente approvati per la registrazione. «Il prezzo medio dei 189 prodotti inseriti è sulle 40 mila lire, sei volle superiore a quello dei farmaci esclusi in gennaio» continua Bozzini.

Tra i prodotti «nuovi» ci sono 21 immunomodulatori. A cosa servono? Secondo gli immunologi la loro efficacia è tutta da dimostrare. In teoria sono ricostituenti del sistema immunitario e dovrebbero sostenerlo in situazioni di crisi, dopo una radioterapia oppure dopo un intervento chirurgico, per evitare le complicazioni infettive. Come gli altri ricostituenti cardiaci e neurologici, travestiti da grandi ritrovati biochimici, di sicuro hanno solo il prezzo: molto elevato. Per esempio, le iniezioni di estratti timici, come il Tp1, costano 100 mila lire l'una. «Ci sono pediatri che prescrivono l'immunomodulatore al bambino che fa tre raffreddori di fila oppure geriatri che la danno agli anziani con la bronchite cronica» sostiene Tognoni. «E' un'altra lobby quella degli immunomodulatori. E dietro ogni prodotto ci sono specialisti disposti sempre ad avallarli scientificamente».

L'elenco dei farmaci inutili, costosi e di dubbia efficacia, inseriti in prontuario, è lungo. L'interferone, una proteina naturale prodotta ora con le biotecnologie, che dovrebbe avere una prescrizione mirata e limitata (tumori rari ed epatiti croniche), viene dato anche per lavaggi vescicali, come hanno denunciato alcuni farmacisti delle Marche. Nella classifica dei venti farmaci più venduti è al sesto posto con 324 miliardi l'anno. Spesso il medico prescrive l'ultima novità perché pensa che funzioni di più. «E poi come districarsi nella giungla delle novità, quando le uniche fonti di informazione scientifica sono spesso solo quelle commerciali?» si chiede Silvio Garattini, direttore dell'istituto Mario Negri, che nel 1972 lasciò la Commissione farmaci dell'Inam perché non accettò il suo prontuario di medicine essenziali. «La competenza di un medico in fatto di farmaci andrebbe periodicamente aggiornata: autonomia; libertà nella sua professione dipendono dalla qualità delle sue informazioni». E ci sono tanti modi, leciti e non, per convincere un medico. Convegni, congressi e dibattiti, possibilmente in ridenti e assolate località lontane dal caos cittadino. Viaggio e soggiorno: tutto spesato.

Cos'è un farmaco essenziale? I criteri per definirlo sono due: deve avere sicura efficacia terapeutica e, a parità di efficacia, deve essere il meno costoso. Invece il prontuario è farcito di sostanze che non solo non hanno alcuna giustificazione scientifica, ma sono anche estremamente care. Tra i farmaci inutili ci sono le ferritine (22 le specialità sul mercato) prescritte nelle anemie da cattivo assorbimento del ferro e le calcitonine (oltre 600 miliardi di fatturato l'anno) che dovrebbero prevenire l'osteoporosi. Tra i farmaci super costosi le cefalosporine,  gli antibiotici di ultima generazione (molto più dispendiosi delle penicilline) e che, secondo Tognoni, hanno una giustificazione solo se usati in ospedale.

A proposito di prezzi dei farmaci, Alberto Malacrida ha appena ultimato per la Regione Lombardia un'indagine: per i primi quindici medicinali più venduti in un anno, la Regione ha speso 350 miliardi, ma ne avrebbe spesi 250 se li avesse comperati in Francia. «Il confronto con gli altri Paesi serve solo se si guarda dentro le confezioni» dice Garattini. «Il costo della scatola può essere più elevato, ma dentro le pastiglie sono il doppio e perciò la terapia costa meno». I prezzi imposti dalla Commissione farmaci del Cip (Comitato interministeriale prezzi) sono stati troppo alti anche per farmaci essenziali come l'aspirina. Come mai?

Scoperto l'inganno, ora bisogna decidere che fare. Eliminare il prontuario, come ha proposto il nuovo ministro alla Sanità, Maria Pia Garavaglia? «Direi proprio di no. Bisogna fare un elenco dei farmaci che veramente servono per curare tutte le malattie, e 400 principi attivi e 2 mila confezioni bastano» afferma Garattini. «Il prezzo del medicinale dovrebbe essere libero e lo Stato dovrebbe fissare soltanto la cifra di ciò che mette in prontuario. Farmaci uguali devono lo stesso prezzo e in prontuario devono entrare solo quelli che, a parità di efficacia, costano meno». E, a partire da gennaio 1995, ci sarà un'agenzia europea per i farmaci che farà da coordinamento per tutti i Paesi. Dove sarà? «Forse in Gran Bretagna» conclude Tognoni. «Un Paese modello per quanto riguarda la gestione dei farmaci». E a dirigerla non sarà Duilio Poggiolini, il direttore inquisito del servizio farmaceutico italiano, che tra le sue aspirazione aveva anche quella.