diritti  e  solidarietà

DeS telematico

ORGANO UFFICIALE

N° 31/2002 - anno VIII

Numero speciale sul Seminario di Rimini del
Movimento dei Cittadini - 9/10 settembre 2000

“DEMOCRAZIA ASSOCIATIVA E 
TUTELA DEI DIRITTI”

 “democrazia associativa” si va sempre più imponendo nell’ambito della elaborazione teorica e della pratica sociale come una proposta di uscita dalla crisi delle forme della partecipazione politica. A fronte della crisi degli strumenti tradizionali della politica, i partiti, e della disaffezione crescente dei cittadini verso le elezioni e verso le stesse istituzioni democratiche, emerge la necessità di individuare nuove reti di rappresentanza che, senza eliminare i canali tradizionali della democrazia, contribuiscano ad offrire ai cittadini nuove opportunità di partecipazione. Su questo il Movimento dei Cittadini ha riflettuto a Rimini nel proprio seminario annuale il 9 e 10 settembre, invitando un esperto, il sociologo dott. Matteo Bortolini, dirigenti nazionali rispettivamente delle Acli, Fabio Protasoni, della Legambiente Angelo Mancone. 

I loro interventi, come quelli degli esponenti del movimento, riportati all’interno del giornale, possono offrire ai lettori una nuova pista di riflessione. Vittorio Foa recentemente si è chiesto “Siamo di fronte ad un cambio di paradigma? Prendono corpo nuove forme di rappresentanza?” e ha risposto “Può essere e non ci deve spaventare. Ma il futuro è il destino degli altri e non possiamo non occuparcene. Soprattutto in una fase così ricca di sfide formidabili”. 

editoriale
il documento di discussione
relazione di Bortolini
intervento di Fabio Protasoni
intervento di Angelo Mancone
intervento di Giovanni Spasiano
intervento di Antonio Giolo
intervento di Alberto De Toni
intervento di Paola Poli
intervento di Liliana Pilla
Intervento di Eugenio Sinesio
intervento di Anna Orrù

la tutela dei diritti note di
Aldo Thiella | Paolo Cozzi Lepri

GENETICA, CLONAZIONE, BIOTECNOLOGIE:

LE NUOVE FRONTIERE DELLA MEDICINA movimento dei cittadini

Molti di noi hanno operato in questi anni a tutela dei diritti del malato e hanno dato un contributo, piccolo o grande, a cambiare la condizione del malato dentro e fuori degli ospedali. Il malato è oggi un po’ meno subalterno di quanto era solo 20 anni fa. La stessa diffusione delle tematica della “qualità” nelle aziende sanitarie ha cominciato a richiamare l’attenzione degli operatori sul rapporto con i malati. Ciò non significa che tutti i problemi siano risolti, I criteri eccessivamente economicistici hanno spesso inquinato le finalità di cura, hanno trascurato le fasce deboli della popolazione, come gli anziani non autosuf- ficienti o i malati di mente. Aumenta nei cittadini la ri- chiesta di tutela legale, senza che le strutture sanitarie si siano date sistemi efficienti di arbitrato interno.       

brevi informazioni

 


(segue editoriale)

In questi anni la medicina è molto cambiata. Si è passati dalle degenze inutili, perché troppo protratte a degenze lampo, ai day hospital, alle day surgery. Nuove sfide però sono all’orizzonte e devono vedere i cittadini sempre più vigili e protagonisti. Lo scontro sul problema impropriamente chiamato della clonazione, cioè sull’uso delle cellule embrionali per la produzione di organi, ha posto drammaticamente all’opinione pubblica la gravità delle scelte che ci stanno davanti. Le scoperte nell’ambito della genetica, con la futura diffusione di test genetici per scoprire le malattie da cui saremo colpiti nella terza età, per personalizzare i farmaci, per sconfiggere malattie oggi inguaribili, sono destinate a cambiare il tipo di medicina che conosciamo. Alcune sperimentazioni e produzioni provocano un rifiuto istintivo nella maggior parte delle persone, come i prodotti “OGM”, altre incontrano accoglienza più favorevole, come i test genetici che servono a prevenire o a curare le malattie, altre sono oggetto di serrati dibattiti, come l’utilizzo di embrioni o l’inseminazione eterologa. C’è però un grave ritardo nell’informazione che viene data al cittadino. Pochi sanno realmente di che cosa si sta parlando. Gli stessi mass media rincorrono le polemiche degli schieramenti favorevoli e contrari. In Italia si oscilla spesso tra l’opposizione per principio ad ogni novità che venga avanti nel mondo scientifico e l’adesione acritica che non si pone la questione delle conseguenze etiche delle scelte e delle pratiche mediche. Oppure si opera nella doppiezza, non affrontando i nuovi problemi, rinviando l’adozione di normative adeguate, e fingendo di ignorare quanto poi gli sperimentatori più coraggiosi o più irresponsabili vanno facendo in modo più o meno occulto.

Con queste nuove frontiere tutti dovremo confrontarci sempre di più, perché ancora una volta la medicina non sia asservita unicamente alla logica del profitto o a agli interessi delle corporazioni sanitarie ma risponda ai bisogni di salute dei cittadini, di una salute non meramente biologica ma complessiva..

Come ha dichiarato recentemente Vittorio Foa[1]”L’innovazione scientifica non avanza più tanto sul terreno informatico quanto su quello – più drammatico e inquietante – del controllo della vita e della morte. La biologia, la medicina, la genetica . Non sappiamo cosa si prepara nei grandi laboratori pubblici e nei piccoli centri privati. Sono necessarie regole internazionali e va tenuto presente che la ricerca non la ferma nessuno. Dobbiamo chiedere controlli, sapendo però che non bastano, che occorre educarci ad una responsabilità individuale più alta. I cittadini devono essere coinvolti e resi consapevoli che tutto ciò che avviene li riguarda in prima persona.”


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[1] Paolo Francesconi, Il “padre storico” Vittorio Foa “Questa sinistra così conservatrice”Il Gazzettino, 29/09/2000, p. 4.

 

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PER UN MAGGIORE PROTAGONISMO DEI “CORPI INTERMEDI”

Fabio Protasoni, dirigente nazionale delle Acli e segretario del Forum Permanente del Terzo settore

 

La democrazia associativa vista dalle Acli e dal Legambiente

Al Seminario di studio del MC a Rimini sono stati invitati i dirigenti nazionali di due importanti associazioni, Fabio Protasoni delle Acli e Angelo Mancone di Legambiente per discutere della democrazia associativa e della proposta del Senato delle Autonomie Sociali.

 

Faccio parte di due organizzazioni, una che ha cinquantacinque anni di storia, legata alla matrice cristiana e al mondo del lavoro, che raccoglie 800 mila iscritti, che fa impresa, oltre ai circoli, al patronato e all’Enaip, e del Forum del Terzo settore che raccoglie quasi 100 organizzazioni di diversa natura.

La “democrazia associativa” richiede una progressiva consapevolezza di noi stessi e ha a che fare con la complessità delle istituzioni, delle parti che sono in gioco, dei soggetti che la propugnano.

Pensate all’influenza che la globalizzazione ha sul costume; pensate a come si sono diffusi i tatuaggi che sono una pratica thailandese che indica la fedeltà nel matrimonio: capite perciò quale inversione di significati. L’80 % della produzione televisiva trasmessa dai diversi canali in Italia proviene dall’America. Questa globalizzazione mette in crisi una struttura importantissima senza la quale noi non siamo in grado di pensarci e sono i meccanismi della rappresentanza.

Ci sono tre elementi che secondo me hanno bisogno di approfondimento. Innanzitutto la necessità di pensare, di pensiero. Ci vuole uno sforzo per pensare nuove strutture della rappresentanza, una nuova visione di società, se no questo fiume in piena ci travolgerà.

Non condivido un modello di democrazia associativa che prescindesse dai valori e prendesse in considerazione solo l’individuo e i suoi bisogni e trascurasse i motivi di fondo che tengono insieme, che producono la coesione sociale. Non si può rimanere insensibili, come tendono a fare per indifferenza per egoismo, per ideologia, per interesse tanti, non solo nei confronti degli immigrati che ci vengono in casa, ma anche dei milioni che muoiono di fame e a quanti missionari e laici si danno da fare per cambiare una situazione atroce. Tornare a pensare è già contraddittorio con una globalizzazione che tende ad accelerare i processi, a correre.

Un’aggregazione collettiva deve essere capace di discernimento, deve essere capace di scegliere. I soggetti che possono far parte della democrazia associativa, del “Senato delle autonomie sociali” da voi proposto, non possono essere soggetti neutri, sono soggetti di parte. E bisogna fare i conti con quella che il card. Martini chiama l’”accidia della politica”, l’incapacità di scegliere.

Ci vuole innovazione, sperimentazione.

Quattro sono le piste di ricerca che i “corpi intermedi”, quelli che tengono insieme la società devono affrontare: il lavoro, l’Europa, l’economia sociale, la democrazia.

Il lavoro è lo strumento principale di identità sociale e di liberazione dall’esclusione.

Siamo alla vigilia dell’approvazione della Carta dei diritti dei cittadini europei, che dovrebbero essere l’embrione della Costituzione europea. La bozza attualmente predisposta è insoddisfacente, fa addirittura passi indietro rispetto ai trattati vigenti. L’Europa può mettere in campo un ruolo storico epocale nei confronti dei processi della globalizzazione.

Il Forum del Terzo settore, dentro il percorso della democrazia associativa, della possibilità di partecipare là dove si decide il bene comune, è una tappa importantissima. E’ la prima volta che un soggetto fatto da un’associazione di associazioni è diventato un soggetto della concertazione; il governo ci chiama insieme alla Confindustria e al sindacato a verificare la Finanziaria e le scelte di governo. Le istituzioni tengono conto dei soggetti che fino a pochi anni fa non c’erano: associazioni di promozione sociale, cooperative sociali, ecc.. Tutte organizzazioni che hanno al fondo l’idea della solidarietà tra persone. Potete pensare se valga la pena aderire anche per voi.

Sulla democrazia associativa non ho riflessioni particolari, ma tante domande e tante piste di ricerca. La democrazia è stata un processo di liberazione per tanti popoli e se adesso è in crisi per i processi di globalizzazione, per la sempre maggiore complessità delle nostre società anche locali, e il metodo della maggioranza comincia a diventare inefficace. Secondo il principio di appagamento di Galbraith, una maggioranza appagata del proprio benessere tende ad escludere la minoranza, a rinchiudersi nella cittadella dei garantiti e a lasciare fuori tutti gli altri. Allora il problema non può essere risolto solo in termini di maggioranza e di voto. Non certo ricorrendo a meccanismi autoritari, ma facendosi carico di questi problemi della minoranza, se no il sistema crolla ed è inevitabile che i più deboli ci rimetteranno. E’ questa la riflessione delle Acli. Questa nostra ricerca di soggettività che i movimenti come le Acli, il Movimento dei cittadini siano in grado di assumere ruoli crescenti non tanto di governo della cosa pubblica, ma nella capacità di assumere un ruolo di individuazione dei progetti, di responsabilità pubblica nella vita della società, esige una riforma della politica. Noi dobbiamo mettere sempre di più all’interno delle nostre “mission” anche questo: la riforma dei partiti, dei gruppi dirigenti, delle culture che sottendono quelle organizzazioni.

Credo che ci debbano essere due processi paralleli e altrettanto importanti: un sempre maggiore protagonismo, una soggettività dei corpi intermedi e una forte riforma della politica.

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DEMOCRAZIA ASSOCIATIVA E TUTELA DEI DIRITTI”

Seminario di studio del Movimento dei Cittadini a Rimini, 9/10 settembre 2000

 

La “democrazia associativa” si va sempre più imponendo nell’ambito della elaborazione teorica e della pratica sociale come una proposta di uscita dalla crisi delle forme della partecipazione politica. A fronte della crisi degli strumenti tradizionali della politica, i partiti, e della disaffezione crescente dei cittadini verso le elezioni e verso le stesse istituzioni democratiche, emerge la necessità di individuare nuove reti di rappresentanza che, senza eliminare i canali tradizionali della democrazia, contribuiscano ad offrire ai cittadini nuove opportunità di partecipazione. Su questo il Movimento dei Cittadini ha riflettuto a Rimini nel proprio seminario annuale il 9 e 10 settembre, invitando un esperto, il sociologo dott. Matteo Bortolini, dirigenti nazionali rispettivamente delle Acli, Fabio Protasoni, della Legambiente Angelo Mancone. I loro interventi, come quelli degli esponenti del movimento, riportati all’interno del giornale, possono offrire ai lettori una nuova pista di riflessione. Vittorio Foa recentemente si è chiesto “Siamo di fronte ad un cambio di paradigma? Prendono corpo nuove forme di rappresentanza?” e ha risposto “Può essere e non ci deve spaventare. Ma il futuro è il destino degli altri e non possiamo non occuparcene. Soprattutto in una fase così ricca di sfide formidabili”.

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UNA DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA

Dalla relazione  del  prof.  Angelo  Mancone della Legambiente

 

L’evoluzione dell’ambientalismo

Vorrei trattare di alcune caratteristiche di questa che voi avete chiamato “democrazia associativa”.

Assistiamo ad un patto tra benessere e rinuncia ad orientare i processi. E, in sostanza, questi sono i risultati di una integrazione mondiale che si porta come conseguenza l’incapacità di affrontare problemi sociali, ambientali, di diritti e di democrazia.

Legambiente è nata negli anni ‘70 quando cresceva le preoccupazioni per le minacce portate dallo sviluppo alla conservazione degli ecosistemi. Ma oggi l’ambientalismo non può limitarsi ad ammonire sui rischi che corre l’umanità. In un mondo che si dibatte tra la fine della ideologia e di un pensiero unico trionfante deve compiere un salto di qualità, deve proporsi come bussola capace di dare senso alle domande per umanizzare la globalizzazione Dobbiamo convincerci che la nostra prospettiva guarda al futuro e che modificare gli stili di vita serve non soltanto a fermare la crisi ecologica ma anche ad accrescere gli spazi di libertà.

Dobbiamo mettere il massimo impegno per incrociare queste tesi con il protagonismo sociale e civile di quanti individui e gruppi non si rassegnano allo status quo e perseguono obbiettivi di liberazione: movimenti per la pace, movimenti e sensibilità consumeristiche, movimenti per i diritti civili, e farli incontrare con tutti gli interessi che possono trovare vantaggio nei cambiamenti per i quali ci battiamo.

 

Le associazioni interpretano i bisogni dei cittadini?

Abbiamo cominciato nel 92-93 sul lavoro a verificare quanto si potesse fare per poter incrociare l’esperienza delle organizzazioni sindacali e di una associazione come la nostra.

La funzione pedagogica dei partiti, dei sindacati, nel vostro documento, ed è una riflessione ormai diffusa, non c’è più. Il ruolo delle associazioni è quello vitale, sicuramente, però contemporaneamente comincio a pormi dei problemi. Ad esempio, le associazioni non sono un qualcosa di ben definito e di sempre identico nella loro vita, hanno delle trasformazioni, la loro vita cambia nelle varie fasi che attraversano. E ci si può chiedere se esse siano animate da quello stesso tipo di attività, dalla militanza, dalla partecipazione forte che le animava fino a qualche anno fa. Varrebbe la pena di riflettere sul fatto che le associazione che hanno dei loro contorni ben definiti stanno cambiando completamente. e allora per me il problema è questo: sono capaci di incrociare i bisogni che vengono dall’esterno, i bisogni che emergono in ogni momento, in qualunque ambito di un territorio?

 

I Comitati si occupano del bene comune?

Penso al fenomeno dei comitati, che può essere giudicato criticamente per alcuni aspetti, ma che io vorrei riprendere come sintomo di una situazione. Come li collochiamo? Sono sicuramente un associazionismo anche loro con una vita precaria delimitata dall’identificazione del problema e dal raggiungimento dell’obbiettivo che si erano posti. Nascono nei posti più impensati. In una ricerca sui comitati si dice, in una intervista “ci siamo visti quelli di una certa via dal cocomeraio e abbiamo incominciato a discutere delle questioni della nostra strada.”

Le associazioni  sono l’unica espressione dei problemi che si manifestano in un territorio e ne sono l’unico canale, oppure dobbiamo cominciare a capire chi sono questi soggetti precari, molto precari, dei quali però bisogna dire anche un’altra cosa: qual è il loro tasso di partecipazione alle vicende politiche, è alto, è basso? Intendo per tasso di partecipazione l’allontanarsi dopo il raggiungimento dell’obbiettivo, che è proprio di realizzare la strada, non fare impiantare una discarica nei pressi del paese ecc. Riescono a mantenere una loro attività di continuità nei confronti di problemi che non sono così immediati, così vicini?

Il secondo fatto che porrei, per esempio, è un altro: l’associazionismo si batte sempre per buoni obbiettivi? Non mi pare. La questione dei comitati sorti per allontanare l’extracomunitario, fare operazioni reazionarie, come la giudichiamo? Andremmo a considerarli come portatori di interesse da ammettere coloro che segano le banchine per non far sedere gli immigrati a Treviso? Questi sono quelli a cui ci rivolgiamo perché diano corpo a quegli organismi che noi identifichiamo come quelli che devono rinsanguare la politica? Sicuramente noi dobbiamo fare una scelta, una scelta in ordine a ciò di cui si è portatori, ma a contro chi ci si schiera.                                                           

Mi sento tranquillo con voi per dire delle cose anche un pò spiacevoli. Certe volte ho paura che stiamo mitizzando l’associazionismo e che varrebbe la pena di discuterne a cuore aperto. Dobbiamo fare delle scelte anche contro, perché non è detto che debbano essere sempre buone, care e portatrici di buona evoluzione, le aggregazioni di cittadini che si costituiscono. Sono una garanzia rispetto a questo le associazioni solidificate come le ACLI, la Legambiente? Oppure sono vissute dai cittadini come coloro che stanno a metà tra le istituzioni e i cittadini stessi e quindi vengono abbandonate perché portatrici di progettualità, cioè di qualche cosa che non è immediata soddisfazione di quel bisogno immediato che si manifesta nel “non voglio l’impianto tal dei tali qua, vattelo a fare in un’altra parte.” Non si accetta di negoziare, di mediare in questo tipo di associazioni che chiamo precarie perché hanno una vita breve; però esse svolgono un compito, un compito importante.

 

Il rapporto con le istituzioni – la natura delle associazioni

Il rapporto con le istituzioni dobbiamo capire come si sviluppa. Si può sviluppare anche con la partecipazione all’interno di percorsi che non sono di provenienza associativa. Ad esempio in ambito ambientale può essere capace di trasformazione il processo che viene innescato dalle città che adottano l’agenda 21 locale, che prevede un forum in cui convergono tutti gli attori pubblici e privati che identificano lo stato dell’ambiente, cominciano a parlare delle trasformazioni che deve subire la città in relazione a degli obbiettivi che sono planetari. Il rapporto con le istituzioni può tenere conto anche di queste strade, o dobbiamo considerarle come perse e perseguire invece quelle strade che, per esempio a livello nazionale, voi volete con il Senato delle autonomie sociali? O la riflessione va fatta su un livello locale che poi è quello su cui forse abbiamo più esperienza?     

A proposito della natura delle associazioni: quanto c’è di movimento e quanto c’è di impresa quando si comincia a coprire pezzi di servizi, quando si comincia a gestire attività pur con intese le più trasparenti e pulite con gli enti locali? Che cosa diventa decisivo per quella associazione, per quella cooperativa, il suo essere movimento e fare riferimento a certi valori che intendeva perseguire in origine o no? Oppure vengono a prevalere degli altri, quasi obbligati. Si faceva riferimento a differenze di tassi di interesse di una banca in relazione all’una o all’altra collocazione di un’impresa, di una cooperativa, sono fatti urgenti che intervengono nella vita di un ente che deve fare queste operazioni di tipo economico, ma che nasce da altre motivazioni che sono diverse da quelle dell’impresa economica. Queste alcune cose che mi sento di dire discutendo di quella che io vorrei chiamare più che democrazia associativa, “democrazia partecipativa”, per capire un po’ quali sono i problemi da risolvere, a proposito della natura e dei compiti delle associazioni, per poi ribaltare la situazione attuale.

 

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VERSO UNA COSTITUENTE DEL SOCIALE

La globalizzazione è come una guerra mondiale, il Mediterraneo come luogo d’incontro, una federazione di appartenenze.

di Giovanni Spasiano

 

Penso che noi dobbiamo essere grati a chi ha organizzato questo seminario, perché la sensazione che io colgo è di essere stato al centro di un dibattito molto importante. Dibattito che nessuno oggi sta facendo e non solo nel nostro paese. Coglievo a margine della giornata di ieri un po’ di delusione in chi ha la principale responsabilità nel nostro movimento, nei nostri segretari. Non dobbiamo essere delusi, io quasi me l’aspettavo, forse abbiamo peccato un po’ di ingenuità pensando che il nostro primo impatto esterno con altre organizzazioni così forti,  come sono ad esempio le  Acli, potesse avere risultati. Ma questo non ci deve scoraggiare. Io credo che il progetto è valido, non solo, ma credo che il progetto non abbia alternative, sia necessario. Però una cosa anche da questa delusione dobbiamo imparare: forse noi prima di puntare ad un progetto di autonomia del sociale in campo istituzionale ( “il Senato delle autonomie sociali”), dovremmo impegnarci di più ad acquistare un’autonomia in campo intellettuale, proprio del nostro pensiero in quanto espressione del sociale, pensando alla grande, alla nostra identità in una fase storica molto, molto importante, sulla quale non riflettiamo ancora abbastanza o se riflettiamo, come abbiamo fatto ieri, lo facciamo con troppa ritualità, dando per scontate le cose, riassumendole senza coglierne tutte le implicazioni. Altrimenti non si capisce perché noi diciamo che il progetto non ha alternative.

Nessuno di noi se n’è accorto, ma c’è stata la terza guerra mondiale. Noi dobbiamo partire da questo dato eclatante. Forse non abbiamo visto i morti, non abbiamo visto scorrere il sangue, le macerie, ma c’è stata la terza guerra mondiale. Gli sconvolgimenti che stiamo subendo sono quelli che ha sempre prodotto la guerra, se ci riflettete; e la guerra è sempre uno spartiacque che separa  un’epoca da un’altra epoca. E noi stiamo passando in un’altra epoca, e, forse perché ci siamo immersi in questa realtà, non la percepiamo perfettamente. Sicuramente siamo passati da un ciclo economico ad un altro ciclo economico. Da un ciclo espansivo, universalistico, ottimistico e riformista - in cui tutte le imperfezioni, le disuguaglianze si davano per provvisorie, perché si confidava che il Sud avrebbe raggiunto il Nord, i paesi sottosviluppati i paesi sviluppati, le differenze di reddito sarebbero diminuite (noi davamo per scontato tutto questo) -  siamo passati ad una fase completamente diversa , con un ruolo molto meno importante dello stato, segnata da  disuguaglianze sempre maggiori, dal darwinismo sociale, dal cinismo, dall’indifferenza, dalla competitività. L’elemento caratterizzante di questa fase, lo sapete ( e qui siamo sempre al rito), è la globalizzazione, con la riduzione della sovranità dello stato, che perde poteri verso l’alto e verso il basso, attaccato da tutte le parti e con la convinzione che esso debba avere un ruolo competitivo con gli altri stati, per attirare investimenti, anche a costo di ridurre e di eliminare il sistema di garanzie che storicamente  nella nostra area, quella europea occidentale, si è alimentato soprattutto per la presenza di un altro sistema, che era quello del socialismo reale. Non tanto perché i nostri governi erano buoni, ma perché volevano sottrarre l’influenza dei nostri paesi a quel blocco. Oggi che quel blocco non c’è più, a parte i costi, si ritiene che sia superfluo avere una rete di protezione per i cittadini. Sicuramente il vincitore di questa guerra è il capitalismo finanziario internazionale. Il mercato è il tempio nel quale si celebrano le sue virtù salvifiche; la globalizzazione è lo strumento per ripristinare in maniera drammatica, e senza apparente spargimento di sangue, i rapporti di forza preesistenti non solo con gli stati ma con il mondo del lavoro. E questo è il dato più drammatico, più sconvolgente, di cui non cogliamo ancora bene tutte le implicazioni. Questa è una vera e propria redistribuzione del  potere e della ricchezza tra gli uomini e i popoli della terra. Gli stati rincorrono sempre  più con affanno questi capitali che volano in paesi in cui non si pagano tasse, dove non ci sono vincoli legislativi, alimentando precarietà e  disuguaglianze.

La democrazia: parliamo sempre più spesso di crisi della democrazia. La democrazia – e non è un’affermazione nichilistica – è oggi una parola vuota . Negli stati democratici ogni uomo ha un solo voto; nell’attuale sistema globalizzato dei mercati finanziari, che sono quelli che ogni giorno votano, bocciando o approvando le politiche dei governi di tutto il mondo, un uomo vota tante volte quante sono le azioni che possiede. Se questa non è crisi verticale della democrazia, ditemi che cos’è. Sono i mercati, non i governi eletti dai cittadini, che approvano le scelte fondamentali degli esseri umani. I vinti di oggi, che erano gli avversari di ieri, pure loro si sono piegati a una forma di pensiero unico che celebra le virtù di questo sistema, che pensa che i meccanismi del mercato da soli bastino a risolvere i problemi dell’umanità, nonostante gli innegabili insuccessi delle ricette neoliberiste per risolvere i problemi dei paesi sottosviluppati e dei paesi dell’est  liberati dal regime sovietico. Sono morte tutte le ideologie tranne quella del denaro e la politica non è capace di risolvere nessuno dei problemi quotidiani che affliggono i cittadini di questo paese: garanzie di occupazione e reddito, la tutela della salute e dell’ambiente, la sicurezza sociale, l’ordine pubblico. La politica che cos’è? Solo lotta per il potere,  gestita a un livello e con un’ottica quasi municipali, cioè meno che provinciali. E se gli stati devono competere con altri stati per attirare capitali , il politico che deve   fare? Quello che farebbe un buon sindaco per attirare risorse nel suo paesello. Niente di più e di meglio. Con la conseguenza che scelte fondamentali  di natura politica , in quanto attinenti a bisogni primari di una collettività, come la salute e l’istruzione, a chi vengono delegate? Ai managers, quasi fossero delle scelte tecniche. La libertà? E’ diventata col pensiero unico dominante, con la perdita di confine tra destra e sinistra, la possibilità di scegliere solo chi ci deve governare, magari con la possibilità di farci i fatti nostri, astenendoci dal voto. Questo è un quadro drammatico, come quello di un qualunque dopoguerra. Ed è dall’analisi di questo quadro che discende la necessità di pensare a nuove forme di democrazia, alla rifondazione dello stato, alla riorganizzazione della società, a nuove forme della politica Ecco perché un progetto come il nostro che pensa che bisogna non soltanto riconoscere ma valorizzare la rete diffusa dell’associazionismo nella quale i cittadini già oggi risolvono loro problemi locali, acquistando consapevolezza, responsabilità e partecipazione, non può avere alternative. E’ un progetto che si riallaccia alla nostra prospettiva di un peso maggiore che le forze organizzate dell’associazionismo possono avere in decisioni fondamentali  per la vita collettiva. Non voglio addentrarmi nel discorso di prospettiva ,perché mi sento abbastanza laico per dover fare ora scelte di tipo fondamentalistico. Non desidero perciò avventurarmi nella discussione aperta da Bortolini , sul  bisogno o meno che abbiamo ancora dello stato e sul tipo di organizzazione della comunità che abbiamo in mente. Penso che dobbiamo guardare al nostro progetto con  pragmatismo e con gradualismo, non buttando via niente della nostra tradizione, e sperimentando soprattutto. Volevo piuttosto fare invece un altro ragionamento, seguendo il primo, e aprendo ancora uno scenario diverso. La guerra paradossalmente ha ancora un altro vincitore: se ci pensate, l’Italia è un altro vincitore di questa guerra. Rifletteteci un attimo, soprattutto chi ha più di cinquant’anni come me. Noi siamo stati fino a qualche anno fa una marca di confine, un paese a sovranità limitata. Eravamo inseriti nel blocco atlantico, ma eravamo il suo confine con l’altro blocco, una terra di tensioni fortissime, di intrighi, di misteri, di scontri. Oggi, con la caduta del blocco comunista, questo paese è libero. Veramente può edificare il suo futuro, è libero di fare tutte le scelte che vuole. Può veramente acquistare un ruolo sulla scena internazionale che non ha mai avuto. Per fare questo evidentemente deve ripensare alla sua identità. Dando per scontato che ormai la politica si occupa d’altro e, come abbiamo detto, è in tutt’altre faccende affaccendata, io penso che cogliere questa occasione storica irripetibile, che abbiamo davanti a noi e che non riusciamo a vedere, spetti anche questo alla società civile. Certo, mi direte, ma da dove si comincia? Io penso semplicemente dalla carta geografica, se però ci liberiamo dagli stereotipi e dagli schemi che ci fanno vedere il nostro paese  in una maniera sbagliata , che abbiamo purtroppo interiorizzato. Secondo questo schema, guardando la carta geografica noi vediamo, da un punto di vista fisico, un’appendice dell’Europa, un po’ irregolare e deforme, sospesa nel mare. Dal punto di vista culturale questa immagine ci rimanda a un’altra idea, l’idea di un paese abitato da cittadini europei di serie B, cittadini imperfetti per gran parte, che in certe periferie possono addirittura connotarsi come cittadini di serie C, parlo dei meridionali. Ora se noi non ci liberiamo da questa immagine, se noi continuiamo a vederci come un’appendice subalterna e anomala del Nord e dell’Ovest dell’Europa, noi non faremo mai nessun passo avanti. Sicuramente il Nord e l’Ovest sono delle dimensioni importanti della nostra cultura, essenziali, indiscutibili. Il Nord è la dimensione della razionalità, dell’impegno, della responsabilità: doti tipicamente maschili. L’Ovest è una dimensione che è cara a tutti quanti noi: la dimensione della libertà, della partenza,  dell’impresa, dell’andare oltre l’orizzonte, della ricerca, del rischio. Ma è possibile ridurre l’esistenza umana  soltanto a queste due dimensioni? E’ pensabile che tutto quello che c’è di irregolare, di anomalo, di patologico si debba ricondurre, e lo dico da meridionale, a un deficit di settentrionalizzazione o di occidentalizzazione? Io penso che siano importanti anche le altre due dimensioni. Il Sud, che è la dimensione dell’incontro, della creatività, dell’affettività, della convivialità (alla Illich):  la dimensione femminile per eccellenza. L’Est è una dimensione che ci rimanda, all’opposto dell’Ovest,  alle nostre radici,  all’infanzia,  alla speranza del ritorno e  della resurrezione. Non a caso se incrociamo i due assi nord e sud, est e ovest noi disegniamo una croce, che non è solo un simbolo cristiano, bensì un simbolo antichissimo, che dice dell’unità dell’essere umano, perché raffigura una persona in piedi, con le braccia aperte. E se ritorniamo alla carta geografica, l’Italia si trova appunto in un crocevia di incontro proprio di questi due assi, Nord- Sud e Est- Ovest Europa, in una posizione che è il punto di incontro di tre continenti, di tre religioni, di tre culture. Una posizione che, sempre ritornando a quella immagine negativa di noi che abbiamo interiorizzato, è una posizione che noi non abbiamo mai visto come una posizione di forza bensì  di debolezza. Il mare che ci circonda non l’abbiamo mai percepito come un tramite, un ponte, con i popoli che si affacciano sullo stesso mare, ma l’abbiamo visto e continuiamo a vederlo come un muro, che ci difende dall’”horror vacui”, dalla paura dei diversi,  del disordine, della miseria, nella quale possiamo precipitare da un momento all’altro. Eppure il mare è la storia d’Italia; senza il mare il messaggio cristiano non sarebbe mai arrivato con Pietro a Roma; senza il mare città come Venezia, ma anche Genova e Napoli sarebbero rimasti villaggi insignificanti. Quindi se noi rileggiamo la nostra storia, se riformiamo il nostro sguardo, noi possiamo veramente riconsiderarci in una posizione privilegiata. Per fare che cosa? Per costruire un rapporto diverso tra l’Europa e il Mediterraneo. Questo mare che è stato per millenni un luogo anche di scontri, ma soprattutto di incontro, di contaminazione anche feconda, di rimescolamento dei nostri popoli, può ritornare a essere per noi un’eccezionale risorsa, perché il Mediterraneo può diventare l’area nella quale il Sud, la mia terra, e l’Italia, da ultimi e da periferia  diventano primi e protagonisti, perché stanno al centro di un crocevia che fa dell’Italia una grande via di comunicazione, che collega Nord e Sud ,Est e Ovest. E questo sarebbe di straordinaria utilità non soltanto per noi, per il Sud, per l’Italia, ma soprattutto per l’Europa. Perché se l’Europa non smette di considerarsi un Fort Apache, una cittadella assediata; se non si apre agli altri popoli del Mediterraneo, l’Europa rimarrà semplicemente un nano politico incapace di parlare al mondo e di farsi ascoltare. L’obiettivo di creare un’area mediterranea associata all’Europa è fondamentale che stia nel nostro progetto politico, nel  progetto cioè di un movimento che ritiene che la democrazia, i diritti non abbiano confini. La globalizzazione è un dato di realtà al quale sarebbe sciocco pensare di potersi opporre, però la globalizzazione può esser orientata e piegata agli interessi dei popoli e dei cittadini, sempre che si recuperi un’identità sulla base di una lettura della storia delle nostre comunità, che veramente ci può essere guida per il futuro. Ecco perché è importante quello che stiamo facendo ed è importante l’impegno dell’associazionismo, nel silenzio e nell’indifferenza degli altri. E veniamo all’associazionismo. Noi abbiamo sicuramente in questo paese una presenza  di associazioni ricca, feconda, molto ben organizzata. Ieri abbiamo avuto dei dati che io non conoscevo né sospettavo e che mi hanno sconvolto per i valori soprattutto economici che rivelano. L’associazionismo ha fatto dei grossi passi avanti. Anche l’identità di queste associazioni è un’identità forte, su base non soltanto regionale, ma addirittura nazionale. Il guaio quale è? E’ che assai spesso, molte di queste associazioni ritengono di avere il monopolio della verità;  voltano le spalle agli altri;  non sono capaci di pensarsi unitariamente. Ma il percorso che dobbiamo fare non ha alternative. Non ci sono altre strade: dobbiamo andare per forza d’accordo. Il processo sicuramente è difficile, tortuoso e ci darà molti grattacapi. Però noi dobbiamo riuscire a mettere assieme le associazioni più significative e rappresentative, ma quello che serve soprattutto è che queste associazioni incomincino a pensarsi in maniera unitaria; a pensare in maniera alta al ruolo che possono e devono avere in questa fase storica. Senza mai dimenticare  (e queste cose le metterei nel documento di base, ossia nel  manifesto che indice la Costituente del sociale) che nessuna ricostruzione democratica è possibile se noi non recupereremo la memoria della nostra terra, senza buttare via niente. La storia di questo nostro stato  è anche una storia nobile, non soltanto di ignobili inefficienze e lottizzazioni. La storia delle organizzazioni di massa del nostro paese è una storia nobilissima che non si può ridurre solo al malaffare. Se non costruiremo quelle che Olivetti chiamava le “città dell’uomo”, delle piccole comunità a misura d’uomo nelle quali ricondurre questa massa disperata e smarrita di gente; se non costruiremo delle appartenenze fondate su patrie piccole come i quartieri, i comuni, e ancora più grandi, come l’Italia, come il Mediterraneo; se non costruiremo delle identità che siano le intersezioni di tutte queste appartenenze; se non costruiremo delle cittadinanze che siano la federazione di più solidarietà, anche con chi è lontano e diverso da noi, solidarietà unite da un mare che non ci deve fare più paura, non ci sarà futuro. Penso che il lavoro che ci aspetta è importante, lungo, difficile e complesso, ma è obbligatorio, non abbiamo alternative. E penso che sia soprattutto doveroso per noi. Noi italiani, infatti, e noi meridionali in particolare, per la nostra storia, vorrei dire per la nostra stessa natura, anche fisica (se mi osservate bene ditemi se non vi sembro un arabo), noi più di chiunque altro, conosciamo i linguaggi del Mediterraneo. Siamo perciò quelli capaci di poter tradurre per l’Europa ed il mondo questi linguaggi; di poterne interpretare i valori,  spesso  alternativi  ai nostri, riuscendo forse così  a dare forza e speranza a quanti  non si rassegnano all’idea del pensiero unico e all’ossessione che per l’uomo non ci sia altro fine che quello della produzione e del consumo che stanno disgregando le nostre comunità, le nostre culture, i nostri valori e inquinando le coscienze e l’ambiente in cui viviamo.

   

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LE ASSOCIAZIONI IN RETE: OSTACOLI E POTENZIALITA’

di Antonio Giolo

 

Approfondimento teorico per capire il contesto

In questi anni abbiamo sviluppato, come Movimento dei Cittadini, una nostra elaborazione fissata anche in documenti come le “Linee guida per un progetto politico di base”. Perciò, mentre cerchiamo di essere ricettivi rispetto agli stimoli che ci vengono forniti dai relatori, come Bortolini, che chiamiamo ai nostri seminari, dobbiamo saper integrare i loro contributi nella prospettiva che andiamo costruendo. Non ci devono turbare queste punte avanzate nell’ambito della ricerca, perché gli intellettuali spesso sono portati ad estremizzare le loro intuizioni. E sono preziose le loro provocazioni perché ci spingono ad andare oltre i luoghi comuni, a pensare, a progettare cose nuove. Lo stesso Bortolini diceva ieri di non chiedere ai filosofi, agli intellettuali le indicazioni pratiche; la Repubblica di Platone è stata una grande utopia ma anche un grande rischio. Però è per noi vitale tenerci in rapporto con questo filone di studiosi, sociologi economisti e filosofi, che sta elaborando sul piano teorico una alternativa democratica e progressista all’attuale crisi della politica. Filone che identifichiamo col termine “democrazia associativa” e che può essere richiamato alla concretezza da chi come noi opera a contatto con la realtà. In questa ricerca possiamo coinvolgere anche altre persone. E’ però un lavoro lento, complesso. Questa è la pista di lavoro. Se no ricadiamo nei vecchi meccanismi, nei vecchi concetti, e passiamo il tempo a lamentarci perché i politici sono tutti ladri e imbroglioni, scadendo in proteste moralistiche e petulanti che non risolvono nulla.

Abbiamo consolidato con le nostre riflessioni, col tessuto di relazioni che abbiamo intrecciato un patrimonio di idee nostre di cui dobbiamo essere orgogliosi che sono riassumibili in parole guida come “i diritti di cittadinanza senza frontiere”, nuovo paradigma della politica, del nuovo socialismo, della nuova democrazia. Se si prescinde dai diritti di cittadinanza senza frontiere siamo nella babele. Il problema oggi non è tanto quello di contrapporre alla deriva liberista nuove dosi di uno statalismo centralistico e burocratico, perché non è l'affidamento della gestione dei servizi a una pluralità di organismi che deve spaventare, ma la mancanza di garanzie di tutela reale dei diritti. E’ necessaria poi una politica globale che faccia i conti col nuovo contesto creato dalla globalizzazione economica. I giovani, che sono lontanissimi dalla politica dei partiti, sono molto sensibili ai temi della solidarietà internazionale, e ci sono quando se ne parla, si tratti di commercio equo e solidale, di banca etica, di difesa dei diritti dei popoli.

Noi abbiamo individuato alcune idee guida, come il protagonismo dei cittadini, in una situazione in cui è difficile orientarsi, perché il sistema è pervasivo e anche noi siamo tentati di lasciar perdere. Il sistema dei consumi, della realizzazione personale a discapito di tutto e di tutti, è molto forte come modello e a livello politico è devastante. Questo vuol dire la delega al padrone di turno e la rinuncia alla propria soggettività, alle relazioni sociali.

   

Superare l’egoismo associativo

Non credo anch’io che abbiamo alternative al percorso della democrazia associativa. Questa ricerca è il senso del nostro esistere e del ruolo che possiamo svolgere. A condizione però che riusciamo a tenerci in relazione tra di noi, a continuare le esperienze che stiamo facendo a livello di base e ad ampliare il confronto con l’associazionismo, richiamandolo ai propri compiti, al proprio ruolo.

Spesso, infatti, l’associazionismo è condizionato pesantemente da chi lo finanzia. Ed è proprio l’associazionismo fatto da chi si ritiene “puro”, dai volontari, estraneo alla politica “sporca” ad essere invece ricattabile, controllabile, asservito agli interessi di parte o a far da alibi alle carenze della pubblica amministrazione. Nessuno in questa società può ritenersi totalmente angelico, disinteressato rispetto ai problemi politici e, che lo sappia o meno, è coinvolto, è complice.

Bisogna proseguire il confronto, anche scontrandosi, con le realtà associative che a volte hanno una logica chiusa, autocentrata, e non riescono a mettersi in una logica di bene comune, ad aprirsi al confronto, all’altro.

Non si tratta di buttare via la nostra storia, tutt’altro, anzi possiamo dare valore a quel lavoro di base che facciamo nei centri per i diritti, nei confronti degli anziani, dei malati, degli immigrati, degli emarginati. Con la democrazia associativa diamo forza e dignità e un contesto a quello che stiamo facendo, perché spesso l’associazionismo, quando è subalterno, quando va dall’assessore in ginocchio a chiedere sostegno e contributi, perde la propria autonomia, la propria forza di rappresentanza; non svolge quel ruolo politico che è chiamato a svolgere. Con questi obiettivi possiamo operare in qualsiasi contesto, perché anche nell’ipotesi di una vittoria del centro-destra, noi non perdiamo il nostro ruolo, aumentano anzi le nostre responsabilità, e non solo di protesta, ma anche di indicazione di un modo di gestire la società che dia dignità ai cittadini.

Il collaborare fra associazioni ha anche un’utilità pratica. Come diceva Pierluigi Fanetti di Brescia la collaborazione fra associazioni può risolvere dei problemi concreti come la tutela legale o la difficoltà di avere una sede o, come è successo a Piove di Sacco può servire ad acquisire più rappresentatività nei confronti delle Asl. Anche altrove, ad Ancona, per esempio, ci sono esperienze di azioni comuni fra associazioni nell’ambito sanitario.

Nessuno di noi intende buttare via ciò che funziona, ciò che è stato conquistato con tanta fatica: la democrazia, i diritti sociali. Il problema più grave oggi è il superamento della frattura fra cittadini e stato. Un processo di distacco favorito anche dai processi di internazionalizzazione e di finanziarizzazione dell’economia; questo è il pericolo più grosso, perché da esso deriva quel qualunquismo di massa, quella delega al liberismo di cittadini che rinunciano a gestire la propria vita e la politica del proprio paese. Per questo bisogna introdurre nel quadro istituzionale organismi, come il Senato delle Autonomie Sociali, che possono andare in contro tendenza rispetto alla crisi della partecipazione politica.

Se da un lato la situazione sembra di grande incertezza e confusione, dall’altro si può constatare che in questa ricerca di rinnovamento sociale e politico non siamo soli, soprattutto a livello sociale molti sono i fermenti e i tentativi. Se riusciamo a metterci in rete, a valorizzare le energie esistenti anche il nostro lavoro sarà più produttivo ed efficace. La democrazia associativa, se portata avanti con determinazione, aiuterà anche il nostro movimento a operare veramente come un movimento aperto alla collaborazione con altre associazioni, non volto, come tante associazioni, a potenziare se stesso più che gli obiettivi per cui si impegna. Troppi sono i gruppi che perdono per strada l’ispirazione originaria, e magari si scontrano al loro interno perché guardano al loro ombelico invece che agli interessi dei cittadini. La democrazia associativa è una strategia terapeutica anche per noi per costruire una associazione che scommette sulla collaborazione con gli altri.

 

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Per una democrazia a due dimensioni

Due dimensioni complementari: verticale (delle autonomie locali) ed orizzontale (delle autonomie sociali)

 di Alberto De Toni

 

Il Senato delle Autonomie Sociali come progetto di lungo periodo

   La nostra proposta del Senato delle Autonomie Sociali (S.d.A.S.) rappresenta quasi una provocazione nell’attuale quadro della discussione sulla crisi della partecipazione democratica e delle forme di rappresentanza. Talmente la proposta è avanzata rispetto all’attuale maturazione del dibattito politico, oggi tutto centrato sulla legge elettorale e sul tema dell’organizzazione delle autonomie locali. Se mi si consente il paragone, il Senato delle Autonomie Sociali si configura – mutatis mutandis – come il progetto politico della Giovine Europa di Giuseppe Mazzini: la proposta formulata quasi duecento anni fa’ si sta concretizzando solo oggi e strada ne rimane ancora da fare. Non sono pessimista, sono realista: i tempi saranno lunghi; ma questo non rappresenta un punto di debolezza, anzi per noi è un punto di forza, perché il S.d.A.S. indica una meta, un faro, verso cui indirizzare il senso delle azioni concrete di tutela dei diritti realizzate dal Movimento dei Cittadini.


Cittadini e sudditi al tempo stesso

Le riflessioni del filosofo politico prof. Duso dell’Università di Padova, comparse sull’ultimo numero della nostra rivista, sono fondamentali nel prosieguo della riflessione. Si tratta di riarticolare l’organizzazione dello stato moderno, così com'è uscito dalla rivoluzione francese: uno stato centralizzato, dove al potere del re invocato in nome di Dio si sostituisce quello di un presidente del consiglio eletto democraticamente dal popolo. Ma attenzione, a questo punto si pone un paradosso: dopo le elezioni il ruolo del cittadino torna nella sostanza ad essere, come in passato, “istituzionalmente” passivo; i cittadini sono sovrani per un minuto (quello impiegato per votare) e poi ridiventano sudditi per cinque anni.

Nel mio piccolo ho sperimentato direttamente questa dicotomia dei ruoli: per quasi venti anni a Padova come rappresentante del centro per i diritti del malato prima e del centro per i diritti dei cittadini poi, i miei interlocutori istituzionali (dopo averli in certi casi anche votati), durante ogni negoziazione per piccole o grandi vertenze, concludevano che in fondo i veri rappresentanti degli interessi dei cittadini erano loro, emanazione delle rappresentanze regolarmente elette e che tutti noi del centro eravamo unicamente i portatori dei soli nostri (sic!) micro interessi.

Qui sta il nodo centrale vero di tutto il tema della rappresentanza. Una rappresentanza tutta progettata e realizzata su un’unica dimensione del potere, quella verticale, dall’alto in basso: non esiste alcun'interazione istituzionale “orizzontale” con gruppi e associazioni della realtà civile, non esiste alcun riconoscimento istituzionale (se non quello sconsolante e francamente demotivante delle consulte) a cittadini che desiderino prendere attivamente parte alla vita civile e politica.

 

La delega del potere politico ad entità indipendenti: il pensiero di Havel

Per sviluppare ulteriormente la riflessione utilizzerò parte dei contributi di Vaclav Havel - presidente della repubblica ceca - recentemente apparsi su un articolo di Repubblica intitolato: quando il potere ha paura della società.

“Un'autentica società civile è il più essenziale fondamento della democrazia: una verità spesso dimenticata nella foga delle campagne elettorali. …la società civile è un organismo dalla struttura intricata, fragilissimo, in qualche caso perfino misterioso, la cui crescita ha bisogno di decenni, se non di secoli ….. La ricostruzione dei suoi tre pilastri - associazioni volontarie private, decentramento dello Stato, delega del potere politico ad entità indipendenti - ha necessariamente bisogno di pazienza.

Nei dieci anni della transizione postcomunista le nostre nuove élites politiche hanno assunto un atteggiamento apatico nei confronti della ricostruzione della società civile, oppure l'hanno attivamente avversata. Non appena giunte al potere, sono diventate riluttanti a cedere la più minuscola particella dell'autorità statale che avevano ereditato.

Molti uomini politici democratici, e perfino anticomunisti, sono ora paradossalmente impegnati a difendere gli ipertrofici poteri statali che sono un residuo dell'epoca comunista. A ciò si deve se molte scuole, ospedali, istituzioni culturali e altri enti rimangono governati da amministrazioni centralizzate, mentre si sarebbe potuto trasformarli in organizzazioni vigilate a distanza dallo Stato, o da questo sostenute attraverso procedure trasparenti.

Il dibattito sul decentramento dello Stato si trascina da anni senza che alcun settore dell'apparato governativo si mostri disponibile a cedere poteri alle regioni o alle municipalità senza combattere.…..

Quando i politici cercano pretesti ideologici per la loro riluttanza a ridurre il potere dello Stato, in genere fanno il seguente ragionamento: "Il popolo ci ha scelto in un'elezione, è in forza della sua volontà che noi governiamo. Il cambiamento è un attacco contro la democrazia rappresentativa. La ridistribuzione sociale delle risorse è un compito dello Stato, e la responsabilità delle autorità statali centrali in questo campo non può essere diluita. I tentativi di costruire o di appoggiare una qualunque struttura parallela non controllata dal centro mettono a repentaglio la stessa democrazia parlamentare".

La fiducia nella società civile è, di fatto tuttora interpretata da molti come gauchisme, anarchismo o sindacalismo rivoluzionario; qualcuno ha addirittura parlato di protofascismo. Alla radice del ragionamento che presenta la società civile come un attacco contro il sistema politico troviamo la ben nota riluttanza a condividere il potere. È come se i partiti dicessero: "Governare è affar nostro, dunque scegliete tra noi, ma niente di più". Questa è una sciocchezza: i partiti politici e le istituzioni democratiche lavorano bene soltanto quando traggono forza e ispirazione da un ambiente civico ben sviluppato e pluralista, e sono esposti alla critica di quest'ambiente. La società civile non si propone di aggirare il parlamento o i partiti politici: essa mira a metterli in grado di lavorare al meglio delle loro capacità. Senza un retroterra vivificante, nella forma di una società civile articolata e diversificata, sia i partiti politici sia le istituzioni politiche appassiscono, perdono inventiva, e finiscono col ridursi a gruppi ottusi e chiusi di politici di professione.

La società civile genera un pluralismo autentico, e il pluralismo conduce alla competizione, e per questa via produce qualità. Sotto quest'aspetto, c'è una somiglianza tra economia e politica. Quanto maggiore è il numero delle iniziative tra loro diverse autorizzate ad operare, tanto più grande è la probabilità che finiscano col trionfare le migliori e le più innovative. Affidarsi esclusivamente alle capacità delle autorità centrali dello Stato o di organismi politici centrali, in modo che siano sempre loro a decidere che cosa fare e come farlo, significa assimilare il potere alla verità: il più pericoloso atto d'orgoglio politico di questo secolo….”.

 

Federalismo locale e federalismo sociale

Il decentramento dello Stato e la delega del potere politico ad entità indipendenti sono quindi due dimensioni integrate del problema (verticale la prima ed orizzontale la seconda): Havel pone magistralmente la questione, senza delineare però una risposta. Noi come Movimento dei Cittadini - se ci perdonate l’immodestia - l’abbiamo “immaginata” nel Senato delle Autonomie Sociali, articolato a tre livelli: nazionale, regionale e comunale. Immaginata, nel senso che siamo lontani da una proposta vera e propria: questo sarà il punto d'arrivo di un percorso che vorremmo realizzare insieme a molti altri, grazie ad un processo costituente.

Prima, con il sociologo Bortolini, abbiamo visto come esistano due macromodelli di democrazia associativa, uno debole che non fa altro che registrare grossomodo le situazioni attuali più avanzate (accreditamenti, piccoli finanziamenti ecc.) ed uno forte, con due varianti.

La prima, quella del britannico Hirst che sostanzialmente punta a delle comunità (anche etniche) che si autogestiscono, come è successo in parte ad esempio per la sanità in Canada. Le proposte di Hirst puntano ad una società il cui microgoverno è demandato ad associazioni finanziate dalla stato, purché siano assicurate delle garanzie minime; in Italia, se ci pensiamo bene, esistono già alcune esperienze in tal senso, come la Legambiente o il WWF che gestiscono porzioni di territorio.

La seconda proposta invece, di origine americana, quella delle arene deliberative su base locale, è in linea con la nostra ipotesi; noi però abbiamo puntato ad un livello ancora più alto - vedi il S.d.A.S. a livello nazionale - ipotizzando una soluzione ancora più avanzata. La ragione sta anche in una logica di ampia mobilitazione del nostro movimento: un obiettivo chiaro ed alto - più in là dell’effettiva capacità del gruppo stesso - è la “conditio sine qua non” per motivare fortemente tutti i membri e i simpatizzanti del gruppo.

La nostra proposta si inquadra quindi in questa seconda variante forte della democrazia associativa. La prospettiva è quella di attivare un processo costituente, iniziando la messa a punto di una nuova architettura istituzionale che preveda nell’articolazione del potere oltre alla dimensione verticale (o delle autonomie locali), anche una complementare dimensione orizzontale (o delle autonomie sociali), associando nei fatti alla dimensione del “federalismo locale”, da tutti condivisa e non solo ora, una più avanzata e tutta da inventare dimensione di “federalismo sociale”. Il dibattito tra addetti ai lavori (politologi, sociologi, filosofi della politica ecc.) e normali cittadini è aperto. Di una cosa siamo certi: un eventuale nuovo senato delle autonomie locali - come proposto da varie parti - nascerebbe in realtà già vecchio, in quanto non risolverebbe il problema dell’effettiva partecipazione dei cittadini alla vita pubblica; infatti, si riproporrebbero su scala minore (locale anziché centrale) gli stessi problemi prima evidenziati. Una camera federale delle autonomie locali ed un senato federale delle autonomie sociali - articolati ai diversi livelli centrale e locali - sembrano in sintesi essere i due pilastri portanti di una nuova frontiera istituzionale veramente innovativa.

Sarà comunque un grosso successo se nel processo costituente al nostro fianco avremo nel prossimo futuro le maggiori associazioni, indipendentemente dai risultati che otterremo sul breve periodo. Speriamo che le grandi potenzialità del contesto italiano - che come diceva Spasiano è al crocevia delle direttrici Nord-Sud ed Est-Ovest del nostro continente - ci consentano di creare per primi in Europa (come per la Giovine Europa di Mazzini) una costituente sul tema della democrazia associativa.

 

Il terzo settore: necessità di un nuovo quadro normativo

Sulla spinta delle indicazioni di Havel si potrebbe ipotizzare uno schema di ridefinizione delle funzioni nell’erogazione dei servizi pubblici articolato su tre livelli: un primo livello centrale, dove vengono definiti gli indirizzi, le politiche, le normative, gli standard, l’ammontare dei budget ecc., un secondo livello intermedio preposto alla programmazione e al controllo delle attività, ed infine un terzo decentrato finalizzato all'erogazione dei servizi anche da parte di terzi (tipicamente il terzo settore). In sintesi: al governo centrale le politiche e la legislazione quadro; alle regioni la programmazione e la verifica dei risultati; agli enti pubblici e alle autonomie locali e sociali la gestione e l'erogazione dei servizi.

E’ evidente che gli enti terzi (non statali) che si candidano a gestire servizi pubblici dovranno accreditarsi, raggiungere gli standard prefissati di servizio, garantire le normative in termini dei diritti dei lavoratori: in Italia il percorso da fare - soprattutto per quanto riguarda la legislazione da introdurre - è molto lungo. Si pensi ad esempio all'attuale assegnazione di appalti pubblici di servizi a cooperative senza alcun accreditamento (e spesso sulla base di consolidate prassi clientelari) e alle condizioni da inizio secolo di molti lavoratori, ad esempio quelli delle cooperative delle pulizie di scuole ed ospedali.

Protasoni delle Acli in qualità di dirigente del Forum Permanente del Terzo Settore ci ha proposto di parteciparvi almeno come osservatori. Rispondo che per noi la cosa non solo è possibile, ma anche auspicabile. La nostra partecipazione sarà da stimolo verso questo nuovo quadro normativo che consenta gli accreditamenti, la trasparenza degli appalti, la garanzia di rispetto di standard del servizio agli utenti, la tutela dei diritti dei lavoratori. Questo per puntare ad una “terza via” di gestione dei servizi pubblici, diversa tra chi desidera un servizio solo statale (non più sostenibile vista l’aumento della domanda di servizi e la contrazione delle disponibilità finanziarie) e chi punta alla liberalizzazione del mercato dei servizi pubblici con tutti i rischi che ne conseguono.

Noi comunque sul lungo periodo vogliamo andare oltre questa organizzazione in subfornitura (democratica, pluralista e trasparente) dei servizi da parte del committente (lo stato). Puntiamo appunto ad un governo “orizzontale” dei cosiddetti gruppi sociali “intermedi”, integrato con il governo democratico “verticale”, federale su basi geografiche. Entrare nel Forum Permanente per noi può rappresentare una tappa intermedia, ma non può essere l’ultima. Inoltre l’obiettivo del terzo settore - come tratteggiato da alcuni durante il dibattito - di pervenire ad un’economia in gran parte sociale, quasi in sostituzione all’economia attuale, mi sembra onestamente più utopico che puntare a costruire il S.d.A.S.

 

Un obiettivo fondamentale: valorizzare la produzione di socialità

Proseguo citando ancora Havel: “Ma l'aspetto più importante della società civile è un altro: essa permette agli uomini di realizzare se stessi. Gli esseri umani non sono soltanto produttori di beni e di profitti, o consumatori. Sono anche - e potrebbe essere questa la loro qualità più profondamente autentica - creature che vogliono stare con gli altri, che agognano forme svariate di coesistenza e cooperazione, che vogliono influenzare ciò che accade intorno a loro ed essere apprezzate per ciò che danno al loro ambiente. La società civile è uno dei mezzi fondamentali che mettono la natura umana in grado di dispiegare tutte le sue potenzialità. I nemici della società civile lo sanno ed è questa la molla che li spinge ad avversarla.”

Questo è il motivo autentico, profondo, per cui noi puntiamo ad un sistema di organizzazione dello stato che produca socialità: il sociologo Bonomi nel seminario di Marina di Romea del ‘99, organizzato dal nostro movimento, evidenziò bene come “né lo stato né il mercato creano socialità”. Il nostro progetto di S.d.A.S. vuole da un lato inserire nell’organizzazione dello stato elementi di produzione di socialità e dall’altro essere un punto di riferimento per quanti operano nell’economia sociale.

 

I progetti pilota come metodologia di sperimentazione

Oggi siamo lontani da questo obiettivo: quale distanza esista da altri soggetti, sia singoli, che associazioni o partiti, lo si è capito dalle prime interazioni. Si tratta di lanciare una costituente, riuscire ad articolare una proposta politica solida, stringere alleanze con gruppi e associazioni grandi e piccole, convincere i partiti a cedere pezzi di potere (e sappiamo cosa vorrà dire), definire un’architettura istituzionale, individuare i portatori di interessi, definire le modalità organizzative dei tavoli dei portatori di interesse in relazione agli organi di governo, definire i criteri di distribuzione delle risorse finanziarie, insomma .... una cosa onestamente immensa!

E’ chiaro che come tutti i progetti complessi, essi non possono essere definiti a tavolino. Bisogna prenderne una sottosezione, un sottosistema, realizzare i cosiddetti “progetti pilota”, sperimentare e analizzare i risultati. Sarà necessario fare dei percorsi operativi e da questo punto di vista le nostre piccole esperienze nell’ambito della sanità, degli immigrati ecc. risultano fondamentali. Dobbiamo partire dalle esperienze già fatte, altre dobbiamo crearle. Il resto è futuro che dipenderà dalla nostra capacità di porsi come catalizzatore di un lungo processo che non potrà non coinvolgere gruppi di grandi dimensioni e significatività. 

Complessità della sfida

Concludo confessandovi che alcuni dei miei più cari amici - durante le appassionate discussioni su questi temi che hanno preceduto questo incontro di Rimini 2000 - mi hanno detto che siamo nella direzione sbagliata, altri che la direzione è quella giusta, ma la complessità troppo elevata. Ai primi, quelli della direzione sbagliata, ho risposto con una citazione di Wiston Churchill: “Non so se cambiando le cose miglioreranno, ma so che per migliorarle bisogna cambiarle”. Ai secondi (quelli della complessità troppo elevata) ho ricordato quanto amava dirmi un mio vecchio educatore: “Chi bada al vento non semina mai”.

 

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Democrazia associativa: Interventi

Paola Poli

Proseguire la ricerca senza mettere in discussione i diritti garantiti dallo stato

“Abbiamo intrapreso un percorso che non sappiamo bene dove ci porterà. Io non ho le idee chiare e quindi non posso dare un contributo, so però quello che non voglio. Ho rafforzato il mio convincimento su ciò che è pericoloso fare. Noi siamo inseriti in un sistema costituzionale  che comunque offre delle garanzie, nel quale  alcuni diritti sono ormai consolidati, e quindi tutelati,. grazie alle lotte e alle conquiste fatte  in anni di lavoro, altri devono essere affermati . Non dobbiamo buttare a mare tutto con il rischio  di trovarci senza niente, non mettiamoci in avventure dall’esito incerto. Dobbiamo, invece,  rimanere con i piedi per terra  e  recuperare un rapporto con lo stato, per migliorare la socialità in un quadro costituzionale ben definito, che garantisca gli stessi diritti a tutti i cittadini italiani, domani europei, ed è auspicabile che in un prossimo futuro diventi universalistico. Non nascondo le mie perplessità alla costituzione di uno stato italiano federalista perché temo che le autonomie regionali creino barriere, differenziazioni , disuguaglianze maggiori di quelle oggi esistenti e che gli interessi particolari di gruppi locali possano sopraffare gli interessi generali. In altre parole non vorrei che io cittadina veneta non potessi godere degli stessi livelli di assistenza di un piemontese, di un laziale o viceversa. Viviamo in un periodo pieno di contraddizioni, c’è la tendenza a globalizzare tutto, e contemporaneamente a dividere tutto: popoli e nazioni, a rimarcare specificità e diversità di ordine etnico, religioso, culturale.

Il nostro progetto di ripensare  il concetto di democrazia e di dare significato pregnante alla partecipazione è molto ambizioso ma pieno di dubbi. A mio avviso chi agisce per conto di altri in rappresentanza di una collettività lo può fare solo se ne riceve il mandato cioè se viene eletto dai cittadini. In un sistema di rete delle associazioni chi si rappresenta, di chi è la responsabilità pubblica, come si forma la decisione, come si fa rispettare la decisione come si trovano i finanziamenti? Sono punti sui quali dobbiamo cominciare a ragionare. Dobbiamo anche capire in quale contesto vogliamo inserirci. Nonostante la mia confusione e perplessità, però, non voglio abbandonare l’idea di tentare un percorso che porti il cittadino ad essere soggetto attivo nelle scelte politiche. Dobbiamo cercare da subito incontri a livello locale con associazioni di piccola o media entità che siano simili alla nostra per obiettivi e finalità.

Con le associazioni grandi facciamo fatica a rapportarci;  abbiamo constatato che alcune, come le Acli, hanno più le caratteristiche dell’impresa che dell’associazione. Anche con i sindacati,  che sono associazioni di fatto, senza personalità giuridica,  ma con un grosso potere e riconoscimento sociale sarà difficile avviare forme di aggregazione perché sono ancora attestati su vecchie logiche di rappresentanza del mondo del lavoro e dimostrano scarso interesse al protagonismo del cittadino.

Iniziamo, quindi, dalle piccole realtà per costruire una grande realtà.   


Non aspettarsi tutto dallo stato  

di Liliana Pilla

“Io vorrei che si andasse oltre il discorso “lo stato non ci pensa, è lo stato che deve dare, vogliamo che lo stato mantenga quei diritti che noi abbiamo acquisito.” Non è più possibile, Come diceva ieri Bortolini, lo stato è sordo perché non può sentire. E perché possa sentire dobbiamo cambiarlo. Non dobbiamo avere paura di smantellare quello che non funziona. I cittadini si possono associare e portare avanti le loro esigenze. Ci sono delle associazioni come l’Ares e la Rete Lilliput che sono estremamente sensibili alle tematiche che stiamo elaborando e con esse possiamo iniziare una collaborazione.”

 

Cominciamo a proporre all’associazionismo spontaneo e organizzato la prospettiva del senato delle autonomie sociali  

di Eugenio Sinesio

“Cofferati ha detto qualche giorno fa,  sul tema dei diritti, della democrazia “mi chiedo perché mai il centrosinistra non si sia dato una rotta su questi argomenti. Mi domando perché il centrosinistra non si ponga come obiettivo uno “statuto dei diritti”, nel lavoro e nella cittadinanza, su come si dovrà assicurare la vera democrazia del futuro che non dipenderà più dall’uguaglianza delle condizioni materiali dei singoli ma dalla possibilità di accesso ai saperi”. Si è accorto anche lui che esiste uno spazio vuoto dal punto di vista propositivo e aggregativo. Noi ci siamo arrivati prima a capirlo, anche se non abbiamo ancora una proposta precisa. Dalla teoria alla pratica. Da noi si sono costituiti dei nuclei semispontanei ma organizzati interpolitici e intersindacali che riunissero qualcuno che avesse iniziativa e sono stati creati degli slogan, come il Comitato per la trasparenza creato in una notte e mandati i volantini. Sono stati presi di sorpresa per cui è stato bloccato il tentativo di smantellare un servizio di prevenzione oncologica femminile, che serve undicimila persone. Visto che il servizio era già aggregato stavano prendendo il pacchetto per portarlo nel privato. Ci sono molte realtà disponibili, però se gli dai il Senato come realtà preconfezionata, gli crei tanti anticorpi che poi non ci vengono più. Le strutture che potrebbero intanto riconoscersi e incominciare a lavorare nell’ottica dell’ampliamento della prospettiva del Senato; e ciò possono farlo già da subito. Ci sono tante forze che sarebbero disponibili. Lo slogan, il logo dovrebbero già girare come proposta in corso d’opera che sta già cominciando a dare prova di sé in alcune realtà che sono pronte, in cui possiamo farlo. Magari condizionando gli eletti nel parlamento che si preoccupano solo della loro rielezione.”

   

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Tutela dei diritti

L’impegno del movimento dei cittadini nella sanita’

di Anna Orrù

 

L’indagine sulla sperimentazione

La dr.ssa Anna Orrù ha riferito sugli incontri di Erice, affermando che si è trattato di un’esperienza molto valida per la presenza di persone qualificate. A suo avviso lo spostamento della sperimentazione clinica nel territorio può segnare una svolta, soprattutto per i farmaci che vengono utilizzati fuori dall’ospedale. In passato i medici ospedalieri guardavano dall’alto in basso i medici di medicina di base che andavano in ospedale a chiedere dei loro malati. Ora il rapporto può cambiare.

Ovviamente sia per i medici di base che per i pediatri di base che fanno sperimentazione si devono istituire corsi di formazione specifici e rigorosi. Occorre naturalmente il riferimento con il Comitato Etico dell’Asl o con il Comitato Etico regionale. Auspichiamo che il manifesto, che noi come rappresentanti dei cittadini abbiamo firmato, abbia un iter legislativo rapido. Ci impegniamo a sollecitarlo e a sostenerlo.

Lo svolgimento dell’indagine sulla sperimentazione clinica in Lombardia è andata bene; i volontari lombardi si sono impegnati con entusiasmo. La somministrazione del questionario nella provincia di Varese è stata fatta presso due medicine di comunità, in due cittadine dove alcuni  medici di medicina generale si sono associati in ambulatori comuni. Ho constatato non solo una grande civiltà nell’ambiente e nell’accoglienza, ma anche la disponibilità del tempo dedicato alla visita, nonché l’apertura dell’ambulatorio, con un medico, un’infermiera e una segretaria presenti dalle 8 alle 20 dei giorni lavorati. La collaborazione dei malati con i volontari è stata rilevante: non sono state necessarie molte spiegazioni, segno che un buon  rapporto  medico-paziente è il cardine di una informazione sanitaria produttiva. Nei Distretti è andata meno bene; i malati erano meno disponibili, l’ambiente era più eterogeneo.

 

La situazione della sanita’ in Lombardia

Parlando della situazione della sanità in Lombardia Anna Orrù ha riferito che la sua impressione è che essa sia come la punta dell’iceberg di quello che succederà in Veneto, Piemonte e Liguria nel prossimo futuro. In Lombardia l’assessore regionale è di A.N. come pure molti direttori generali delle ASL, ma il vero potere ce l’hanno i direttori generali degli ospedali che sono di area ciellina o di FI. vicina a C.L.. La politica privatistica di Formigoni, che è abile politico, non si ferma di fronte a nessuno, né al cardinale Martini né tantomeno alle associazioni.

Le associazioni di tutela dei diritti sono state praticamente emarginate, se non sono di loro gradimento; nel campo  psichiatrico, ad esempio, si sollecita  la formazione di cooperative costituite da  associazioni di familiari dei malati psichici. “Quale controllo sulla tutela del malato sarà possibile?” si è chiesta Anna Orrù e ha aggiunto: “Gli Uffici di Pubblica Tutele, grande conquista democratica della Lombardia, nonostante siano formalmente previsti dalla legge, concretamente sono esautorati. Io stessa, responsabile da anni di un UPT ho vissuto il progressivo disinteresse da parte dei dirigenti, ospedalieri, dell’ASL e della regione  sui reclami e sulle denunce, che nel passato sono stati di stimolo al miglioramento del servizio sanitario. Contemporaneamente come associazione presente in ospedale verifichiamo un costante aumento di denunce per responsabilità professionale, per la soluzione delle quali i nostri centri  hanno enormi difficoltà, soprattutto per la mancanza di medici legali disponibili.  Per fortuna abbiamo un’avvocatessa, nostra iscritta, che fornisce un parere legale, ma è la valutazione medica di prima istanza che è indispensabile per avviare o meno un’azione legale. Perché forse noi non faremo più la San Vincenzo dei diritti e dobbiamo tornare a fare politica in tutti gli ambiti, però i cittadini  hanno  ancora bisogno di tutela. Il mio progetto, di costituire, come in Austria, una commissione regionale indipendente, che possa dare un giudizio di prima istanza, sarebbe anche uno strumento di controllo della regione, che finanzia ASL e A.O. pubbliche e accreditate, sulla qualità tecnica degli operatori e sul funzionamento delle strutture sanitarie. Era un discorso troppo serio, troppo alto; per ora la funzionaria regionale che l’aveva approvato non c’è più e il progetto si è arenato. Il problema è che i deboli, che non possono pagare, rischiano di non essere più difesi e che non esiste più nessun tipo di controllo autenticamente democratico sulla sanità.

. La difficoltà di tutela delle persone deboli è’ una cosa che mi angoscia, soprattutto quando si tratta di persone che hanno 500 mila lire di pensione..

Forse la soluzione è di collegarci, di metterci in rete.”


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L’INDAGINE SULLA SPERIMENTAZIONE CLINICA DEI FARMACI

di Paola Poli

 

Come Movimento dei Cittadini ci siamo impegnati a svolgere un’ indagine in collaborazione con l’Istituto farmacologico Mario Negri di Milano per conoscere le opinioni degli italiani sulla sperimentazione clinica dei farmaci. Attraverso questa ricerca si intende rilevare, in particolare, il grado di disponibilità dei cittadini a partecipare alla sperimentazione clinica con soggetti sani, con soggetti malati, alla sperimentazione con terapie alternative, ad autorizzare parenti minorenni  nella sperimentazione, a partecipare ad una sperimentazione clinica proposta e seguita dal medico di famiglia.

Abbiamo aderito a questa iniziativa  superando ostacoli e pregiudizi presenti fra di noi, pregiudizi che in un passato non molto lontano ci avrebbero impedito di  interessarci attivamente a temi cosi’ delicati.. Il caso “Di Bella” ci ha fatto riflettere sulla necessità di approfondire maggiormente gli aspetti legati alla partecipazione del cittadini alla sperimentazione: l’utilità di una ricerca seria e rigorosa, l’informazione, il consenso informato ecc.

Al Convegno di Erice del gennaio 2000 abbiamo sostenuto l’esigenza di estendere anche in Italia la sperimentazione sul territorio, valorizzando i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta, con i quali i cittadini mantengono un rapporto di fiducia.

 Questi motivi  ci hanno convinto a dare il nostro contributo per la realizzazione della ricerca.

 La fase della preparazione del questionario è stata molto interessante. Un gruppo di lavoro composto da Anna Orrù, Antonio Giolo, Carlo Hanau, Paola Poli. ha collaborato con la dott.ssa Paola Mosconi dell’Istituto Mario Negri  alla strutturazione e organizzazione dell’indagine alla predisposizione del questionario, al  test di prova.

Il campione rappresentativo dell’universo è stato costruito su 2000 persone e stratificato per area geografica (macroregioni Nord, Centro.Mezzogiorno), sesso, età.

La parte operativa è stata completamente gestita da noi mediante la distribuzione dei 2000 questionari in 9 regioni suddivise tra Nord, Centro e Sud: Friuli, Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, Lazio, Marche, Campania, Puglia, Sicilia. I questionari sono stati somministrati presso gli studi dei medici di medicina generale e presso i distretti sanitari di base delle Asl e autocompilati dalla persona intervistata in forma anonima.

Per le interviste abbiamo avuto la collaborazione di persone e gruppi non facenti parte direttamente del movimento; è stata, quindi ,un’occasione importante per  coinvolgere altre realtà, e per far loro conoscere l’operato e le finalità della nostra associazione. Dobbiamo, però,  per il futuro, rafforzare i nostri centri per migliorare la nostra capacità operativa.

L’imputazione dei dati sta procedendo speditamente. Seguirà poi la fase della elaborazione statistica. L’analisi, l’interpretazione dei dati e i reports verranno eseguiti congiuntamente con L’istituto Mario Negri. La presentazione dei risultati della ricerca avrà luogo a Milano il 2 dicembre presso l’Istituto Mario Negri con la presenza di esperti del settore oltre ai rappresentanti dei soggetti  che hanno realizzato l'indagine

Ringrazio tutti coloro che hanno collaborato  e che ci hanno permesso, finora, di compiere un buon lavoro nel  rispetto dei tempi concordati. Mi auguro che questo clima di entusiasmo e partecipazione ci accompagni fino al completamento della ricerca.

Infine,  voglio accennare ad un’iniziativa intrapresa a Verona di collaborazione con l’azienda farmaceutica Glaxo Wellcome per la lotta contro il fumo. Abbiamo accettato di inserire il nostro simbolo sul manifesto con cui la Glaxo Wellcome promuove l’adesione di soggetti sani  fumatori per la  sperimentazione di un farmaco

 

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Tutela dei diritti

La nuova legge sull’assistenza non convince

  Aldo Thiella

La nostra associazione è sorta e sta vivendo con la tutela dei diritti. Penso che con la tutela dei diritti si riesca a creare una base che può essere di aiuto per qualcosa di più. Io non sono contrario a questi incontri perché mi elevano culturalmente, mi fanno vedere com’è la situazione e com’è il pensiero attuale.

Un po’ questa democrazia associativa, questa unione fra le varie associazioni, nel nostro piccolo, lo stiamo facendo, perché per esempio noi parliamo con Psiche 2000 per la questione dei malati di mente, parliamo con altre associazioni. Io non posso essere di una associazione che sa tutto, perché quando noi diciamo “tutela dei diritti del cittadino” diciamo una cosa che è infinita. Allora noi, nella nostra realtà, abbiamo cercato di avere tanti vice-presidenti delle varie problematiche che ci venivano assegnate. Nella nostra associazione abbiamo una signora che si interessava delle tematiche dei bambini ed è diventata vice-presidente e continua la battaglia su questa tematica dei bambini. Naturalmente ci siamo collegati con l’Anfass, con gruppi della zona che sono contro la droga ecc. Quindi una piccola la rete l’abbiamo costruita. Certo è una cosa che facciamo a livello locale, a livello nazionale siamo collegati col CSA di Torino il quale a sua volta ha una quarantina di associazione collegate in Piemonte. Per razionalizzare questi rapporti e per evitare che alcuni individualmente siano in contatto ma tutti gli altri non sappiano niente, bisogna nominare una persona che si impegni a distribuire i materiali a tutte le altre associazioni che abbiamo nel territorio, la conoscenza delle soluzioni che abbiamo trovato per i vari problemi. Per esempio parlando con Cozzi Lepri ho scoperto che nel Lazio pagano un tetto di 50 mila lire per i malati non autosufficienti, nel Veneto dobbiamo pagarne 80/90 mila lire. Se si sa che ci sono queste realtà in Italia si ha più forza per andare a dire ai nostri amministratori regionali. Bisogna trovare un sistema di collegamento di tutti i nostri centri, perché se noi dimostriamo di essere un gruppo che lavora automaticamente saranno le altre associazioni che vengono a cercarci per costruire assieme la rete. Il Senato può essere visto come un volo pindarico, però se cominciamo dal basso qualcosa si può fare.

Per quanto riguarda il collegamento con le varie organizzazioni sindacali io sono contrario. Abbiamo avuto delle esperienze, per cui loro sono venuti in cerca di aiuto da noi su temi che noi avevamo affrontato prima di loro; mentre loro volevano che i famigliari pagassero le rette, noi ci siamo impuntati e abbiamo ottenuto il pagamento solo dell’assegno di accompagnamento. Però adesso c’era la richiesta di aiuto da parte di Santanera perché la legge sull’assistenza è stata approvata alla Camera e adesso andrà in discussione al Senato, e occorre fare un’opera di protesta. Per fare la conferenza stampa hanno dovuto legarsi ad un albero anche se rappresenta 40 associazioni, se no non andava nessuno. Ho telefonato alla Cgil, ma mi hanno detto di no. Tre anni fa dopo la mia richiesta alla stesso sindacato i giornalisti erano arrivati subito. Questa volta mi hanno detto di no perché loro appoggiano questa legge. Cominciamo perciò come associazione a collegarci con tutte le altre associazioni che sono nel territorio e cominciamo a livello nazionale; questa è un’ottima opportunità di collegarci con un’associazione che sta facendo le cose fatte bene. Anche perché loro seguono moltissimo la questione dei bambini, come i problemi dell’affido e dell’adozione, perché sono trent’anni che lavorano in questo campo. E poi stanno seguendo moltissimo la questione degli anziani e dell’Alzhaimer. Chi è medico sa meglio di me che se non corrono ai ripari sarà la malattia nostra del futuro.

 

Paolo Cozzi Lepri

Dobbiamo lavorare su due piani. L’orizzonte, lo sfondo non ci deve distogliere dal problema immediato. Francesco Santanera ha organizzato per il 15 settembre un incatenamento - per porre all’attenzione dell’opinione pubblica questo tema che è totalmente dimenticato - di una delegazione del CSA con altre associazioni sul tema della Legge sull’assistenza, che viene venduta un passo avanti, ma che lui ritiene un passo indietro per la tutela dei diritti. Verrà richiesto un incontro con la ministra Turco e si cercherà di dare risalto  alla cosa. Gli incontri con la Turco sono stati già effettuati, ci sono stato anch’io. C’era l’on. Battaglia, c’era la Signorino e c’erano dei funzionari. E questi molto candidamente hanno detto alla nostra delegazione che questa legge è stata spinta fortemente dal sindacato in primis e viene appoggiata da tutte le altre associazioni comprese associazioni che sono venute qui a parlare. Io sono perfettamente d’accordo che lo sfondo è quello della democrazia associativa, però teniamo presente che questi qui poi ce li troviamo contro su alcune questioni cogenti sui diritti. Si tratterebbe di fare un’analisi sul perché, sarebbe interessante capire come mai su questioni pratiche, su leggi, ci troviamo su barricate opposte.

Santanera ha fatto un’analisi molto dettagliata di questa legge, come lui sa fare e ha individuato alcuni punti molto problematici. Comincio dai soldi. Voi sapete che le Ipab sono istituti di pubblica assistenza e beneficenza, beni mobili e immobili dedicati per statuto ai poveri, alle fasce deboli. Lo stato stesso ha calcolato il valore in trenta/quaranta mila miliardi di lire a livello nazionale. Mentre la normativa attuale anche per statuto destina questi beni all’assistenza, con questa nuova legge viene cadere il principio che i patrimoni non sono alienabili. In sostanza, facendola breve perché la questione è molto complicata, sarebbero vendibili ai privati. Qui c’è la possibilità che un Berlusconi ad esempio si compri a Piazza Indipendenza una Ipab di Roma che è dell’istituto San Michele che dovrebbe assistere i ciechi. Altre questioni sono che continua a permanere il problema che gli anziani non autosufficienti sono dirottati in un servizio assistenziale anziché nel settore sanitario; non cambia nulla. Continuano a permanere delle sperequazioni sull’assistenza ai minori, non sono previsti i servizi sociali obbligatori, in pratica è una legge piena di dovrebbero, potrebbero, si può, se ci sono i fondi. Dobbiamo socializzare di più questi problemi.

 

Dibattito

Sugli interventi di Aldo Thiella e di Paolo Cozzi Lepri si è aperto un vivace dibattito fra i presenti al seminario di studio. Roberto Bottura, già Assessore alla sanità della regione Veneto, ha affermato che, pur riscontrando nella legge Turco sull’assistenza diversi limiti, non va trascurato il fatto che ci troviamo di fronte a una legge che finalmente riordina un settore come quello dell’assistenza che da un secolo non trovava una sistemazione legislativa. E’ quindi una legge che va migliorata e quindi va bene avanzare critiche e proposte, ma respingerla in toto. Secondo Bruna Bellotti di Bologna, invece hanno ragione Santanera e il Coordinamento del volontariato dei diritti a criticare duramente la legge perché non fornisce garanzie per l’assistenza alle categorie più bisognose. I sindacati e le associazioni sbagliano ad appoggiarla, perché in questo modo non fanno gli interessi dei cittadini. Ha citato poi una serie di casi concreti che dimostrano come c’è la tendenza ad assegnare a cooperative i servizi e a scaricare sulle famiglie i costi dell’assistenza e a non garantire servizi adeguati. Ha invitato quindi tutti ad aderire e a partecipare alla dimostrazione davanti a Palazzo Madama per protestare contro il progetto di legge sull’assistenza già approvato alla Camera e che sta andando in discussione al Senato.

Al termine del dibattito, constatate le divergenze interne e la necessità di acquisire ulteriori elementi di valutazione, si è deciso di affidare l’incarico a Bruna Bellotti di organizzare a Bologna ai primi di novembre un convegno sulla legge con la presenza di esperti.

 

 

(NdR. Ci scusiamo con i partecipanti se non abbiamo riportato tutti gli interventi; non solo per motivi di spazio ma anche perché non tutti gli interventi sono risultati registrati.)

 

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