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e solidarietà
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ORGANO UFFICIALE |
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N° 32/2002 - anno VIII |
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Sommario |
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La nuova legge
sull’assistenza Non accennano a placarsi le polemiche e le
discussioni in merito alla Legge 328 dell’8.11.2000 (Turco –
Signorino) “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di
interventi e servizi sociali”. Anche in aula il dibattito è stato
molto acceso; erano più di mille gli emendamenti presentati da
parlamentari e forze politiche. Tra i primi, come sapete, a criticare
aspramente questa Legge, è stato il nostro amico del CSA Francesco
Santanera con puntigliosa precisione e la solita caparbietà. Non si è
limitato però a generiche contestazioni ma ha circostanziato le sue
critiche entrando nel merito dell’articolato di Legge sollevando
questioni di estremo interesse, sia di carattere economico, sulla
destinazione delle IPAB, che nel merito dei diritti esigibili da parte
delle fasce più svantaggiate. In pochi lo hanno seguito. |
editoriale | ||
| la nuova legge sull'assistenza |
Federalismo
sociale, Le proposte di referendum della regione Veneto sul fede- ralismo hanno riacceso un di- battito che si ripresenta cicli- camente da quando la Lega Nord ha sollevato il proble- ma. Tutti coloro che parlano di federalismo inten- do no con esso un federalismo a ca- rattere territoriale. Invocando differenze etniche, culturali ed economiche avanzano l’esigen- za di articolare lo stato nazio- nale in entità regionali a forte autonomia, con la gestione di buona parte delle risorse derivante dalle tasse. Per definizione la cosa pubblica migliorerebbe se gestita diret- tamente, mentre il governo centralistico sarebbe sinonimo di inefficienza e burocratizza- zione. Sull’utilità di una responsabilizzazione degli enti locali e delle regioni nessuno di noi ha dubbi, come pure sull’utilità di gestire in modo decentrato i servizi. segue |
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| la legge sull'assistenza (scheda) | |||
| geriatria | |||
| rsa, cosa sono? | |||
| il medico di M.G. | |||
| infermieri cercansi | |||
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La questione non mi
sembra irrilevante anzi; su questa materia si gioca e si giocherà il futuro di
una parte dell’associazionismo e la sorte di molti nostri concittadini che
usufruiranno dei servizi sociali. Tenterò di fare alcune riflessioni e di
elaborare una proposta di posizione da tenere come Movimento dei Cittadini.
1) La prima osservazione è di carattere economico. Come sapete, ormai da tempo, gli enti locali e in particolare i Comuni, quando si tratta di erogare servizi come l’assistenza domiciliare agli anziani, mense per i poveri, assistenza ai barboni e ai tossicodipendenti ecc. molto spesso delega tutte queste attività ad Cooperative attraverso appositi appalti. Questo fenomeno è in continua crescita anche perché paga in termini di posti di lavoro e quindi di voti e risulta, in fin dei conti, più economico, rispetto allo stesso servizio gestito dal pubblico. Inoltre offre il vantaggio, per il potere politico, di governare comunque un settore che è possibile gestire solo disponendo di personale altamente motivato e formato. Non è un mistero per nessuno che questo personale è contiguo alle Associazioni del Terzo settore. Fin qui nulla di nuovo, direte voi; il problema nasce infatti non dal dissidio pubblico/privato ma dal fatto, anche questo ben conosciuto dagli esperti del settore, che spesso le cosiddette Cooperative, essendo gli appalti al massimo ribasso, non possono garantire la qualità del servizio. Ad esempio lo stipendio di un fisiokinesiterapista diplomato, assunto con questo sistema, non supera in media £ 1.200.000. Cosa c’entra tutto questo con la legge sull’assistenza? Una legge che non mette nessun paletto sui diritti esigibili, sui servizi obbligatori per legge, sugli standards di questi servizi, va benissimo per lasciare tutto come prima e più di prima nel senso che molte Associazioni con grossi budget e giri di Cooperative sono molto interessate a questa impostazione che permette loro di fare business nell’ambito dell’assistenza. Inoltre queste Associazioni hanno una fame insaziabile di spazi ed immobili a basso costo (non saranno per caso interessate ad acquisire parte dei beni immobili delle disciolte IPAB?).
Guarda
caso, chi difende i principi e i diritti e non ha cooperative si è dimostrato
contrario alla legge mentre i più grandi sostenitori della “Riforma” sono
stati l’AUSER (Associazione dello SPI-CGIL) e i Sindacati. A proposito lo
sapevate che molti sindacalisti sono anche soci di molte Cooperative sociali che
pagano in nero i loro dipendenti?
2)
E’ uno scontro tra due culture. Una “sessantottina” , “rifondaiola e
Bertinottiana”, rispettabile e fondata su principi ben chiari anche se col
rischio di apparire ideologica ed astratta, l’altra “consociativa”, di
linguaggio “politico-sindacalese” che non guarda mai alla lettera di ciò
che è sancito dalla Legge ma si rifà ai grandi principi democratici e
costituzionali, che rischia però la demagogia, il pressappochismo, la
superficialità se non, peggio, il bieco interesse di parte.
Il
dibattito al quale abbiamo assistito e al quale abbiamo partecipato attraverso
le pagine della nostra rivista si è svolto, a mio parere, in maniera del tutto
paradossale. E’ stato un dialogo tra “sordi”; da una parte tra chi citava
articoli di legge contestando le ricadute concrete a danno dei cittadini,
dall’altro chi decantava la modernità e l’indispensabilità della
“Riforma” guardandosi però bene dall’entrare nel merito delle
contestazioni. Mala fede? Analfabetismo giuridico? Interessi di parte? Approccio
ideologico ed astratto? Forse un po’ di tutto ciò ed anche di altro. E’
certo però che da alcuni anni, questo è un fatto incontestabile,
stiamo assistendo ad un arretramento rispetto alle grandi riforme del
passato come la L.833 e la L. 180 che con tutti i loro difetti erano comunque
leggi che hanno rappresentato un grande passo avanti sull’esigibilità dei
diritti. Cionondimeno è incontestabile che c’era e c’è bisogno di una
Riforma vera nel campo dell’Assistenza.
Meglio una brutta legge recente subito o una vecchissima legge ormai superata?
Il CSA non ha dubbi. E’ un arretramento rispetto alla Legge Crispi. Molti dei
sostenitori della Legge tuttavia hanno utilizzato quest’argomento per
sostenere che il Sig. Santanera è un esagerato, malato di ideologismo. E’
sufficiente il fatto che una legge sia più recente per sostenere che sia
migliore ? La storia ci insegna che non è così; fatto il ’68 in molti, a
cominciare dalla sinistra, hanno cominciato a disfarlo.
3) Ma noi da che parte stiamo ? Io penso che il Movimento dei Cittadini non deve scandalizzarsi se una parte del Terzo settore pensa ed agisce per fare in modo che il cosiddetto Stato Sociale sia gestito dal Privato sociale. La cosa invece che ci deve scandalizzare è l’abdicazione comoda dello Stato e la completa “deregulation” a cui andrà incontro questo settore dopo l’approvazione della Legge. A noi sta bene che il privato gestisca a patto che lo Stato detti i principi, descriva i diritti, definisca i servizi obbligatori e fissi gli standards. Ma se lo Stato abdica a questa funzione, non definisce, lascia nel vago, depaupera le risorse allora dobbiamo seriamente preoccuparci. Se aggiungiamo a questo il provincialismo imperante, il federalismo selvaggio, le differenze sociali tra Nord e Sud abbiamo un quadro allarmante della situazione che ci fa ritenere che le diseguaglianze tra i “sommersi” e i “salvati “ aumenteranno. Ci saranno sempre più servizi di serie A e di serie B. In sanità è già così. Con l’introduzione dell’intra-moenia chi può ottiene la visita in tempi brevi; chi non può aspetta. Dobbiamo essere vigilanti. Invito tutti gli amici del Movimento a verificare l’applicazione di questa legge a partire dallo spirito che ci ha sempre animato e che dà il titolo alla nostra rivista: “Diritti e Solidarietà”. Sollecito quindi tutti a non abbassare la guardia, ad essere attenti ai cambiamenti che saranno presi in conseguenza della nuova normativa, a segnalarmi quindi esempi di come nel concreto verrà applicata questa legge. Questo mi sembra veramente importante; dopo il “dialogo tra sordi” proseguiamo il dibattito nel concreto, su casi concreti, su emergenze sociali e su bisogni reali a cui nessuno da risposta. Del resto anche l’uomo più ricco d’Italia lo afferma in suo recente manifesto: “UN DOVERE ASSOLUTO, AIUTARE CHI E’ RIMASTO INDIETRO”. Se lo dice “Lui”!
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segue
editoriale Il problema è ben diverso invece quando per federalismo si intendono regioni come piccole nazioni che gestiscono in toto le proprie risorse, con servizi come la scuola o la sanità senza alcun coordinamento sul piano nazionale. In un paese come il nostro dove è tradizionalmente forte il campanilismo localistico e esiste una divisione Nord / Sud ancora forte sul piano economico, introdurre forme accentuate di autonomia ci porterà ad aggravare una situazione già oggi difficile. Questo tipo di federalismo soprattutto non introduce alcun vero cambiamento nel rapporto tra cittadini e istituzioni, perché tende a riprodurre in piccolo la separazione esistente e crescente fra i cittadini e la politica gestita dai partiti in modo verticale. Se vogliamo veramente innovare questo rapporto tra cittadini e gestione della cosa pubblica dobbiamo spingersi verso le vere nuove frontiere della partecipazione civile: il federalismo “sociale”. Per federalismo sociale intendiamo l’introduzione di meccanismi di articolazione del potere che coinvolgano la società civile, attraverso l’associazionismo delle professioni, del volontariato, delle organizzazioni di tutela, di iniziativa civica. La società è ricca di queste forme di partecipazione, che però si arrestano sulla soglia della politica, sia perché per loro natura ne diffidano ritenendo la politica di per sé corrotta, sia perché sono spinte a comportamenti a volte chiusi e poco trasparenti da una gestione monopolistica della politica da parte dei partiti, i quali hanno la pretesa di pronunciarsi sull’universo mondo senza interpellare e coinvolgere gli specialismi. Questo federalismo che punti a una democrazia associativa, all’interno di regole comuni, fondate sui diritti di cittadinanza senza frontiere, può innescare meccanismi di autogoverno che permettano di sviluppare appieno le risorse di conoscenza e di relazione proprie di una società complessa che altrimenti rischia di implodere in forme di anarchia o di separatezza perché la politica tradizionale non riesce più a rappresentare il tessuto siociale. Federalismo sociale e federalismo territoriale possono essere in ultima analisi le due dimensioni (orizzontale e verticale) attraverso cui declinare il vero rinnovamento della democrazia, lontani da spinte neonazionalistiche territoriali, per andare verso integrazioni articolate delle espressioni associative dei cittadini sia sul piano locale che su quello nazionale. |
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schedaLA NUOVA LEGGE SULL’ASSISTENZA Principi
generali e finalita’ La “legge quadro per la
realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali”
n. 328 del 8.11.2000, fa riferimento agli articoli 2,3 e 38 della
Costituzione per chiarire principi generali e finalità che si propone
di realizzare. Questi, indicati nell’articolo 1, sono: l’assicurare
alle persone e alle famiglie un sistema integrato di interventi e
servizi sociali, per garantire la qualità della vita, pari opportunità,
non discriminazione e diritti di cittadinanza, per previene, eliminare o
ridurre le condizioni di disabilità, di bisogno e di disagio
individuale e familiare, derivanti da inadeguatezza di reddito,
difficoltà sociali e condizioni di non autonomia. L’attuazione di questo
sistema integrato di interventi e servizi sociali compete agli enti
locali, alle regioni e allo Stato, che però riconoscono e agevolano il
ruolo degli organismi non lucrativi di utilità sociale, degli organismi
della cooperazione, delle associazioni e degli enti di promozione
sociale, delle fondazioni e degli enti di patronato, delle
organizzazioni di volontariato, degli enti riconosciuti dalle
confessioni religiose con le quali lo Stato ha stipulato patti, accordi
o intese. Perciò la gestione e l’offerta dei servizi può essere
fatta sia da enti pubblici che da enti priviti La legge promuove, inoltre, la
partecipazione attiva dei cittadini, il contributo delle organizzazioni
sindacali, delle associazioni sociali e di tutela degli utenti per il
raggiungimento dei fini istituzionali. Il diritto alle prestazioni L’articolo 2, stabilisce che hanno diritto di usufruire delle prestazioni e dei servizi: 1) i cittadini italiani e, nel rispetto degli accordi internazionali, con le modalità e nei limiti definiti dalle leggi regionali, anche i cittadini di Stati appartenenti all’Unione europea ed i loro familiari, nonché gli stranieri. Ai profughi, agli stranieri ed agli apolidi sono garantite le misure di prima assistenza, secondo il decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112; 2)
I soggetti in condizioni di povertà o con limitato reddito o con
incapacità totale o parziale di provvedere alle proprie esigenze per
inabilità di ordine fisico e psichico, con difficoltà di inserimento
nella vita sociale attiva e nel mercato del lavoro, nonché i soggetti
sottoposti a provvedimenti dell’autorità giudiziaria che rendono
necessari interventi assistenziali, accedono prioritariamente ai servizi
e alle prestazioni. L’assetto istituzionale, le funzioni e il finanziamento. Con gli articoli 6, 7, 8 e 9,
il disegno di legge assegna le funzioni ai vari soggetti istituzionali
(comuni, province, regioni, Stato) responsabili dell’organizzazione
del sistema integrato, per la cui compiuta organicità si rimanda
all’adozione di strumenti di programmazione e di gestione, quali il
Piano Nazionale degli interventi e dei servizi sociali a cui debbono far
riferimento le Regioni nell’approntare il Piano regionale (art. 18).
E’ altresì prevista, a cura dei comuni associati, la definizione dei
Piani di Zona (art. 19). Le risorse finanziarie
indispensabili per la realizzazione del sistema sono di due tipi: il
primo è rappresentato dalle dotazioni messe a disposizione da comuni e
regioni in relazione alle loro competenze e responsabilità (articolo
4), il secondo dalla istituzione del Fondo nazionale per le politiche
sociali (articolo 20). Altre
disposizioni - La prima riguarda gli Ipab
(Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza), per le quali negli
articoli 10 e 11 sono previste novità che riguardano il loro stato
giuridico, l’inserimento nella programmazione, la riconversione
patrimoniale, l’adeguamento strutturale, “assicurando autonomia
statutaria, patrimoniale e contabile” e le modalità di autorizzazione
e di accreditamento. Tutto ciò, attraverso l’emanazione di un decreto
legislativo. - La seconda, la definizione e
la formazione delle figure
professionali sociali (articolo 12). - La terza, l’adozione, anche questo tramite
l’emanazione di un decreto, della Carta
dei servizi sociali che ogni ente erogatore di servizi dovrà
elaborare (articolo 13). Nella carta dei servizi sociali sono definiti i
criteri per l’accesso ai servizi, le modalità del relativo
funzionamento, le condizioni per facilitarne le valutazioni da parte
degli utenti e dei soggetti che rappresentano i loro diritti, nonché le
procedure per assicurare la tutela degli utenti. Al fine di tutelare le
posizioni soggettive e di rendere immediatamente esigibili i diritti
soggettivi riconosciuti, la carta dei servizi sociali, ferma restando la
tutela per via giurisdizionale, prevede per gli utenti la possibilità
di attivare ricorsi nei confronti dei responsabili preposti alla
gestione dei servizi.3. L’adozione della carta dei servizi sociali da
parte degli erogatori delle prestazioni e dei servizi sociali
costituisce requisito necessario ai fini dell’accreditamento. - La quarta, una serie di disposizioni per la
realizzazione di particolari
interventi di integrazione e sostegno sociale “nell’ambito delle
risorse disponibili”, nelle quali sono contemplati la predisposizione
di progetti individuali per le persone disabili, l’attuazione del
sostegno domiciliare per le persone anziane non autosufficienti (cui il
Ministero della Solidarietà sociale destina annualmente la quota del
Fondo nazionale per le politiche sociali da riservare), le azioni di
sostegno e di valorizzazione delle responsabilità familiari e, infine,
la previsione di concessione di titoli per l’acquisto di servizi
sociali (articoli 14, 15, 16 e 17). - La quinta, l’istituzione
del sistema informativo dei
servizi sociali e della Commissione
di indagine sulla esclusione sociale (articoli 21 e 27). - La sesta, la definizione del sistema integrato di
interventi e servizi sociali e cioè del livello essenziale delle
prestazioni sociali erogabili, sempre sotto forma di beni e servizi
(articolo 22) e le misure di contrasto alla povertà ( come il
“reddito minimo di inserimento”) e il riordino degli emolumenti
economici assistenziali (articoli 23, 24, 25 e 26).
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La
nuova legge sull’assistenza: Il
18 ottobre, con il voto favorevole della maggioranza di centro sinistra,
l’astensione del centro destra e quello contrario della Lega e di
Rifondazione comunista, è stata approvata dal Senato e resa operante la
“Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi
e servizi sociali”. A tale proposito, la nuova legge porta in sé alcuni elementi positivi quali:ì ·
la
realizzazione di una rete organica dei servizi, che rende concreto
l’esercizio del diritto all’assistenza da parte della persona
svantaggiata; L’approssimarsi della fine legislatura, con la possibilità di non approvare la legge, ha impedito, purtroppo, una lettura ed un approfondimento più attento del testo, che ha mantenuto alcuni oggettivi ostacoli che possono frapporsi alla sua completa attuazione. Essi sono rappresentati: ·
dalla
scarsa organicità dell’attuale legislazione, derivante da una
complessa e difficile situazione politica. Si pensi ad esempio che, nel
mentre è stato sciaguratamente soppresso con altra legge ed in omaggio
ad uno sgangherato federalismo, il Fondo sanitario nazionale, con questa
s’istituisce il Fondo nazionale per i servizi sociali; Rimane, in ogni modo, fondamentale il fatto che si è riusciti, per la prima volta (tentativi c’erano stati in tutte le legislature) ad approvare una legge organica sull’assistenza, che, tra l’altro, abroga definitivamente provvedimenti come la legge Crispi del 1890, e che costituisce un ulteriore positivo tassello mirato al riordino dello Stato sociale e all’allargamento della sfera dei diritti e del loro eventuale godimento.
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Diritti
del malato Il medico generale e le nuove realta’ sociali
Convegno
della SIMG a Orvieto
Che siano i cittadini a rivendicare una medicina attenta alla nuova realtà sociale è cosa normale, molto meno usuale che a farlo siano i medici stessi. E’ quanto è successo invece nell’incontro promosso a Orvieto il 21 ottobre 2000 dalla SIMG, Società Italiana di Medicina Generale. A fare il quadro sulla situazione attuale della società erano stati chiamati, oltre al Presidente della SIMG, Claudio Cricelli, Mons. Vincenzo Paglia, ispiratore della Comunità di San Egidio e vescovo di Terni, il prof. Tullio Seppilli, dell’Università di Perugia, esperto di antropologia medica, la prof.ssa Nerina Dirindin, docente di Economia nell’Università di Torino, Stefano Inglese del Tdm, che però non è intervenuto perché malato. Mentre il presidente Cricelli ha sostenuto che “la medicina è una politica sociale”, perché i sistemi sanitari riflettono i sistemi sociali e quindi la medicina deve essere una scienza sociologica e antropologica che affronta le nuove tematiche di frontiera, quali la bioetica e il problema dell’immigrazione, Mons Paglia ha affermato che la solidarietà è il tema attorno al quale oggi ci si scontra. Nel suo intervento, dopo aver fatto un quadro delle condizioni drammatiche in cui versano miliardi di persone, con centomila morti ogni giorno per fame (una bomba atomica al giorno), ha sottolineato che il fenomeno più preoccupante è “la cultura del disprezzo” che viene coltivata verso i più deboli. Siamo di fronte ad un “egoismo teorizzato”, con un culto del benessere materiale che tende ad annullare le culture. La vita, invece, ha detto Mons Paglia ha una “dimensione universale”. L’intervento della la prof.ssa Dirindin, trattando degli aspetti economici della sanità, ha messo in luce il fatto che gli economisti sanitari spesso si perdono nei piccoli problemi di risparmio e perdono di vista la prospettiva generale. A suo avviso le aziende sanitarie hanno gli stessi problemi delle grandi aziende private e non è detto che siano meno efficienti di queste ultime. Efficienza ed equità, però, non vanno sempre di pari passo, per cui bisogna realizzare un mix delle due. Per la prof. Dirindin se è finito il tempo “del tutto a tutti, subito e gratis”, bisogna però tener presente che la sanità ha già dato un notevole contributo al contenimento del debito pubblico; il problema oggi è di spendere meglio e di evitare che il federalismo fiscale, che viene proposto da alcuni, non vada a ingessare il dualismo del sistema italiano fra Nord e Sud del paese, invece di aiutare il suo superamento. “Nelle cattedre universitarie prevale la biomedicina”, ha dichiarato nel suo intervento il prof. Seppilli, ma questa medicina è parziale, non scientifica. Già Freud aveva sostenuto che “la prima medicina è il medico stesso”. Perciò sono necessarie competenze complesse per trattare le dinamiche medico-paziente, perché esse riflettono il contesto storico-sociale. Il rapporto medico-malato, infatti, è un rapporto fra culture e persone. Inoltre, ha evidenziato il prof. Seppilli, l’interculturalità non l’hanno inventata gli extracomunitari, c’era anche prima, fra veneti e siciliani la differenza era maggiore di quella fra veneti e francesi. Siamo di fronte a 120 etnie di immigrati e non possiamo pensare che ci si debba attenere né solo alla nostra cultura né solo alla loro. Negli stessi immigrati c’è insieme nostalgia e rifiuto del proprio paese; vanno ricercate “aree culturali comuni”. Quello che non bisogna dimenticare è che nel rapporto medico-paziente la “cultura del paziente è fondamentale. Sono importanti perciò i “mediatori culturali” dentro gli ospedali, ma anche valorizzare la funzione degli infermieri. Da questa attenzione alla cultura del malato hanno da guadagnare anche i pazienti italiani. Anche di fronte agli apporti delle medicine non occidentali o agli aspetti psicologici della malattia bisogna tenere un comportamento scientifico, verificando senza pregiudizi se funzionano. Durante il dibattito sono intervenuti fra gli altri Gloria Malaspina, responsabile nazionale del Dipartimento Salute della CGIL, il sen. Antonio Tomassini della Commissione Sanità del Senato e Antonio Giolo, presidente del Movimento dei Cittadini. Dopo aver riscontrato notevole sintonia tra le analisi emerse nell’incontro e l’elaborazione politico-culturale sviluppata dal Movimento dei Cittadini, Giolo ha rilevato che il nuovo contesto della globalizzazione esige una politica fondata su un nuovo paradigma, quello dei diritti senza frontiere. La stessa crisi della partecipazione politica un tempo veicolata dai partiti richiede nuove forme di rappresentanza, che possono essere interpretate dalla “democrazia associativa”. Giolo ha ricordato che i medici oggi si trovano di fronte cittadini più informati, più critici, meno obbedienti, disposti a rivolgersi a medicine tradizionali e a quelle non convenzionali. Che cercano comunque un rapporto soddisfacente col medico di medicina generale, per cui se non trovano risposte convincenti si rivolgono altrove. E non sempre il rapporto col medico di base si presenta facile, a partire dalla accessibilità, per gli orari limitati di apertura degli ambulatori, per la scarsa diffusione della medicina di gruppo. Antonio Giolo ha accennato inoltre all’indagine sulla sperimentazione clinica che il Movimento dei Cittadini ha svolto a livello nazionale insieme all’Istituto farmacologico Mario Negri, in cui, fra le altre cose, è stato chiesto ai cittadini se sarebbero disponibili a una sperimentazione seguita dai medici di base. Ha chiuso il convegno una tavola rotonda con Ovidio Brigoli, vice presidente SIMG, Maurizio Mori, della Consulta di Bioetica di Milano, Itala Turco di Farmindustria, in cui è emersa la trasformazione che sta subendo il ruolo del medico di medicina generale, a causa di quella che il dott. Mori ha chiamato la “secolarizzazione della salute”, con la scissione dei tre aspetti della medicina: l’aspetto scientifico, quello psicologico e quello magico. Di fronte alle nuove sfide dalla multiculturalità, dell’informazione sanitaria via Internet, delle questioni etiche poste dalle nuove tecnologie, è risultato chiaro nel convegno che il medico di base è chiamato ad un aggiornamento continuo e a un rapporto di ascolto nei confronti del contesto sociale in cui opera.. T.G. |
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| Infermieri
cercansi di Ivano Manzato Emergenza
infermieri! Mancano 50.000 infermieri in Italia! Se continua così
dovremo farci curare dagli infermieri extracomunitari! …Titoli e
titoloni per due - tre mesi e poi il silenzio, con la situazione che nel
frattempo continua ad aggravarsi perché il numero dei neo diplolaureati
infermieri che escono dalle università non riesce a sostituire il
numero di quelli che nel frattempo vanno in pensione. Si sente
sempre più spesso proporre come soluzione l’assunzione di un maggior
numero di Operatori Tecnici Addetti all’Assistenza (OTAA) i quali,
togliendo all’infermiere tutte le incombenze di natura alberghiera
(pulizia dei malati, cambio dei letti, somministrazione del cibo ecc.)
gli lascerebbero più tempo per seguire i lavori di propria specifica
competenza e quindi occorrerebbero
meno infermieri in corsia. Questa proposta potrebbe alleviare un po’
l’attuale sovraccarico degli infermieri ma non sarebbe ancora la
soluzione 1°-
perché per formare OTAA che siano all’altezza del compito loro
assegnato, in grado di supportare l’infermiere, magari essere messo in
turno assieme a lui, non bastano le poche settimane di tirocinio del
corso; 2°-
anche i corsi per OTAA non sfornano personale sufficiente a coprire il
fabbisogno attuale, tantomeno, penso, per eventuali aumenti di
richiesta; 3°- non
ne vengono assunti neanche adesso per i “normali” fabbisogni, a
causa della cronica povertà
delle ULSS, figuriamoci dopo! Neanche
questa è la soluzione al problema. |
Anche
gli infermieri sono responsabili dei pazienti
Gli
infermieri sono “portatori di una posizione di garanzia nei confronti
dei pazienti loro affidati” allo stesso livello dei medici ed hanno il
preciso dovere di eseguire prontamente tutte le disposizioni necessarie
alla tutela della salute dei malati. Non possono quindi fare lo
“scaricabarile” trasferendo gli ordini ricevuti ad altri colleghi,
ma devono eseguirli in prima persona nel contesto del loro orario di
servizio. Questa precisa indicazione viene data dalla Sesta Sezione
Penale della Corte di Cassazione, che ha confermato, con la sentenza n.
9638/2000, la condanna per omicidio colposo inflitta a tre infermieri
del pronto soccorso del Policlinico di Bari che non avvisando con il
citofono il medico internista, come era stato detto loro di fare dal
medico di guardia, avevano lasciato senza cure né assistenza un
marinaio di leva portato d’urgenza in ospedale perché, cadendo dal
treno in stazione, aveva preso un forte colpo in testa. Il giovane era stato lasciato solo per tre ore su una sedia a rotelle, fino a quando un poliziotto non si era accorto che il ragazzo non dava segni di vita. Gli infermieri, che non avevano avvisato l’internista e si erano limitati a passarsi la consegna, sono stati chiamati a rispondere della morte del paziente, della cui salute erano garanti al pari dei medici. |
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E’
auspicabile il rimborso dei farmaci antifumo Per combattere il tabagismo
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“La cultura è uno dei settori strategici per lo sviluppo della società” abbiamo scritto nelle Linee guida del Movimento dei Cittadini. Quanto è avvenuto in quest’anno ha confermato pienamente come la scuola sia sempre più al centro del dibattito politico. Prima il varo dell’autonomia, entrata in vigore dal settembre scorso, poi le polemiche sul concorsone, sui 6 milioni al 20 % degli insegnanti più bravi da selezionare con un concorso, oggi il confronto sulla riforma dei cicli, le agitazioni della categoria che chiede aumenti di stipendio. Chi opera nella scuola ha la sensazione di vivere in una condizione di terremoto. Si sa che nel pubblico impiego ci sono anche i furbi che sanno ritagliarsi il loro angolo in cui rifugiarsi, sanno adottare abili strategie di difesa finché non sia passata “la nottata”, magari per continuare come prima a dispetto di pedagogie, nuove leggi, nuovi programmi. Questa volta sarà un po’ più difficile, perché la riforma dei cicli, insieme a quella dell’autonomia, sta cambiando la scuola da cima a fondo; è la riforma più profonda da quella di Giovanni Gentile agli inizi del fascismo, nel 1923. Mentre la scuola dell’obbligo, sia elementare che media, aveva subito frequenti innovazioni di programmi e di ordinamento, la scuola superiore era rimasta la stessa da allora. In realtà le molte e spesso generose ma disordinate sperimentazioni avevano cambiato molto gli istituti superiori, ma l’impianto di fondo era rimasto lo stesso. Ora finalmente si cambia. Anche se lo scontro politico sta mettendo una seria ipoteca e c’è il rischio che l’alleanza, frequente in Italia, fra l’opposizione di destra e di sinistra lasci le cose come stanno, al 1923 appunto.
Non è più sostenibile la divisione in due cicli della scuola di base, cicli nati in epoche di scuola elitaria, in cui la maggior parte a malapena arrivava alla quinta elementare. Come non è più sostenibile una scuola piramidale e classista con i cima i licei, a metà gli istituti tecnici e in fondo alla gerarchia del sapere le scuole professionali.
La riforma è perciò un passaggio obbligato, e anche chi non la vuole deve allora lasciare procedere un meccanismo di sperimentazione che porterebbe in ogni caso a una trasformazione, sebbene più caotica. Ci sono comunque dei rischi anche nella riforma.
La messa in discussione delle scuole consolidate, ad esempio, come i Licei deve evitare la solita italiana politica gattopardesca in cui tutto cambia, ma tutto rimane come prima, e evitare anche di stravolgere la solida formazione che l’istruzione liceale finora ha garantito, rimescolando tutto in un calderone indistinto in cui non si distinguono più conoscenze vere, nozioni e capacità di problem solving.
Qualcuno solleva la questione del personale. Se si intende indicare il rischio di secondarizzazione delle elementari, forse qualche ragione c’è, ma non ci si può limitare al gretto calcolo dei posti di lavoro; posti che il Ministero potrebbe in ogni modo difendere facendosi carico delle risorse umane e culturali presenti nella scuola. In una scuola che veramente voglia mettersi al passo con i tempi c’è posto per persone che dedichino molto tempo all’utilizzo dei laboratori, delle biblioteche, all’uso delle nuove tecnologie.
Per evitare che i nuovi cicli restino delle scatole vuote, bisogna soprattutto non dimenticare che la scuola è cultura e passione, che la motivazione umana, esistenziale, all’apprendimento e all’insegnamento hanno un ruolo fondamentale. Da sempre i grandi pedagogisti sono stati uomini di grande impegno sociale e politico, basti ricordare Dewey, Freinet, o in Italia Gramsci e Don Milani. Senza un grande ideale di giustizia, di solidarietà, di democrazia sostanziale, la scuola diventa palestra per aridi e noiosissimi eruditi o diplomificio inflazionato. Bisogna evitare, quindi, che prevalgano certe tendenze struttural-funzionalistiche che riducono tutto a schematismi e ad architetture o peggio a un rinnovamento di immagine.
L’esigenza di una formazione culturale solida e moderna rimane intatta qualsiasi siano i cicli e i programmi. Il solido possesso della lingua italiana, la conoscenza della lingua inglese e delle altre lingue straniere, lo studio della storia, delle scienze, del ragionamento filosofico, la padronanza delle nuove tecnologie della conoscenza, il rapporto col mondo del lavoro: sono problemi sempre uguali e, se si bara su questi, le riforme servono a poco,
Non bisogna dimenticare Gramsci, quando ricordava che la tendenza alla facilitazione degli studi in una scuola di massa è irresistibile. Ce ne siamo accorti per un aspetto positivo, la diminuzione della mortalità scolastica, ma anche nel risvolto negativo di una evanescenza crescente della cultura posseduta dagli alunni. Come pure non va dimenticato Don Milani che condannava la selezione ma faceva scuola anche di domenica, perché se no l’emancipazione di chi la cultura non l’ha ricevuta dalla famiglia resta un’utopia.
E gli insegnanti? In questi mesi si sta dando sfogo in scioperi compatti alla frustrazione della categoria che ha molteplici cause e che in passato si fermava ad un endemico piagnisteo. Legittimati da un ministro che con maldestra sincerità ha dichiarato indecorosi i loro stipendi senza avere i soldi per aumentarli, gli insegnanti si sono incattiviti e chiedono aumenti significativi. Ma non tutti i docenti lavorano allo stesso modo! Certo è difficile individuare criteri che riconoscano la quantità e la qualità del lavoro didattico dei singoli insegnanti, ma se si vuole c’è la possibilità di quantificare il lavoro di preparazione delle prove, di correzione delle stesse, di progettazione, di attività di recupero, di predisposizione di materiali, di gestione dei laboratori. Ci sarebbe così l’occasione per rivalutare sì la funzione dei docenti, però in funzione di una sua produttività culturale e formativa.
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Indennizzo per danni anche quando la
vaccinazione non era obbligatoria
La Corte Costituzionale ha recentemente riconosciuto il diritto ad ottenere l’indennizzo previsto dalla legge 210/92 (danni da vaccino o trasfusione) per quanti hanno contratto l’epatite “B” da vaccino, anche negli anni in cui la vaccinazione non era obbligatoria (dal 1982).
Questa sentenza si unisce ad altre recenti sullo stesso argomento, che hanno riconosciuto il diritto del cittadino, ammalatosi attraverso trasfusioni infette o vaccinazione, ad ottenere l’indennizzo da parte dello Stato.
Il Movimento dei Cittadini prosegue l’attività di consulenza ed assistenza ai Cittadini interessati al problema
Il ministro
Veronesi risponde al movimento dei cittadini:
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Narrative
Based Medicine
E’ stato riscontrato che spesso i malati comunicano al medico i disturbi accusati, ma tacciono gli aspetti psicologici come i loro bisogni e le loro preoccupazioni, con effetti negativi per la cura, per i fraintendimenti che si possono ingenerare. Ne ha trattato uno studio pubblicato dal British Medical Journal, prendendo in esame i colloqui dei medici di famiglia con i loro pazienti. Molti medici ancora considerano la persona come un insieme di sintomi da catalogare in qualche specifica malattia e così tendono a parlare loro senza lasciare al paziente il tempo e l’attenzione sufficiente perché egli esponga i suoi problemi. Già Michael Balint negli anni ’50 in “Medico, paziente e malattia” suggeriva un metodo che assegnava al racconto del malato un ruolo decisivo. Anche il ricorso alle cosiddette medicine alternative a volte può essere motivato dall’attenzione maggiore prestata al malato da chi le pratica. Proprio per reagire a questa situazione si sta diffondendo un modo nuovo di affrontare la malattia, che tiene conto del modo personale di viverla e raccontarla del malato, la narrative based medicine. |
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