diritti  e  solidarietà

DeS telematico

ORGANO UFFICIALE

N° 37/2002 - anno X

Sommario
editoriale

IL TEMPO DELLA PRECARIETA’
Lea – Federalismo sanitario – Piano sanitario nazionale

Tante enunciazioni, tante parole, ma resta tangibile l’impressione di una navigazione a vista necessitata da una carenza di idee a fronte di un’abbondanza di obiettivi.

Così si può sintetizzare la politica dell’attuale governo per la tutela della salute. Certo, durante le campagne elettorali si possono, anzi è di moda, usare le iperboli più fantasiose pur di catturare il consenso degli elettori.
Da questo punto di vista, i rappresentanti del centrodestra, impegnati nella conquista della maggioranza, non andarono tanto per il sottile prima del 13 maggio 2001.

segue

editoriale
il tempo della precarietà (segue)

Resistenza, resa o innovazione?

   La promessa di un benessere crescente, di una politica efficiente gestita in modo manageriale e “spiccio”, ha indotto molti elettori a votare per il “grande seduttore”, per il “piccolo fratello” che controlla la quasi totalità dell’informazione.
   Riprendendo il titolo del famoso testo che raccoglie gli scritti del teologo protestante Dietrich Bonhoeffer, ci chiediamo: resistenza o resa?
   Restare neutrali, come tanto associazionismo di “anime belle” tende a fare, perché non ci si può sporcare le mani con la politica? A costo di diventare insipidi o, come scrive San Giovanni nell’Apocalisse, essere talmente tiepidi da provocare il voltastomaco?

segue

federalismo sanitario
la metropolitana
Diritti senza frontiere
immigrazione (scheda)
guerra israele palestina
IL BURKA INVISIBILE
il prof. Bertagna
mobbing
lMC in Parlamento Europeo
attività nell'alto vicentino
brevi
I i LEA di Carlo Hanau

vacanze diverse


home | chi siamo | lo statuto i nostri esperti | dimissioni selvagge | sangue infetto | sperimentazione clinica | qualità | storia del SSNmobbing

il tempo della precarietà

 

Molti ricorderanno l’unica e memorabile sparata in tema di tutela della salute dell’onorevole Berlusconi, il quale spiegò che il Polo si batteva per una sanità organizzata in modo che “anche il cittadino povero potesse curarsi nelle case di cura private come fanno i ricchi.”

Il fatto che, nonostante battute come queste, il Polo abbia vinto le elezioni potrebbe non deporre a favore di una parte consistente di cittadini italiani, ma è giusto pensare che l’opinione pubblica non abbia premiato la battuta in sé, ma espresso la speranza di un miglioramento nella qualità complessivamente intesa dei servizi.

Ma al di là di questo, che ormai rappresenta la parte elettoral-folkloristica passata, oggi, ha senso riflettere su alcuni nodi che stanno venendo al pettine e meritano un approfondimento non sterile.

Mi riferisco in modo particolare alla legislazione (in particolare la 405/2001) sul cosiddetto “federalismo sanitario” in prevalenza conseguente ad accordi Stato–Regioni, al provvedimento governativo sui “Livelli Essenziali d’Assistenza” (i famosi LEA), anche in riferimento alla presentazione da parte del Ministro Sirchia dello schema del nuovo Piano Sanitario Nazionale.

Procediamo con ordine malgrado la cosa risulti difficile per il contesto politico ed istituzionale piuttosto confuso.

Dalla fine degli anni ’80 la lotta politica è stata caratterizzata dalla crescita, essenzialmente nel Nord del Paese, di una forte contestazione al centralismo e di una rivendicazione d’autonomia istituzionale, che ha trovato voce e gambe nella Lega Nord, arrivata per una lunga stagione a propugnare la scissione o secessione dall’Italia e oggi, partner di governo del centrodestra, propugnatrice della “devolution”, parola inglese il cui fascino è direttamente proporzionale all’oscurità del suo significato.

Rimane il fatto che la pressione politica esercitata è stata tale che il sistema politico, dal 1994 totalmente cambiato se non nei protagonisti sicuramente nei principi e nei valori, ha preso in forte considerazione l’esigenza di un rimescolamento dei ruoli e delle responsabilità tra i vari livelli dello Stato.

Così è nata e si è affermata una legislazione “federalista” fortemente disorganica e contraddittoria nell’applicazione e negli obiettivi, frutto della gara al rialzo tra Ulivo e Polo su chi fosse più federalista, più autonomista, più chi ne ha più ne metta dell’altro.

Limpidi esempi (si fa per dire) di questo infernale meccanismo sono la legge sul “federalismo fiscale” del 1999, con la quale si sopprime il Fondo Sanitario Nazionale e la Legge costituzionale n. 3, con la quale la tutela della salute è totalmente demandata alla competenza regionale.

La legge 405/2001 e altri provvedimenti, sostenuti ed approvati dal Governo di centro destra, si inseriscono in questo quadro incerto e nebuloso, con il quale, a personale modo di vedere, si applica non il federalismo dell’assunzione di responsabilità di fronte ai propri cittadini, ma il “fai da te” regionale finalizzato esclusivamente a far quadrare in qualche modo i conti.

Un primo risultato di questo modo di procedere è costituito dallo stravolgimento della pratica che deve informare la maggioranza politica, liberamente eletta dai cittadini, al fine di salvaguardare i diritti dei cittadini garantiti dalla Costituzione e da essa ribaditi.

Da questo punto di vista, è inaccettabile che invece di perseguire l’attuazione del diritto nelle regioni o nei territori in cui ciò non avviene, si registrano e si codificano da parte dello Stato e delle Regioni le disparità d’organizzazione e di trattamento e gli squilibri in essere, facendo sì che a fronte del medesimo diritto possa intenzionalmente giustificata l’esistenti dei cittadini di serie A e di serie B. Basti pensare, ad esempio, a quanto accade tra Regione e Regione nell’assistenza farmaceutica con l’istituzione di ticket variabili e con l’aumento dell’Irpef suppletivo non per finanziare la qualità dei servizi ma diminuire i disavanzi di bilancio.

Stesso ragionamento vale per i “Livelli Essenziali d’Assistenza”, sui quali sarebbe sbagliato dare un giudizio aprioristicamente negativo.

Su questo fronte è, però, indispensabile formulare una obiezione di merito ed esprimere una preoccupazione di principio.

L’obiezione riguarda l’elenco dal quale sono stati tolti gruppi di prestazioni riferiti a trattamenti collocabili nell’area della riabilitazione.

E’ ben strano che la risposta alla grancassa suonata per anni di esecrazione per la carenza di strutture riabilitative e di addetti di riabilitazione, sia rappresentata dalla loro eliminazione dai “LEA” con il conseguente passaggio nell’ambito di spesa privato del cittadino.

La preoccupazione nasce invece dalla possibilità che i “LEA” possano servire ad attuare quella che può essere considerata la sublime tentazione di chi è sensibile alla quadratura del bilancio che all’efficienza ed all’efficacia dei servizi. In pratica, è indispensabile vigilare affinché i “LEA” non diventino gli strumenti destinati a garantire una “congruità” del fabbisogno finanziario indipendente, aldilà e al di fuori della soddisfazione del diritto di tutela alla salute del cittadino.         

Su questo piano, come sulle ormai inaccettabili liste d’attesa, le Associazioni che si battono per la concreta attuazione del diritto alla tutela della salute, così come stabilito dalla nostra Costituzione, come altre espressioni organizzate (partiti, sindacati, società scientifiche, volontariato, ecc.) e semplici cittadini, debbono vigilare, e, nel caso, contestare e far sentire la loro protesta con coerenza, rigore e serietà.      

  

     

                                                              Roberto Buttura

 

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Editoriale

Sempre abbiamo combattuto senza guardare al colore politico dei governanti nazionali o degli amministratori locali e sempre lo faremo, perciò ci collochiamo dalla parte della resistenza sempre, soprattutto in un momento in cui, più che in altri, di resistenza tenace e intelligente c’è grande bisogno. Lasciamo ad altre associazioni il compito di fare i reggi-coda dei potenti di turno.

Si pone, però il problema di non porsi in un atteggiamento di pura e semplice resistenza. Resistere va bene contro chi tenta di smantellare lo stato sociale e i diritti di cittadinanza, ma è necessario anche avanzare proposte di innovazione che allarghino gli spazi della democrazia e della partecipazione, che realizzino uno sviluppo condiviso e solidale.

E noi siamo ottimisti, perché nonostante il quadro drammatico della situazione a livello internazionale e oscuri attentati a servitori dello Stato come Marco Biagi, l’associazionismo sta dimostrando una grande vitalità. Sui temi della legalità, della pace, della tutela del diritto alla salute, al lavoro, allo studio, si mobilitano intellettuali, cittadini, movimenti. Non è solo questione di girotondi o di Palavobis, ma di una capacità di iniziativa dei cittadini che costringe i partiti a fare i conti con un protagonismo sociale maturo che va ben oltre la delega dell’impegno civico alla rappresentanza politica tradizionale.

Le “assisi” che si sono svolte in questi mesi sono molto simili alle “arene” deliberative che abbiamo indicato come Movimento dei Cittadini; si può dire che la realtà ha preceduto la nostra capacità di progettazione concreta e che bisogna prendere atto del nuovo contesto.

I cittadini dimostrano di saper scendere in campo unendo le sigle associative, trovando unità e libertà d’azione. Si sta superando il cliché di associazioni ottuse che guardano il mondo dal buco della serratura della propria particolare ottica, del proprio unico scopo originario, per cui chi si occupa di una particolare patologia non si interessa delle altre, chi è per la donazione di sangue rimane indifferente ai problemi dei malati di alzheimer, o degli anziani non autosufficienti e viceversa; si vanno invece cercando occasioni di convergenza per incidere insieme sulle strutture sociali. Sta maturando una coscienza civile consapevole che i diritti di cittadinanza o sono universali o non sono. E crediamo che il nostro movimento, che da tempo ha superato l’abitudine a guardare il proprio ombelico, a pensare solo a fare grande il proprio movimento, forse può più di altri, apparentemente molto più grandi e ricchi, aiutare a costruire nei fatti la democrazia associativa.

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Prove di “federalismo sanitario”

Il diritto alla salute è meno uguale!                                     

 

Lo sforamento della spesa sanitaria, rivelatasi di ulteriori 2,97 md di euro nei preconsuntivi per il 2001, sta portando ogni Regione ad adottare misure di contenimento e razionalizzazione. Tra le regioni che hanno registrato i maggiori disavanzi procapite spiccano il Lazio, l’Abruzzo, la Valle d’Aosta, il Molise e la Sardegna.
Anche alla luce del decreto approvato sui Livelli Essenziali di Assistenza (Lea) e che prevede che un certa lista di farmaci possa essere totalmente o per una quota in carico all’assistito, un po’ tutte le Regioni si sono attivate.
Così tra le 21 realtà (19 regioni più le province autonome di Trento e Bolzano), troviamo misure relative a: nuove entrate fiscali ( addizionale Irpef, bollo auto, Irap); medicinali (ticket per ricetta, compartecipazione alla spesa, limitazione del numero di farmaci prescrivibili per ricetta, distribuzione diretta, linee guida ed accordi calmieratori con i medici di base, misure di monitoraggio sulla spesa); centralizzazione negli acquisti di beni e servizi; razionalizzazione dell’assistenza ospedaliera e territoriale (più day hospital e day surgery).
- Piemonte, Lombardia, Veneto, Marche e Puglia hanno aumentato l’addizionale Irpef mediamente dello 0,5%;

- Veneto e Marche hanno incrementato il bollo auto di circa il 10%, mentre, unico caso, l’amministrazione marchigiana ha rivisto al rialzo anche l’Irap, l’imposta regionale sulle attività produttive gravante sulle aziende.

E’ stato avviato un processo di razionalizzazione delle prestazioni ospedaliere (anche riduzione del numero di posti letto). Da uno studio della Agenzia nazionale per i Servizi Sanitari Regionali, alcune regioni, con in testa l’Emilia Romagna partono già avvantaggiate. Molta attenzione sulla spesa farmaceutica che, benché abbia avuto una crescita rilevante negli ultimi mesi, rappresenta il 1415% dell’intera spesa del Servizio Sanitario. Le misure più consistenti sono:

-         La limitazione del numero di farmaci prescrivibili per ricetta (Val d’Aosta, Marche, Toscana, Lazio, Abruzzo, Campania, Basilicata)

-         L’adozione del ticket per ricetta (Piemonte, Liguria, Veneto, Lazio, Molise, Calabria e Sicilia) oscillante tra 1 e 2 euro.

-         il cosiddetto delisting, cioè il passaggio di un certo numero di farmaci dalla fascia gratuita a quella a parziale compartecipazione (dal 20 al 50% — fascie B1 e B2: Liguria, Veneto, Abruzzo, Sicilia ) o totalmente a carico dell’assistito (fascia C: Emilia, Toscana, Puglia, Friuli, Piemonte).

 Tagli di posti-letto negli ospedali del Veneto: 

1990                        2000                         Schede 2002                    Meno

Pubblici         27.165                   19.429                            17.501                           9.664

Privati              3.808                     3.477                              3.261                               547

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la scheda                                                                                                                                                  

Tagli alle prestazioni di fisioterapia

 

Il Decreto presidente consiglio dei ministri pubblicato l’8.2.2002 stabilisce i livelli essenziali di assistenza (LEA), il minimo di servizi sanitari garantito a tutti i cittadini italiani.

Se da un lato afferma che i servizi sanitari devono essere distribuiti a coloro che ne hanno bisogno, secondo la regola dell’appropriatezza, che deve essere giudicata caso per caso, dall’altro, inspiegabilmente, con l’allegato 2 A, lettera f) esclude totalmente dai LEA alcune prestazioni di fisioterapia che costituiscono un valido sostegno per disabili ed anziani.

In questa lista di proscrizione risultano infatti  “totalmente escluse”:

esercizio assistito in acqua, massoterapia, pressoterapia, elettroterapia antalgica, ultrasuonoterapia, laserterapia antalgica, mesoterapia.

Contraddicendo la premessa, il DPCM concede alle Regioni la possibilità di reinserire le ultime 4 prestazioni indicate, ed un comunicato del 7.3.2002 del Ministero invita le Regioni a fare questa concessione.

Resta tuttavia escluso:

- l’esercizio assistito in acqua, che per molte persone con fratture al femore, che non possono caricare il peso sull’arto, costituisce l’unico modo di poter mantenere valida la muscolatura;

- il massaggio, che costituisce per molti anziani e disabili un validissimo aiuto, in alternativa ad altre terapie meno efficaci.

Per di più questo taglio di prestazioni significherà una quota ridicola di risparmi (c.a un millesimo del bilancio della sanità pubblica).

Si tratta di un provvedimento che nuoce sopra tutto alle categorie più deboli e che non potrà comunque sortire risparmi apprezzabili.

 

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APPROPRIATEZZA DEGLI INTERVENTI

Livelli essenziali di assistenza

di Carlo Hanau

 Il 31 gennaio si è svolto a Roma, convocato dalla FIASO e da ANCI-FEDERSANITA’, un congresso dal titolo:”Livelli essenziali di assistenza e fondi integrativi”.

Dalle introduzioni è emerso chiaramente come la via intrapresa dal DPCM del 30.11.2001 nella definizione dei LEA non sia stata quella di stendere una lista positiva, comprendente tutte le prestazioni a carico del SSN, contrapposta a quella negativa, che, sulla base del decreto delegato n.229/99 si pensava dovesse essere finanziata prevalentemente dai fondi integrativi. L’elaborazione successiva ha infatti condotto alla consapevolezza che, nell’ambito del ragionevole e dell’evidenza, non esistono possibili demarcazioni fra prestazioni utili e prestazioni non utili, poiché a seconda dello stato di salute individuale le stesse prestazioni possono essere appropriate o non appropriate. La programmazione sanitaria deve riferirsi sempre più all’appropriatezza della prestazione, rispettando le esigenze individuali, che cambiano secondo lo stato di salute del soggetto e delle circostanze. Questa logica era già stata introdotta nel programma del Governo che le associazioni di disabili avevano suggerito nella conferenza nazionale svoltasi a Roma alla fine del 1999: i piani di intervento devono essere individualizzati e non si può dare una definizione in assoluto dell’essenzialità di una prestazione.

Nonostante queste premesse metodologiche, i LEA comprendono una lista negativa di prestazioni totalmente escluse, che riguardano essenzialmente la riabilitazione. A questa obiezione Del Favero ha potuto rispondere con i dati del bilancio dell’ASL n.1 del Veneto, dal quale risulta che si tratta di elementi marginali, pari ad appena 150.000 Euro, il 9,9% della spesa totale delle prestazioni di terapia fisica e riabilitativa ambulatoriale, una percentuale ridicola sul totale delle spese sanitarie. Dobbiamo tuttavia rimarcare che su questo particolare settore sono attive le imprese private aderenti a Federsanità, che rischiano di perdere una buona parte del loro fatturato, costituita dagli utenti che non sono in grado di pagarsi direttamente queste prestazioni.

La gran parte dei risparmi ottenibili nella logica dell’appropriatezza delle prestazioni riguarda la spesa ospedaliera: a fronte del risparmio di 150.000 Euro indicato, la ASL n.1 del Veneto conta su risparmi di 4.500.000 di Euro dalla riduzione dei ricoveri “ad alto rischio di inappropriatezza”, che i LEA indicano in una apposita lista.

Se in linea di massima la filosofia dell’appropriatezza al caso singolo deve essere accolta con favore, stupisce l’accanimento esercitato, in contrasto con tale principio, nei confronti di una piccolissima nicchia, quella riabilitativa, di cui i cittadini sentono la necessità e l’utilità. 

Dall’introduzione della regola dell’appropriatezza discende una maggiore difficoltà a stabilire l’area sulla quale i fondi integrativi possono e devono essere applicati.

Per quanto riguarda la copertura finanziaria coi fondi integrativi delle prestazioni libero-professionali dei dipendenti del SSN (intra moenia) è ormai apparso chiaro che non si dovrebbero ulteriormente incentivare, in quanto sembrano essere una delle cause dell’allungamento delle file di attesa per le prestazioni eseguite in regime di gratuità o di compartecipazione. E proprio sulle file di attesa si è soffermato il Ministro Sirchia che, riprendendo la sollecitazione del Capo dello Stato, ha annunciato l’attivazione di un gruppo di studio con le Regioni, per potere ridurre ad un massimo di 15 giorni il tempo di attesa delle prestazioni.

L’Assessore Giovanni Bissoni ha indicato chiaramente due aree nelle quali si devono cercare fondi integrativi: le cure per i non autosufficienti e le protesi dentarie. Nel primo caso occorre fare riferimento ad una forma di contribuzione obbligatoria, attraverso una fiscalità finalizzata oppure  attraverso un prelievo sui redditi da lavoro. L’Assessore ha dichiarato che non vorrebbe essere al posto del Ministro quando dovrà proporre al Consiglio dei Ministri questa scelta, pure indifferibile. In ogni caso le Regioni dovranno assumersi le responsabilità che loro competono nello Stato federale.

Infine alcuni rappresentanti della mutualità italiana, Marta Nicolini della federazione delle cooperative, Enzo Santini, della mutua Cesare Pozzo, e Federico Bendinelli, della CAMPA hanno illustrato l’esperienza delle poche associazioni di mutuo soccorso che sono sopravvissute al ciclone SSN, e che dovrebbero ottenere maggiore campo di azione in futuro, in quanto, paradossalmente il nostro sistema, basato sull’ipotesi del servizio sanitario nazionale gratuito per tutti, è quello ove il cittadino malato deve ricorrere al pagamento diretto (fuori della sua tasca) più che negli altri sistemi sanitari.

 Ripreso da Il Quaderno della distribuzione farmaceutica,n.1,2002

 

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La Medicina basata sull’evidenza

Cos’è ? Prendi la “metropolitana” e lo saprai

di Paolo Cozzi Lepri 

            A quanto pare, anche se sono ancora in molti ad illudersi, compresi i malati e le Associazioni di malati, solo il 15% delle patologie è ben conosciuto dalla “cosiddetta” scienza medica. Questo concetto è stato espresso a più riprese sia dai ricercatori dell’Istituto superiore di Sanità (Thomas Jefferson e Alfonso Mele) sia da Alessandro Liberati (Centro per la valutazione dell’efficacia dei trattamenti Sanitari di Modena – CEVEAS) che dalla stessa Paola Mosconi, nostra vecchia conoscenza, ricercatrice dell’Istituto Mario Negri di Milano. Durante l’incontro di formazione svoltosi a Roma il 3 ed il 4 Aprile 2002 al quale sono state invitate molte Associazioni di “consumatori della sanità” (Altroconsumo, Fed. Diabetici, LILA, Alzheimer Italia, UNASAM, Assistenza post-coma, MC) abbiamo appreso molte nozioni interessanti sui meccanismi della ricerca clinica e sulle revisioni della letteratura scientifica in sanità. 

            In pratica, per prima cosa, ha spiegato Thomas Jefferson (che di Inglese ha solo il nome dato che ha un accento Pisano smaccato) bisogna intendersi sul termine di medicina dell’evidenza, la sola che, a suo dire, può darci quelle relative “certezze” sul tipo di trattamenti sanitari diagnostici e/o terapeutici ai quali saremo sottoposti in caso di malattia. Ma come si arriva alla Medicina dell’evidenza ? Cochrane Collaboration è la più importante Organizzazione Internazionale no-profit che si occupa di raccogliere, valutare criticamente e diffondere le informazioni relative all’efficacia dei trattamenti sanitari. In genere i medici (a detta del Jefferson) ritengono molto pericoloso questo approccio. E qui la cosa si fa interessante. Qual è il pericolo di questa divulgazione? Forse i medici hanno paura di pazienti troppo informati? Oppure temono che si scopra che vi è un’ampia “zona grigia” della medicina? Se poi a questo aggiungiamo che le linee guida per patologie vengono discusse con le Associazioni dei pazienti (anch’esse probabilmente molto pericolose e piene di “comunisti”) allora la paura diventa panico.

             A ben pensarci si tratta effettivamente di un approccio “rivoluzionario” in quanto sconvolge il vecchio rapporto paternalistico medico-malato che ben conosciamo (molto radicato nel nostro paese) mettendo sullo stesso piano tutte le parti in causa e coinvolgendo i ricercatori e le società scientifiche insieme agli utenti con lo scopo di giungere a conoscenze maggiormente informate e documentate che tengano conto degli studi più accreditati a livello internazionale. 

            Nel campo della ricerca scientifica infatti esiste una grande quantità di dati, studi e ricerche spesso non revisionate in modo sistematico. Questo fatto, apparentemente banale, produce invece gravi conseguenze sul piano pratico quali: 

- ricerche “doppione”
- errori nell’orientamento delle ricerche
- prevalenza del peso delle opinioni degli esperti rispetto ai dati reali
- interventi efficaci non applicati perché non conosciuti
- spreco di risorse che potrebbero essere destinate ad altri scopi.  

            In sostanza, la proposta di questo Corso di formazione è quella di creare un gruppo di lavoro stabile con il quale organizzare ulteriori momenti di formazione su temi specifici, favorendo la partecipazione attiva delle Associazioni dei pazienti in gruppi di lavoro su linee guida per patologie. La speranza è che un utente più consapevole ed informato sia meno disposto ad essere curato con trattamenti inadeguati e possa dare anzi un contributo utile al processo di elaborazione delle linee guida che devono essere utilizzate nella pratica clinica in sanità. Non mi sembra poco.

            Alcuni esempi pratici di linee guida li trovate sulla famosa “metropolitana” (ecco svelato il mistero del sottotitolo dell’articolo; il sito del PNLG, Piano Nazionale Linee Guida – www.pnlg.it – ha l’aspetto della cartina delle fermate metro) oppure sul sito Cochrane (www.areas.it). Le linee guida contengono non solo i criteri diagnostici ma anche le raccomandazioni terapeutiche farmacologiche e non farmacologiche, comprese le tipologie di servizi utili da attivare nel campo della riabilitazione, delle cure domiciliari ecc. Sono in preparazione linee guida sullo “stroke” (ictus) e sulle piaghe da decubito. Sta a noi sollecitare i ricercatori affinchè si affrontino i problemi più rilevanti rispetto ai bisogni dei cittadini.

 

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Convegno regionale piemontese

“L’orientamento degli allievi con handicap intellettivo”

Dall’integrazione scolastica all’inserimento lavorativo 

Sabato 30 novembre 2002 si terrà a Torino, presso la Galleria Civica d’arte moderna, in Corso Galileo Ferraris 30, un convegno regionale sull’integrazione scolastica e l’inserimento lavorativo e sociale dei portatori di handicap intellettivo. Terranno relazioni, fra gli altri, Marisa Pavone, docente di pedagogia speciale all’Università di Torino e Ester Ferrando, psicologa.

Il convegno è rivolto in primo luogo agli operatori della scuola e della formazione professionale.

Per informazioni: CSA, via Artisti 36, 10124 Torino, tel 011-812.44.69. 


Assistenza agli anziani sempre esente da Iva, a prescindere dalla natura giuridica del soggetto che gestisce l'attività 

La risoluzione numero 1 che le Entrate hanno diramato per il 2002 chiarisce ai gestori di residenze assistenziali sanitarie in convenzione con i comuni che la loro attività è da ritenersi esente da Iva. Si applica, infatti, l’articolo 10, del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, che reca l’elencazione delle operazioni esenti dall’imposta, tra le quali rientra oggettivamente l’attività svolta in una residenza sanitaria assistenziale ( n. 21 dell’articolo citato), quale che sia la natura giuridica del soggetto che la gestisce.  


Ue, diritto voto a immigrati dopo 5 anni di residenza


L'Europarlamento si è pronunciato oggi a Strasburgo in favore della concessione del diritto di voto alle elezioni locali ed europee ai cittadini extracomunitari residenti legalmente in un paese Ue da almeno cinque anni.
Gli eurodeputati hanno approvato in prima lettura, con 286 voti a favore, 222 contrari e 5 astensioni, un emendamento in questo senso a un progetto di direttiva Ue sullo status dei residenti extracomunitari. Nel documento l'Europarlamento afferma che gli stati membri possono estendere l'applicazione del principio della parità di trattamento con i residenti
comunitari anche a settori "come la partecipazione attiva alla vita politica,compreso il diritto di voto a livello locale ed europeo". 


Il rapporto professionale privatistico non rientra nel regime di convenzione
Il medico di base può farsi pagare le visite a domicilio

Il medico di base può farsi retribuire le visite che effettua a domicilio. Non commette, infatti, reato il medico di famiglia che, su richiesta del paziente, non in condizione cosi' gravi da non potersi muovere, si rechi nell'abitazione per visitarlo e accetti danaro. Lo ha stabilito la Prima
Sezione Penale della Corte di Cassazione annullando, "perché il fatto non sussiste", la sentenza di condanna per corruzione inflitta dal Tribunale di Milano ad un medico di base che, dopo essere stato sollecitato dalla madre (G. E.) di una giovane paziente affetta da febbre alta, si era recato a casa per effettuare la visita, chiedendo il pagamento di 100.000 lire. Secondo la
Suprema Corte si tratta di una visita a carattere ''privatistico'' che non rientra nell'ambito delle prestazioni in regime di convenzione con il Servizio Sanitario Nazionale. 


Mancata informazione sulle domande per ottenere risarcimenti per danni da trasfusioni

Il Movimento dei Cittadini denuncia le Asl 

Il Movimento dei Cittadini del Lazio ha denunciato le Asl alle procure di Tivoli, Velletri e Roma per mancata pubblicizzazione delle informazioni sulle procedure per ottenere i risarcimenti per danni da trasfusioni. Non sono stati infatti informati i cittadini, come previsto per legge, i termini di scadenza di presentazione delle domande e i fac-simile delle domande. Eugenio Sinesio del M.C ha chiesto l’apertura di indagini volte a verificare se dalla mancata pubblicizzazione “possano essere individuati estremi di reato come l’omissione di atti d’ufficio”. Molte persone infatti non hanno potuto presentare la documentazione necessaria a garantirsi il contributo di un milione e mezzo al mese, necessari per le cure.

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“Il futuro ha i piedi scalzi”.

Immigrazione: storie vere e riflessioni sulla legge Bossi/Fini

Il futuro ha i piedi scalzi.
Il futuro è dei poveri.       

(don Tonino Bello)

 

Mi sembra opportuno ribadire subito che questi “immigrati”, questi “clandestini” di cui parlano ogni giorno tv e giornali in tono il più delle volte allarmistico, sono persone normalissime, con due braccia e due gambe come noi, hanno un volto, un nome, una famiglia, dei sentimenti.

Sono padri, madri, ragazzi esattamente come i nostri, in cerca di costruirsi un futuro.

D’accordo, poi succede che alcune di queste persone (perché sempre di “volti” si tratta) delinquono. Ma perché ci si occupi di loro deve prima succedere il fattaccio. Di prevenzione – possibile  attraverso la scuola e il lavoro - non se ne parla nemmeno.

Ho conosciuto Alessia, circa cinquant’anni, ingegnere meccanico nel suo paese, da noi badante di una vecchia donna che parla solo veneto. Ha in testa un sogno: far venire in Italia figlio e nuora, entrambi diplomati, per lavorare almeno quest’estate. L’ho incontrata al corso di italiano per stranieri. Mi ha detto “ero davanti alla cattedrale, la gente mi passava accanto ed io non conoscevo nessuno, non sapevo dove ero, non capivo la lingua, avevo gli occhi pieni di lacrime e stavo per scoppiare a piangere sopraffatta dalla nostalgia. Il cuore mi scoppiava. Con una cartina topografica in mano ho cercato di chiedere ad un signore dove fossi. E grazie a Dio il signore mi ha dato indicazioni anche per la scuola di italiano”.

Alessia è una delle “badanti”, ventimila nel solo Veneto. Irregolari, sopportate perché di loro hanno bisogno in tanti, politici compresi.

Alessia, NUOVA SCHIAVA del 2000, se passerà la legge Bossi/Fini avrà un contratto di un anno. Ma se la sua signora che parla solo dialetto, per pura sfortuna muore prima, fine del contratto. Alessia dovrà rientrare in Ucraina. Allo scadere del contratto, in tutti i casi, anche il suo datore di lavoro si troverà in “braghe di tela” perché il contratto non è rinnovabile.

Considerazione secondaria, ma importante: abbiamo ricordato da pochi giorni la festa della donna. Ma che progressi abbiamo fatto!! Si regolarizzano le donne-schiave, però le laureate che sono tante, non le regolarizziamo mica! Anzi dal Ministero della Salute al quale sono stati richiesti i moduli per poter avere riconosciuti i titoli conseguiti all’estero – titoli di fisioterapisti, infermieri professionali, ostetriche di cui si dice abbiamo fame – aspettiamo gli stampati  da tre mesi.

E poi c’è Klodian, albanese, vent’anni, espulso per spaccio il mese scorso. Era arrivato in Italia con la prima nave stracolma di albanesi diventata una leggenda. Senza padre, ha vissuto qualche mese con un padrigno poi svanito nel nulla, si è ammalato di cancro curato magistralmente a Padova, ha frequentato le scuole con l’etichetta di “albanese”, che vuol dire violento, ombroso, fannullone. Ho inutilmente, infinite volte, spiegato agli insegnanti, agli assistenti sociali, il disagio e il disorientamento psicofisico che viveva Klodian, non per giustificarlo, ma per trovare le strategie educative per rasserenarlo.

Come l’adolescente del film “La Merica” all’inizio rifiutava di parlare e scrivere in italiano e negli ultimi tempi, al contrario, si rifiutava di parlare albanese. Più volte bocciato, è scivolato sempre di più nelle mani della malavita locale. Piccoli spacciatori, droghe leggere, ma sufficienti per rimpatriarlo. Klodian in Albania, il resto della famiglia in Italia, ha tentato due volte il suicidio.

E c’è Vassili, che ha impiegato dieci giorni per arrivare, a piedi, in Italia dalla Romania. Ha il visto turistico scaduto, non rinnovabile. Naturalmente, determinato com’è, ha trovato facilmente lavoro. Ce n’è tanto. In nero. Perché un visto turistico non può essere cambiato in un visto per lavoro, neppure davanti ad un contratto regolare.

E poi Peter che il suo datore di lavoro vorrebbe regolarizzare (è un instancabile lavoratore , con mani d’oro), ma non rientra nelle quote d’ingresso. Mi ha detto “Vedi signora, io ho solo un sogno: avere un tavolo attorno al quale sedermi con la mia famiglia”.

E la donna incinta che arriva con il suo compagno, talmente terrorizzato da sudare in pieno inverno come una fontana, ai quali qualcuno (in giro c’è sempre l’aguzzino di turno) ha detto che toglieranno loro il bambino appena nascerà. Chi si occupa di diritti, sa bene come sia difficile poi tranquillizzare queste persone pur fornendoli delle leggi che, grazie a Dio, esistono e proteggono le donne in gravidanza.

In questo periodo sono sotto tiro i minori, non solo quelli non accompagnati ma anche gli affidati a parenti entro il 4° grado, ai quali al momento del rinnovo del permesso di soggiorno ne viene rilasciato uno anche solo di qualche mese (a discrezione delle Questure) con l’indicazione “motivi straordinari”, motivazione del tutto illegittima secondo il parere di giudici di Tribunale da noi consultati. Poiché i minorenni non possono essere espulsi, li scoraggiano in questo modo a rimanere, visto che con una motivazione del genere non possono accedere al lavoro.

Ogni volta chiediamo che venga riesaminata la pratica allegando le ordinanze di vari Tribunali che si pronunciano a favore di procedimenti finalizzati al diritto all’unità familiare, poiché “ deve essere preso in considerazione con carattere di priorità il superiore interesse del fanciullo”.

La Questura si trincera dietro a “disposizioni ministeriali”.

A parere nostro e dei giuristi che ci consigliano, la legge Bossi/Fini non tiene conto né della Costituzione Italiana, né della Convenzione europea e men che meno della Dichiarazione ONU sui diritti umani: gli immigrati sono solo braccia per lavorare. Niente diritti.

La famosa richiesta di ingresso poi,  che gli interessati dovrebbero presentare ai consolati italiani nei loro paesi di origine,  è ridicola. Quale marchingegno fornirebbe alle ambasciate e consolati le richieste di manodopera e quale attendibilità queste avrebbero in tempo reale, non si capisce bene, visto come funziona l’AILE, per esempio. Provate a digitare www.dgimpiego.aile.it, così, tanto per farvi un’idea.

 A parte il fatto che in alcune nazioni non abbiamo neppure la sede diplomatica, pensate che  questa prassi burocratica  sia praticabile nell’impervio  Kurdistan o nella disfatta Moldovia ?

Per quanto mi riguarda, ho per riferimento il Vangelo, che nella parabola del samaritano (Lc.10) dice “un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico”. Semplicemente “un uomo”. Non dice se era giovane, vecchio, del luogo, straniero, biondo o bruno, buono o cattivo. Era in difficoltà ed aveva bisogno di soccorso. A me è sufficiente.

Un prete mi ha detto che non si può governare con le Beatitudini e un assessore ai servizi sociali mi ha attribuito una “generosità indisciplinata”. Io penso che la giustizia sia una disciplina severissima ma applicabilissima dai governi di ogni paese civile.

La nuova legge non risolve né la posizione lavorativa di chi è già in Italia e lavora in nero, né frenerà gli sbarchi di persone (con che cosa, con la marina militare ?). Nessuno può fermare chi scappa  per la fame o per la paura di persecuzioni da paesi destabilizzati.

Anzi favorisce un ulteriore interesse delle mafie di ogni nazione che sfruttano l’esodo di questi poveri Cristi, che dovranno pagare ancora di più.

Occorre convincerci che si tratta di una situazione storica irreversibile e che bisogna certo trovare gli strumenti legislativi per regolamentarla, ma nel rispetto della dignità umana e con meno egoismo occidentale, se possibile.

Ma come deve essere divertente attraversare l’Adriatico in gommone d’inverno, e piacevole il partorire su una carretta del mare in mezzo allo schifo di ogni tipo, oppure morire annegati nel Mediterraneo!

Se qualcuno affronta disagi e pericoli simili, ci sarà pure un grave motivo, oppure no , signori politici?

Per un buon supporto giuridico consiglio la rivista trimestrale promossa dall’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione: Diritto Immigrazione e Cittadinanza, edizioni Franco Angeli euro 15,50.                                                                                                             

Fiorella Libanoro

 

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ISTERIA, DEMAGOGIA O SEMPLICE IGNORANZA?

 INVASIONE: “Ingresso delle forze armate di uno Stato nemico nel territorio dello Stato. Violenta e diffusa penetrazione nell’ambito di un territorio circoscritto”.
dal Devoto/Oli, Il dizionario della lingua italiana.

 

 Dati del Censimento ISTAT 2001 sulla cosiddetta “invasione”

Popolazione italiana: 56. 305.568 residenti
Stranieri residenti: 987.363
Altri 252.185 non sono residenti

 Ogni mille abitanti ci sono 17,5 cittadini stranieri, percentuale ancora molto inferiore alla media europea:

Il 37% vive nel Nord-ovest
Il 29% nel Nord-est
Il 3% nelle Isole
L’8% al Sud

Presenza di stranieri in Europa alla stessa data :

Germania: 7.320.000
Francia: 3.597.000
Regno Unito: 2.207.000
Belgio: 892.000
Spagna: 720.000

 Fonte: Corriere della Sera, 28 marzo 2002

con un margine di errore che l’Istat ritiene possa essere compreso tra l’0,5 e l’1%.

 No comment!

 

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Conflitto israeliano-palestinese

Sempre più importante il ruolo degli “uomini di pace” 

Un primo intervento di interposizione pacifica è stato messo in atto a Sarajevo, quando alcune centinaia di aderenti ai Beati costruttori di pace hanno cercato di far cessare la follia di un assedio serbo che martoriava la città durante il conflitto in Bosnia. E’ stato un primo atto coraggioso, a rischio della vita, profetico, di grande valore simbolico, che i mass media e gli “irresponsabili” politici d’Italia e d’Europa si sono guardati bene da far conoscere e sostenere.

Ora maggior attenzione da parte dell’opinione pubblica è stata dedicata alla presenza di centinaia di “uomini di pace” che, a rischio della pelle, stanno facendo opera di interposizione nei territori palestinesi occupati dai soldati israeliani, scortando ambulanze, aiutando la popolazione e lo stesso Arafat assediato a Ramallah, svolgendo un’opera di informazione. Si tratta di esponenti dei Beati costruttori di pace, del Social Forum, ma anche di cittadini singoli, di parlamentari e di esponenti di forze politiche o di altre organizzazioni italiane e straniere impegnate per la pace.

Ognuno constata come la loro azione sia preziosa e come, se fosse più vasta e organizzata, potrebbe seriamente influire, e non solo in modo simbolico, su questo e su altri conflitti che insanguinano, e che purtroppo insanguineranno anche in futuro, la società mondiale. Questo chiama in causa anche noi, che non possiamo escludere di rischiare il nostro impegno anche su questo terreno se veramente ci stanno a cuore i diritti dell’uomo, al di là di tutte le frontiere e tanti altri esponenti dei gruppi e delle associazioni: Ma chiama in causa soprattutto gli esponenti del mondo politico e parlamentare, ancora troppo tiepidi, troppo preoccupati della propria carriera e del mantenimento del proprio posto, poco disponibili a mettere in discussione l’uno e l’altra assumendo posizioni rischiose sul piano personale e sul piano politico, pur sapendo che loro rischiano sempre meno del cittadino qualsiasi e possono influire molto di più!

A fronte dei “cul de sac” in cui vanno a cacciarsi molti conflitti, in cui né dai contendenti né dagli organismi internazionali, come l’Onu, e neppure dagli Stati uniti, dall’Europa, per interessi di parte o per cinismo criminale, vengono proposte di pace determinate e risolutive, in questa occasione, come in altre, diventa e diventerà sempre più decisiva la protesta della “coscienza civile mondiale” e la capacità di intervento, di interposizione di “uomini di pace”.

A questo proposito è doveroso segnalare l’operazione “… anch’io a Kisangani, Liberons la paix” e cioè l’Azione Internazionale Nonviolenta di Pace promossa dai Beati costruttori di Pace, da Break the Silence, Agesci, Pax Christi, e altri gruppi e congregazioni di missionari che si svolgerà dal 22 al 24 maggio del 2002 a Kisangani nella Repubblica Democratica del Congo per protestare contro le “guerre dimenticate”, come la “prima guerra mondiale africana” che nella regione dei grandi laghi ha già provocato due milioni di morti.

Chi volesse aderire può rivolgersi alla segreteria organizzativa C/o Beati Costruttori di Pace, tel 049 8070522, e-mail beati.africa@libero.it – www.beati.org

 

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IL BURKA INVISIBILE

IL LUNGO PERCORSO VERSO LE PARI OPPORTUNITA’

 

In Italia, come in tutti i paesi occidentali, a partire dagli anni 70 si è sviluppata in modo consistente la partecipazione delle donne nel mercato del lavoro.

Tale fenomeno è stato favorito da una serie di processi economici, sociali, culturali:

-         dal mutamento della struttura produttiva caratterizzato da un drastico declino dell’agricoltura, da un rallentamento dello sviluppo industriale e da un’espansione della terziarizzazione (commercio, credito, assicurazioni, servizi) che ha assorbito in larga misura forza lavoro femminile;

-         dall’evoluzione della struttura familiare segnata da una riduzione del nucleo familiare, causata sia dalla riduzione delle nascite, sia dal cambiamento di tipologia familiare, più ristretta  (atomica) rispetto alla tradizionale famiglia allargata (patriarcale);

-         dalla meccanizzazione dei lavori domestici  con l’introduzione dell’automazione;

-         dallo sviluppo della scolarizzazione femminile  e dalla maggior acculturazione che hanno comportato l’acquisizione di nuovi stili meno centrati sulla funzione riproduttiva e più sull’autodeterminazione del  lavoro.

La propensione al lavoro extradomestico della donna dimostra che il lavoro non è più vissuto come  complementare rispetto al ruolo primario della famiglia, ma si configura come un valore, come una opportunità di autonomia, autorealizzazione, indipendenza e socializzazione.

Tra il 1978 ed il 1990 l’occupazione femminile è aumentata del 20% mentre quella maschile dello 0,1% ed il tasso di inoccupazione (rapporto tra gli inoccupati e la popolazione tra i 15 e i 64 anni) è diminuito per le donne del  5% e per gli uomini è aumentato del 10% tra il 1979 ed il 1999 (ISTAT 2000).

Questo massiccio e crescente ingresso delle donne nel mercato del lavoro - fenomeno della femminilizzazione - non ha però mutato i processi discriminatori  presenti nel contesto lavorativo: accesso, mansioni, sviluppo di carriera, aggiornamento professionale.

La distribuzione delle presenze nell’attività lavorativa evidenzia, una concentrazione femminile prevalente in alcune aree di lavoro tipicamente femminili (segregazione orizzontale) come ad esempio la scuola (maestre asili nido, scuole materne, insegnanti), la sanità (infermiere professionali, assistenti sanitarie ecc.) servizi sociali (assistenti sociali, addetti all’assistenza). Si registra, tuttavia, negli ultimi anni un lieve aumento della forza lavoro femminile anche in ambiti tipicamente maschili (trasporti, medicina, ingegneria, informatica ecc.)

All’interno del mondo del lavoro, oltre alla segregazione orizzontale, persiste una segregazione verticale che si manifesta con la sovrarappresentazione femminile nei livelli più bassi della scala gerarchica, professionale, contrattuale, con collocazioni lavorative inferiori rispetto agli uomini, con assenza o poca presenza delle donne nei processi decisionali e nelle posizioni dirigenziali

E’ il famoso “tetto di cristallo” che le donne incontrano, vale a dire quel limite invalicabile, solido, concreto eppure invisibile che discrimina tra gli uomini che proseguono nella loro carriera e le donne che rimangono un gradino più sotto.

I confronti tra retribuzioni medie di uomini e donne all’interno dello stesso settore rilevano che a parità di collocazione le donne ricevono in media salari inferiori anche del 20-30% a quelli degli uomini e ciò si verifica anche nei livelli professionali più elevati, sia nel settore privato che nel settore pubblico.

Lo svantaggio retributivo è una di quelle discriminazioni indirette “occulte” che difficilmente viene riconosciuta dalle stesse donne e che in modo subdolo pervade tutto il loro percorso lavorativo. Esso rappresenta l’effetto della difficoltà di conciliare l’attività lavorativa con il ruolo familiare, del dover rinunciare perché l’impegno lavorativo, soprattutto in termini di orari non è sostenibile con i tempi della vita quotidiana..

L’evoluzione della concezione sulla posizione e ruolo della donna nella società e nel mondo  del  lavoro  ha prodotto rilevanti innovazioni nella legislazione in campo nazionale ed internazionale.

La legislazione italiana si è caratterizzata agli inizi del secolo, con norme prevalentemente di tutela e protezione delle lavoratrici a salvaguardia soprattutto della funzione riproduttiva della donna e della sua funzione “essenziale” nella famiglia, con l’introduzione di divieti di turni notturni, di lavori pericolosi ed insalubri, di norme a tutela della maternità.

Successivamente con la Costituzione viene sancito il principio di uguaglianza senza distinzione di sesso, razza, lingua e religione (art.3) e il diritto per la donna ad avere,a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore e assicurando alla madre ed al bambino una speciale  adeguata protezione (art.37).

Alla fine degli anni 70, sotto la spinta di movimenti politici e culturali, e del nuovo clima diffusosi con l’attuazione dello statuto dei lavoratori, viene emanata la legge 903/77 che sancisce la parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro. Il principio della tutela che aveva permeato tutta la precedente legislazione viene superato con l’affermazione della parità sessuale, del divieto di discriminazione nell’accesso al lavoro e nell’ambito lavorativo, con l’estensione al padre lavoratore del diritto di assentarsi dal lavoro, in alternativa alla madre, nei primi sei mesi di vita del bambino.

La legge “di parità” presenta tuttavia notevoli limiti di applicazione in quanto garantisce una parità di trattamento formale, ma non sostanziale e non fornisce efficaci strumenti di tutela.

L’accelerazione per giungere ad una effettiva parità sostanziale viene dal Consiglio della Comunità Europea che in varie direttive raccomanda gli Stati Membri di adeguare la propria legislazione in materia.

L’Italia con la legge 125/91 prevede di mettere in atto “Azioni positive” come strumento per rimuovere gli ostacoli che di fatto impediscono la realizzazione di pari opportunità.

Le azioni positive hanno lo scopo di favorire l’occupazione femminile, di realizzare un’uguaglianza sostanziale tra uomini e donne nel lavoro eliminando le disparità di cui le donne sono oggetto nella formazione scolastica e professionale, nell’accesso al lavoro, nella progressione di carriera, nella vita lavorativa e nei periodi di mobilità.

Attraverso azioni positive si può promuovere l’inserimento delle donne in quelle attività o ambiti professionali nei quali sono sottorappresentate ed anche nei livelli di responsabilità.

Si può, inoltre, favorire mediante una diversa organizzazione del lavoro e dei tempi un miglior equilibrio tra responsabilità familiari e professionali ed una migliore ripartizione di tali responsabilità tra i sessi.

Le azioni positive possono essere promosse dai Comitati delle Pari Opportunità costituiti negli Enti, Aziende, Imprese, dai Consiglieri di parità, dai Datori di Lavoro pubblici e privati, dai Centri di Formazione Professionale, dalle Organizzazioni Sindacali e possono essere finanziate dal Ministero del Lavoro.

La nuova legge sui congedi parentali e sul coordinamento dei tempi delle città L.53/2000 che modifica sostanzialmente la L. 1204/71 “tutela della lavoratrice madre” offre la possibilità di progettare azioni positive in applicazione di accordi contrattuali, al fine di conciliare tempo di vita e di lavoro, per la flessibilità degli orari, per attivare forme di telelavoro, di part-time reversibile, di programmi di formazione per il reinserimento dei lavoratori dopo il periodo di congedo, di progetti che consentano la sostituzione del titolare di impresa o del lavoratore autonomo, che benefici del congedo di astensione obbligatoria o dei congedi parentali, con altro imprenditore o lavoratore autonomo.

Il fondo per l’occupazione ha destinato a decorrere dall’anno 2000 una quota fino a 40 miliardi di lire annue per l’erogazione di contributi, di cui almeno il 50% destinato ad imprese fino a 50 dipendenti, in favore di aziende che prevedono azioni positive sulla flessibilità come sopra descritto.

 

Paola Poli

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Bertagna e don Milani 

Sotto il titolo “Equità”, nella proposta sul sistema di istruzione e formazione preparata per il governo di centro-destra, il professor Bertagna per sostenere la differenziazione individualizzata degli interventi e dei servizi scolastici scrive che “Don Milani era solito ricordare che nulla è più ingiusto che fare parti uguali tra disuguali” (“Per la riforma”, Editrice La Scuola, pag. 6).

Ho conosciuto Giuseppe Bertagna alle “magistrali” di Brescia dove frequentavamo sezioni diverse: se ben ricordo, non era tra i “sessantottini” e si diplomò a pieni voti presentandosi alla maturità del 1969 con un classico di pedagogia.

Nella nostra classe il testo fu sostituito da “Lettera a una professoressa” (alcuni di noi avevano visto la proposta teatrale su don Milani “L’obbedienza non è più una virtù” della Compagnia della Loggetta) il libro scritto due anni prima dai ragazzi della scuola di Barbiana con l’aiuto del loro prete e maestro.

In quel volume ingiallito dal tempo e un po’ sfasciato dall’uso scolastico ho ritrovato, sottolineata, la frase impropriamente richiamata da Bertagna.

<< La (professoressa) più accanita protestava che non aveva mai cercato e mai avuto notizie sulle famiglie dei ragazzi: “Se un compito è da quattro io gli do quattro”. E non capiva, poveretta, che era proprio di questo che era accusata. Perché non c’è nulla che sia ingiusto quanto far le parti eguali fra disuguali >>.

Così riportata nel contesto, essa ha un significato diverso e coerente con la visione milaniana che criticava la differenziazione e la selezione della scuola a danno dei poveri e proponeva tre riforme: 1° “Non bocciare”; 2° “A quelli che sembrano cretini dargli la scuola a pieno tempo”; 3° “Agli svogliati basta dargli uno scopo” (“Lettera”, pag. 80).      

L’esperto governativo ha travisato? Non c’è da stupirsi: come si legge nella premessa alla “Lettera”, essa “Non è scritta per gli insegnanti, ma per i genitori”.

 Pier Luigi Fanetti

 

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ASSEMBLEA DELLA ASSOCIAZIONE M.C. “ALTO VICENTINO” del 6 APRILE 2002

Assistenza psichiatrica: tra attese e realtà

 

Il giorno 6 Aprile  2002  si è svolta presso la sala polifunzionale della RSA Psico-geriatrica S. Michele di Montecchio Precalcino (Vi) l’assemblea annuale della Associazione  M.C. “Alto Vicentino”.

Quest’anno abbiamo voluto fare la nostra assemblea in un luogo particolare, cioè nel contesto della comunità sorta dal superamento dell’Ospedale psichiatrico di Montecchio Precalcino, che racchiude una RSA Psicogeriatrica con 115 residenti, un CTRP con 36 residenti  (tutti provenienti dal superamento dell’Ospedale Psichiatrico); esiste inoltre una terza struttura “Il Cardo” con 38 disabili gravi e gravissimi.

Erano presenti oltre 100 persone (fra Associati e famigliari dei residenti nella comunità) che hanno assistito per circa tre ore al susseguirsi dei vari relatori; gli argomenti presentati erano molto interessanti e gli interventi sono stati molti, efficaci e mirati.          

Hanno risposto all’invito degli organizzatori l’On. Zanettin (F.I.) e On. D’Agro’ (CDU) ed i Consiglieri Regionali Dott. Margherita Miotto (Insieme per il Veneto), Prof.ssa Nadia  Qualarsa (F.I.),  Sig.na Mara Bizzotto (Liga Veneta – Lega Nord),  Dott. Iles Braghetto  (CDU) e Sig. Claudio Rizzato (D.S.).

Il Sindaco di Montecchio Precalcino ha aperto l’Assemblea con un saluto di benvenuto a tutti i presenti; è seguita la relazione del Vicepresidente del M.C. nonchè rappresentante dei famigliari dei residenti Sig. Gaetano Calderan.

Ha fatto il bilancio veramente positivo di un anno di vita particolare per la comunità che ha visto l’inizio di un nuovo sistema di gestione della comunità e il trasloco dal vecchio padiglione alla

nuova struttura della RSA S. Michele; ha ringraziato il Direttore Generale ed i responsabili dell’Ulss e tutto il personale che si è impegnato per aprire nei tempi stabiliti la predetta struttura; non è mancato un plauso al personale operativo ed infermieristico e naturalmente a tutti i responsabili. Unico neo è purtroppo il continuo ricambio di personale, causato anche da salari non certo allettanti.

E’ seguita la relazione del Dr. Zanovello psichiatra a coordinatore ULSS dell’area ex O.P. di Montecchio Precalcino che ha parlato di un anno di esperienza nella gestione delle predette tre stutture: La RSA psicogeriatrica S. Michele ed il Cardo sono gestite da una Ipab “La Casa”, che assicura l’assistenza operativa e infermieristica professionale, mentre la parte psichiatrica e medica viene assicurata dall’ULSS tramite il Dr. Zanovello e 4 medici di base, che possono così seguire anche il CTRP interamente gestito dall’ULSS.

In ultima analisi è stato trovato un connubio veramente positivo nella gestione di queste tre strutture, sotto il costante controllo di personale diretto dell’ULSS; il tutto a sua volta costante-mente salvaguardato dai rappresentanti dei famigliari, che si avvalgono della collaborazione e dell’esperienza della nostra associazione.

Sarà nostra cura riportare in un prossimo articolo tutto il funzionamento di questa organizzazione che riteniamo veramente eccezionale e  che ha saputo ridare dignità alla persona comunque colpita da queste gravi sindromi.

Ha poi preso la parola il sig. Sergio Piazzo Presidente dell’Ente Gestore La Casa, che ha ricordato l’impegno del loro Ente nel portare avanti una gestione difficile ma comunque sempre nell’ottica di trattare con umanità e dignità le persone ospiti.

Ha ricordato ai responsabili Regionali e Nazionali presenti la difficoltà economica nella quale si trova l’Ente da Lui presieduto a causa di un contenzioso di circa 2 milioni di Euro con la Regione Veneto.

Fatto il bilancio dell’anno trascorso, è stata la volta del Sig. Aldo Thiella, Presidente  della Associazione M.C. “Alto Vicentino”, che ha innanzitutto ringraziato tutti i partecipanti.

Ha ricordato ai responsabili regionali che i famigliari dei pazienti dell’area ex O.P. stanno ancora aspettando il rimborso di quanto versato nel 1997 (circa 500.000,00 Euro) e per spirito di solidarietà ha ricordato i famigliari dei pazienti dell’area ex San Felice di Vicenza che attendono il rimborso di quanto versato nel 1995, 1996, 1997, 1998 e 1999 per circa 2,3 milioni di Euro, cosa del resto poi confermata in un suo intervento dal sig. Castello, Presidente dell’Albero D’argento, l’associazione dei famigliari dei pazienti dell’ex San Felice.

Ha poi fatto un esame della situazione del territorio con particolare riguardo agli anziani malati cronici, ai non autosufficienti, ai disabili ed agli handicappati, cioè a tutte quelle persone che non hanno propria capacità di difesa.

Ha innanzitutto ricordato che il 7 Aprile 2002, sarebbe stata la Giornata mondiale per “la sanita’ mentale” organizzata dal O.M.S. ed ha messo in risalto la carenza di strutture adeguate alle attuali necessità; in effetti la Direzione Generale dell’ULSS n° 4 non può intervenire se le competenti autorità regionali non provvedono a legiferare per un adeguato sviluppo di strutture necessarie a fare fronte ai bisogni dei disabili mentali.   

Ha fatto una analisi delle spese sostenute dagli anziani malati cronici non autosufficienti presenti nelle varie IPAB del territorio ed è emerso un quadro abbastanza positivo nel rapporto umano che i vari operatori hanno con i pazienti; meno dignitoso è l’aspetto economico, dove si fanno pagare ai pazienti costi sanitari che dovrebbero essere a totale carico del Fondo Sanitario Regionale.

E’ difficile stabilire la linea di demarcazione fra le spese sanitarie, le spese assistenziali e le spese alberghiere propriamente dette, ma purtroppo la Regione Veneto non sta esattamente dalla parte dei più deboli.

Ha infine ricordato il continuo interessamento della nostra Associazione che trimestralmente ha un incontro con la Direzione dell’ULSS n° 4 al fine di un continuo esame della situazione e di un costruttivo confronto per eliminare le problematiche esistenti, in particolare i tempi di attesa per gli esami e le visite specialistiche.

Ha quindi chiuso il suo intervento, confermando l’ assiduo e continuo lavoro ed interessamento della nostra associazione per la difesa dei più deboli e dei diritti, comunque vengano calpestati,  di tutti i cittadini.

A questo punto è stata data la possibilità ai numerosi presenti di fare richieste ed interventi, dopo di chè ha preso la parola il Direttore Generale dell’Ulss n° 4 il Dr. Sandro Caffi, che ha confermato la continua opera di questa Ulss nel migliorare la qualità delle prestazioni; ha ricordato che

l’Assistenza Domiciliare Integrata è ormai una positiva realtà ed ha infine rivolto una richiesta alle presenti Autorità regionali di prendere spunto da questa assemblea per adeguare gli interventi

alle reali richieste e necessità del territorio.

Hanno preso quindi la parola i vari responsabili regionali e nazionali che concordemente hanno elogiato l’operato della nostra Ulss, che unitamente ad altre 3 Ulss del Veneto stanno realmente e concretamente dando una risposta positiva al programma Sanità della regione Veneto, che a detta di alcuni è tra le migliori sanità regionali della comunità Europea. 

I Consiglieri regionali di minoranza nelle persone del sig. Claudio Rizzato, componente la V° Com-missione e della Sig.ra Margherita Miotto Vice Presidente della V° Commissione (ricordiamo che la V° commissione regionale segue la sanità e la assistenza sociale della regione) hanno contestato l’attuale situazione e la reintroduzione del ticket, confermando che sarebbe stato possibile fare uno sforzo per migliorare la Sanità nel Veneto, bastava solo chiedere con più insistenza un maggiore contributo del Fondo Sanitario Nazionale. Hanno infine espresso molte perplessità circa il contestato nuovo piano di razionalizzazione dei posti letto negli ospedali ed il passaggio di molte competenze dalla Sanità alla Assistenza.

La risposta dei responsabili di maggioranza presenti, On. Zanettin, On, D’agro’, Sig.ra Qualarsa, Sig.na Bizzotto e Dott. Braghetto è stata di difesa della attuale situazione della Sanità nel Veneto, comunque hanno confermato il loro interessamento per ovviare alle necessità del territorio. In particolare per quanto riguarda il ticket dei farmaci è stato precisato che l’eliminazione del ticket ha comportato una esplosione della spese per farmaci in tutto il territorio nazionale e che quindi era necessario reintrodurlo in attesa di un maggiore senso di responsabilità da parte degli italiani. Relativamente alle rette pagate dagli anziani malati cronici non autosufficienti è stata espressa dal Dott. Braghetto  la convinzione che la reale spesa sanitaria deve essere a carico del Fondo Sanitario Regionale.

La definitiva analisi degli interventi fatti è che le ULSS non sono altro che delle vere e proprie esecutrici delle volontà della Giunta Regionale; sta ai cittadini ed alle associazioni che difendono i loro diritti fare sentire in modo inequivocabile la loro voce. 

Il Segretario organizzativo nazionale della nostra associazione sig. Giorgio Righetti ha chiuso la assemblea rinnovando a tutti i migliori Auguri di buon lavoro per l’anno presente ed chiedendo  a tutti gli associati di informare quanto più possibile amici e conoscenti della presenza della nostra Associazione.

di ALDO THIELLA  

 

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Mobbing: lo scenario italiano

di Rosy Calamita


Secondo il rapporto ILO del 1998, l'Italia risulta agli ultimi posti con una percentuale del 4,2% di casi di mobbing registrati.
In realtà a causa della mancata consapevolezza da parte delle vittime, si ritiene che gli italiani affetti da sindrome da mobbing siano circa un milione e mezzo.
Il 65% delle vittime del mobbing vive al nord, il 38% lavora nella produzione dei beni e servizi, il 22% nella pubblica amministrazione, il 12% nelle scuole e nelle università, l'8% negli ospedali, il 3% nel commercio e solo il 2% nell'agricoltura. La categoria presa maggiormente di mira è quella dei quadri (il 74% del totale), mentre fra gli operai il fenomeno è quasi sconosciuto (colpisce solo il 2% della categoria).
Le Sentenze nel nostro Paese riguardo il problema sono:
- Cassazione 22/08/1997 n° 7884, 1998 n°1761, 16/05/1998 n° 4952, 18/10/1999 n° 11727, 8/01/2000 n° 143, 5/02/2000 n° 1307, 2/05/2000 n° 5491
- Tribunale di Roma 26/11/1998, di Catania 09/04/1998, di Milano n° 122 3/2000
- Trib. Sez. Lavoro di Torino 16/11/1999 n° 6/10 - 12/99
La Provincia di Ragusa è il primo ente pubblico in Italia ad aver varato un regolamento contro il mobbing e le molestie sessuali. I due fenomeni di cui il regolamento si occupa non sono regolati da leggi e validissima appare questa scelta, specie per quanto riguarda il mobbing, in quanto sperimenta nuove vie di contrasto del fenomeno, che, spero, possano rappresentare un'esperienza pilota da esportare in altri luoghi di lavoro pubblici e privati.
Questa è una materia delicatissima, in cui la legislazione è scarsa ed ambigua ed il confine tra lecito esercizio del comando ed il puro arbitrio aggressivo è più impalpabile che mai. La strada per arrivare alla dichiarazione del mobbing come malattia professionale risarcibile e come pratica criminale punibile penalmente è ancor lunga da percorrere. Stiamo muovendo solo ora i
primi passi, ma è una battaglia da combattere con coraggio e determinazione.

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Il Movimento dei Cittadini al Convegno Europeo di Bruxelles

L’Unione Europea tenta un consenso sulle cellule staminali

 

            Circa 600 delegati di 34 paesi hanno partecipato, il 18 e 19 Dicembre 2001, al Dibattito  “Cellule Staminali. Terapie per il futuro?” organizzato dal “Life Science High Level Group” della Commissione Europea creato dal Commissario Europeo Philippe Busquin.

L’idea era quella di far incontrare i ricercatori e gli esperti coinvolti  nella fattibilità e nelle implicazioni della ricerca sulle cellule staminali con un largo numero di rappresentanti della società “civile e politica” interessati ai possibili risvolti terapeutici, ai rischi ad essi correlati ed agli aspetti etici del problema. Da questo incontro sarebbe potuta scaturire una linea di condotta condivisa.

L’interesse suscitato oggi dalla possibilità di rigenerare, attraverso le cellule staminali, tessuti distrutti da alcune malattie che interessano un gran numero di persone, quali il m. di Parkinson, l’Alzheimer, il diabete, le cardiopatie e perfino il cancro, è enorme.

Si prospetta, oggi, una vera e propria rivoluzione nell’ambito della medicina  simile solo a quella  verificatasi con l’avvento degli antibiotici.

E’ per questo che migliaia di ricercatori sembrano affascinati dalle prospettive che si aprono in questo settore, i politici se ne interessano, i media ne parlano quasi tutti i giorni, gli stessi ammalati attendono con speranza i risultati della ricerca.

I problemi legati alla ricerca e successivamente al possibile impiego in terapia delle cellule sterminali, sono però moltissimi e di diversa natura e non sono legati solo alla tecnologia, che pure ha implicazioni di notevole portata, quali ad esempio la compatibilità con l’ospite, la non reversibilità dell’innesto e il numero di donatori (oggi sono sei per un solo malato), ma coinvolgono aspetti politici, medico-legali e soprattutto etici.

Come è noto le cellule staminali sono presenti in quasi tutti i tessuti dell’individuo adulto ed anche spontaneamente contribuiscono alla riparazione di parti danneggiate dell’organismo.

La fonte maggiore, peraltro, di cellule staminali è l’embrione, le cui cellule sono tanto più totipotenti, e quindi efficaci per molte malattie, quanto più giovane è l’embrione.

Ma dove reperire gli embrioni?

Le ipotesi sono due. La prima ipotesi riguarda le molte migliaia di embrioni soprannumerari surgelati in attesa di essere impiantati o distrutti.

Nella fecondazione in vitro, al fine di ridurre i rischi ed i disagi per la donna, vengono “creati” molti embrioni, ma ne sono impiantati solo alcuni.

Gli altri vengono surgelati e restano “di riserva” in caso di insuccesso del primo impianto e della necessità di dover ripetere la procedura. Una volta ottenuta la gravidanza desiderata la coppia perde qualsiasi interesse agli altri embrioni che, però, oggi, non possono essere legalmente distrutti in mancanza di una legge che autorizzi questa procedura.

Una decisione, comunque, andrà presa, in quanto non è pensabile mantenere in eterno surgelati un numero sempre crescente di embrioni. Molti allora si chiedono: se comunque questi embrioni devono essere distrutti perché non usarli a fin di bene, ossia per salvare altri vite umane? Il ragionamento è apparentemente logico ma si scontra con un principio generale di etica, che riguarda la liceità di una sperimentazione, che provoca un danno irreversibile, sino alla distruzione, di quello che viene considerato un essere umano, sia pure potenziale.

La seconda ipotesi è quella della clonazione cosiddetta “terapeutica”, ossia creare un embrione clonato non per farlo sviluppare sino all’individuo (cosa proibita in tutti i paesi del mondo), ma per interromperne la crescita alle prime fasi di sviluppo dell’embrione.

Nulla di diverso, dal punto di vista etico, dell’utilizzo degli embrioni soprannumerari, in quanto anche un embrione generato secondo il sistema della clonazione, sarebbe un essere umano, sia pure potenziale.

In ogni caso, anche risolvendo il problema etico resterebbe la necessità di reperire i fondi per la ricerca. Molti governi non vogliono o non sono in grado di finanziare la ricerca in questo settore, specialmente in mancanza di una legislazione. Ed è attraverso il taglio dei finanziamenti che, in molti casi, di fatto, si impedisce la ricerca.

            Qui però entra in ballo un’altra componente, di non scarsa importanza, ossia l’industria che guarda ovviamente con estremo interesse alle possibilità offerte dalle cellule staminali. Il business futuro è di enorme portata e giustificherebbe anche sostanziosi finanziamenti.

            Il problema fondamentale, nei confronti dell’industria è, però, costituito dal fatto che quasi tutti i paesi sono d’accordo nel negare la possibilità di concedere brevetti su esseri viventi.

             Per garantire la necessaria libertà della ricerca (quella finanziata dall’Industria non sempre fornisce questa garanzia) l’Unione Europea ha recentemente finanziato 15 progetti per un totale di 35 miliardi. Si tratta di progetti di ricerca nei quali sono coinvolti ricercatori di più paesi, ma che per lo più affrontano aspetti marginali e non vanno alla radice del problema.

La legislazione, nei vari paesi europei, è estremamente varia ed in molti casi carente.

Lasciare tutto alle legislazioni nazionali, d’altro canto, non sembra generalmente opportuno, anche per un altro risvolto del problema che non va sottovalutato, quello cioè relativo alla esportazione. Un prodotto derivato da un processo vietato in un paese, potrà essere tranquillamente importato, e senza alcun pericolo, in quel paese da un altro in cui il processo è ammesso?

E’ per questo che l’U.O. ha tentato qualche mese fa di varare una direttiva che stabilisse dei principi generali su questo argomento. Al Parlamento Europeo è stato presentato un testo che, in aula, ha avuto circa 900 emendamenti.  Al termine del dibattito ci si è resi conto che l’approvazione di emendamenti anche contrastanti tra di loro aveva finito per rendere il testo della legge confuso e contraddittorio per cui è stato ritirato prima della votazione finale. 

            Il problema, come si vede è estremamente complesso. Da un lato vi sono i ricercatori che invocano la piena libertà della ricerca, come un diritto non solo loro ma dell’umanità intera. Dall’altra c’è chi, provenendo da credi politici o religiosi diversi, nega il diritto alla ricerca se questa implica la sofferenza o la  morte di quello che viene considerata già una vita. A favore della ricerca a tutti i costi vi sono poi altre due forze non indifferenti. Da un lato l’Industria che intravede un business di enorme portata, e dall’altro l’umanità sofferente che intravede la possibilità di un sollievo al dolore ed all’umiliazione di malattie anche degradanti. In mezzo una classe politica che non sa o non può prendere decisioni e finisce per ingarbugliare ancora la matassa legiferando in modo assurdo, come ha fatto di recente la Germania,(che autorizza la ricerca solo se gli embrioni sono stati prodotti all’estero, o pilatesco come ha fatto la Francia,  che prevede l’autorizzazione da parte dei proprietari dell’embrione soprannumerario, ossia dei genitori ed il parere delle “autorità sanitarie”.

            Cosa può o deve fare un movimento come il nostro?

            La prima cosa secondo me è informare in modo corretto. Non che sia cosa facile perché il problema è talmente complesso che diventa difficile veramente individuare la verità.

            La seconda è stimolare un dibattito, prima tra noi e poi con i cittadini,  perché anche, e forse soprattutto, siano affrontati  i problemi generali riguardanti l’eticai. E’ vero che non esiste un’etica naturale e che in fondo la filosofia del minor danno è quella da perseguire? O forse è possibile ed utile cercare ti trovare principi generali di etica che non rispondano alla logica delle maggioranze?. Le prime domande che mi sentirei di porre, aprendo il dibattito sono queste:

Esistono valori etici “assoluti” che prescindano quindi da situazioni contingenti?

Quale potrebbe essere la metodologia per stabilire dei valori etici “assoluti?

 

Antonino Abbolito (aabbolito@tisaclinet.it)

 

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Una vacanza diversa

Esperienze di formazione, di volontariato ambientale, di solidarietà

  AGESCI: CAMPI ESTIVI DI FORMAZIONE E DI COMPETENZA

  Oltre ai campi di formazione associativa, di formazione metodologica e di aggiornamento metodologico per capi, Campi Bibbia Corsi per capi Gruppo e per Assistenti ecclesiastici, stages di specializzazione, ci sono eventi nautici per capi e numerosi campi di competenza e di solidarietà internazionale.

Per la Branca esploratori-guide i campi sono moltissimi, ne citiamo alcuni:

-         brevetto di coompetenza:

Amico della Natura: impariamo dai primitivi, esplorazione fluviale, esplorazione in laguna, esplorazione e orientamento, esplorazione della natura in oasi,

Animazione Espressiva: ogni favola è un gioco (musica, teatro scenografia), espressione e comunicazione, tecniche di segnalazione e di radiotelecomunicazione, tecniche di spettacolo (mimo, espressione), tecniche di animazione di strada,

Animazione grafica e giornalismo, Informatica e tecniche scout, Animazione Internazionale

Animazione Sportiva, Esplorazione in bicicletta, Guida Alpina, Esplorazione in montagna, Mani Abili: manualità, Metereologo, meteo e astronomia, 2002, viaggio tra cielo e terra

Pioniere, pionieristica- Hebertismo, Campismo Dall'alba al tramonto Pionieristica-Kajak (anche brevetto di Mani Abili), Tecniche di vita all'aperto, Sherpa, Avventura in Montagna (anche brevetto di Topografia Guida alpina) Terra, Acqua,Cielo. (topografia, meteo, astronomia), Sherpa, Trapper Campismo - cucina

Pronto Soccorso: Animazione Liturgica.

 

Questi campi si svolgono soprattutto nelle basi scout di Bracciano (Rm), di Piazzole (Bs), di Colico (Lc), Spettine (PC), Mazzorbetto (Ve), Costiggiola (Vi),  Andreis (Pn), Cassano Murge, (Ba) Melegnano (Mi) Marineo(Pa), S.Ant. di Macomer (Nu) Cantalupa (Piemonte)

Inviare le iscrizioni per posta e per tempo a:

“AGESCI Settore Specializzazioni – P.zza Pasquale Paoli, 18 – 00186 Roma”. Comitato Centrale 00186 Roma”.

 

Ci sono inoltre molti campi all’estero e molti “Campi di solidarietà internazionale per Capi e Comunità R/S”.

Ne citiamo alcuni:

- campi nei Balcani, in Croazia (Vukovar, Pula, Sisak), nella Serbia (Sombor, Pancevo), in Bosnia (Sarayevo), in Kosovo (Velezham, Mirusha e Malisheva),in Albania (Berat) per animazione in campi profughi con bambini, con anziani, per attività di ricostruzione, e momenti di incontro e di condivisione.

- campi in Africa, in Costa d’Avorio, in Burkina Faso, in Kenia per campi di lavoro, incontri con scout locali e con i villaggi.

Dal sito: www.Agesci.org

Per le attività del Cngei, vedi il sito: www.cngei.it    


Un’estate per la natura con Legambiente

  Sono sempre più numerose le persone che vogliono dedicare una parte delle proprie vacanze alle attività di volontariato, attraverso esperienze di gruppi di lavoro mirati ad interventi di varia natura, ma soprattutto verso attività a carattere ambientale.

Legambiente offre a migliaia di volontari la possibilità di trascorrere parte del proprio tempo libero in un campo di volontariato.

Nel 2001 sono stati 3.200 i volontari impegnati nei 170 campi estivi in Italia e negli oltre 200 all’estero. Tra le iniziative più interessanti della scorsa stagione ricordiamo il campo internazionale di Genova; il campo internazionale di Palermo, organizzato insieme a Libera, la rete di associazioni che si battono contro la Mafia, per ripristinare alcuni terreni confiscati ai mafiosi, da utilizzare per le cooperative di giovani locali; il campo in Nicaragua organizzato da Legambiente per realizzare un ecomuseo sull’isola di Elvis Chavarria.

Quest’anno i campi di volontariato sbarcheranno su nuove isole: Favignana (Egadi) e Asinara (Maddalena), a Portofino, a Pantelleria e in Sardegna. A questo si aggiungeranno i campi in più in Lunigiana e nel Salento e molte importanti conferme: le Eolie (Ginostra, Filicudi e Alicudi), Ustica, Lampedusa, Paestum, Anacapri, le Cinque Terre e la Carnia.

Festeggia il terzo anno il Progetto Lombardia, che prevede numerosi campi finalizzati a mettere in rete i Parchi di questa regione, rafforzando il radicamento dei circoli sul territorio.

Prosegue anche l’accordo con il C.T.M. (Cooperativa Terzo Mondo) per introdurre nei campi alimenti biologici provenienti dal mercato equo e solidale.

Su quattro continenti la scelta è vastissima: oltre ai grandi Paesi Europei, Americani, Africani e Asiatici, citiamo la Costa d’Avorio, il Nepal, la Thailandia, l’Ecuador, la Mongolia, il Togo, l’Honduras.

Molte anche le attività del volontariato subacqueo: nell’arcipelago di La Maddalena. Gli appuntamenti di quest’anno sono a Punta Giglio - Capo Caccia (Alghero), a Lampedusa (Ag), a Ustica (PA) e a Gaeta (LT).

Per richiedere il programma dei campi o per prenotarne uno si può farne richiesta ai numeri: 06/86268324-5-6. Per i campi all’estero 06/86268403. Il programma completo è consultabile anche sul sito www.legambiente.com/canale8/campi.

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