| diritti e solidarietà
DeS telematico |
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ORGANO UFFICIALE | |
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N° 37/2002 - anno X | |||
| Sommario | |||
| editoriale |
IL
TEMPO DELLA PRECARIETA’ Tante
enunciazioni, tante parole, ma resta tangibile l’impressione di una
navigazione a vista necessitata da una carenza di idee a fronte di
un’abbondanza di obiettivi. Da questo punto di vista, i rappresentanti del centrodestra, impegnati nella conquista della maggioranza, non andarono tanto per il sottile prima del 13 maggio 2001. |
editoriale | |
| il tempo della precarietà (segue) |
Resistenza, resa o innovazione? La promessa di un
benessere crescente, di una politica efficiente gestita in modo
manageriale e “spiccio”, ha indotto molti elettori a votare per il
“grande seduttore”, per il “piccolo fratello” che controlla la
quasi totalità dell’informazione. | ||
| federalismo sanitario | |||
| la metropolitana | |||
| Diritti senza frontiere | |||
| immigrazione (scheda) | |||
| guerra israele palestina | |||
| IL BURKA INVISIBILE | |||
| il prof. Bertagna | |||
| mobbing | |||
| lMC in Parlamento Europeo | |||
| attività nell'alto vicentino | |||
| brevi | |||
| I i LEA di Carlo Hanau | |||
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il tempo della precarietà
Molti
ricorderanno l’unica e memorabile sparata in tema di tutela della
salute dell’onorevole Berlusconi, il quale spiegò che il Polo si
batteva per una sanità organizzata in modo che “anche il cittadino
povero potesse curarsi nelle case di cura private come fanno i
ricchi.” Il
fatto che, nonostante battute come queste, il Polo abbia vinto le
elezioni potrebbe non deporre a favore di una parte consistente di
cittadini italiani, ma è giusto pensare che l’opinione pubblica non
abbia premiato la battuta in sé, ma espresso la speranza di un
miglioramento nella qualità complessivamente intesa dei servizi. Ma
al di là di questo, che ormai rappresenta la parte
elettoral-folkloristica passata, oggi, ha senso riflettere su alcuni
nodi che stanno venendo al pettine e meritano un approfondimento non
sterile. Mi
riferisco in modo particolare alla legislazione (in particolare la
405/2001) sul cosiddetto “federalismo sanitario” in prevalenza
conseguente ad accordi Stato–Regioni, al provvedimento governativo sui
“Livelli Essenziali d’Assistenza” (i famosi LEA), anche in
riferimento alla presentazione da parte del Ministro Sirchia dello
schema del nuovo Piano Sanitario Nazionale. Procediamo
con ordine malgrado la cosa risulti difficile per il contesto politico
ed istituzionale piuttosto confuso. Dalla
fine degli anni ’80 la lotta politica è stata caratterizzata dalla
crescita, essenzialmente nel Nord del Paese, di una forte contestazione
al centralismo e di una rivendicazione d’autonomia istituzionale, che
ha trovato voce e gambe nella Lega Nord, arrivata per una lunga stagione
a propugnare la scissione o secessione dall’Italia e oggi, partner di
governo del centrodestra, propugnatrice della “devolution”, parola
inglese il cui fascino è direttamente proporzionale all’oscurità del
suo significato. Rimane
il fatto che la pressione politica esercitata è stata tale che il
sistema politico, dal 1994 totalmente cambiato se non nei protagonisti
sicuramente nei principi e nei valori, ha preso in forte considerazione
l’esigenza di un rimescolamento dei ruoli e delle responsabilità tra
i vari livelli dello Stato. Così
è nata e si è affermata una legislazione “federalista” fortemente
disorganica e contraddittoria nell’applicazione e negli obiettivi,
frutto della gara al rialzo tra Ulivo e Polo su chi fosse più
federalista, più autonomista, più chi ne ha più ne metta
dell’altro. Limpidi
esempi (si fa per dire) di questo infernale meccanismo sono la legge sul
“federalismo fiscale” del 1999, con la quale si sopprime il Fondo
Sanitario Nazionale e la Legge costituzionale n. 3, con la quale la
tutela della salute è totalmente demandata alla competenza regionale. La
legge 405/2001 e altri provvedimenti, sostenuti ed approvati dal Governo
di centro destra, si inseriscono in questo quadro incerto e nebuloso,
con il quale, a personale modo di vedere, si applica non il federalismo
dell’assunzione di responsabilità di fronte ai propri cittadini, ma
il “fai da te” regionale finalizzato esclusivamente a far quadrare
in qualche modo i conti. Un
primo risultato di questo modo di procedere è costituito dallo
stravolgimento della pratica che deve informare la maggioranza politica,
liberamente eletta dai cittadini, al fine di salvaguardare i diritti dei
cittadini garantiti dalla Costituzione e da essa ribaditi. Da
questo punto di vista, è inaccettabile che invece di perseguire
l’attuazione del diritto nelle regioni o nei territori in cui ciò non
avviene, si registrano e si codificano da parte dello Stato e delle
Regioni le disparità d’organizzazione e di trattamento e gli
squilibri in essere, facendo sì che a fronte del medesimo diritto possa
intenzionalmente giustificata l’esistenti dei cittadini di serie A e
di serie B. Basti pensare, ad esempio, a quanto accade tra Regione e
Regione nell’assistenza farmaceutica con l’istituzione di ticket
variabili e con l’aumento dell’Irpef suppletivo non per finanziare
la qualità dei servizi ma diminuire i disavanzi di bilancio. Stesso
ragionamento vale per i “Livelli Essenziali d’Assistenza”, sui
quali sarebbe sbagliato dare un giudizio aprioristicamente negativo. Su
questo fronte è, però, indispensabile formulare una obiezione di
merito ed esprimere una preoccupazione di principio. L’obiezione
riguarda l’elenco dal quale sono stati tolti gruppi di prestazioni
riferiti a trattamenti collocabili nell’area della riabilitazione. E’
ben strano che la risposta alla grancassa suonata per anni di
esecrazione per la carenza di strutture riabilitative e di addetti di
riabilitazione, sia rappresentata dalla loro eliminazione dai “LEA”
con il conseguente passaggio nell’ambito di spesa privato del
cittadino. La
preoccupazione nasce invece dalla possibilità che i “LEA” possano
servire ad attuare quella che può essere considerata la sublime
tentazione di chi è sensibile alla quadratura del bilancio che
all’efficienza ed all’efficacia dei servizi. In pratica, è
indispensabile vigilare affinché i “LEA” non diventino gli
strumenti destinati a garantire una “congruità” del fabbisogno
finanziario indipendente, aldilà e al di fuori della soddisfazione del
diritto di tutela alla salute del cittadino.
Su
questo piano, come sulle ormai inaccettabili liste d’attesa, le
Associazioni che si battono per la concreta attuazione del diritto alla
tutela della salute, così come stabilito dalla nostra Costituzione,
come altre espressioni organizzate (partiti, sindacati, società
scientifiche, volontariato, ecc.) e semplici cittadini, debbono
vigilare, e, nel caso, contestare e far sentire la loro protesta con
coerenza, rigore e serietà.
Roberto
Buttura
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Editoriale
Sempre abbiamo combattuto senza guardare al colore politico dei governanti nazionali o degli amministratori locali e sempre lo faremo, perciò ci collochiamo dalla parte della resistenza sempre, soprattutto in un momento in cui, più che in altri, di resistenza tenace e intelligente c’è grande bisogno. Lasciamo ad altre associazioni il compito di fare i reggi-coda dei potenti di turno. Si pone, però il problema di non porsi in un atteggiamento di pura e semplice resistenza. Resistere va bene contro chi tenta di smantellare lo stato sociale e i diritti di cittadinanza, ma è necessario anche avanzare proposte di innovazione che allarghino gli spazi della democrazia e della partecipazione, che realizzino uno sviluppo condiviso e solidale. E noi siamo ottimisti, perché nonostante il quadro drammatico della situazione a livello internazionale e oscuri attentati a servitori dello Stato come Marco Biagi, l’associazionismo sta dimostrando una grande vitalità. Sui temi della legalità, della pace, della tutela del diritto alla salute, al lavoro, allo studio, si mobilitano intellettuali, cittadini, movimenti. Non è solo questione di girotondi o di Palavobis, ma di una capacità di iniziativa dei cittadini che costringe i partiti a fare i conti con un protagonismo sociale maturo che va ben oltre la delega dell’impegno civico alla rappresentanza politica tradizionale. Le “assisi” che si sono svolte in questi mesi sono molto simili alle “arene” deliberative che abbiamo indicato come Movimento dei Cittadini; si può dire che la realtà ha preceduto la nostra capacità di progettazione concreta e che bisogna prendere atto del nuovo contesto. I cittadini dimostrano di saper scendere in campo unendo le sigle associative, trovando unità e libertà d’azione. Si sta superando il cliché di associazioni ottuse che guardano il mondo dal buco della serratura della propria particolare ottica, del proprio unico scopo originario, per cui chi si occupa di una particolare patologia non si interessa delle altre, chi è per la donazione di sangue rimane indifferente ai problemi dei malati di alzheimer, o degli anziani non autosufficienti e viceversa; si vanno invece cercando occasioni di convergenza per incidere insieme sulle strutture sociali. Sta maturando una coscienza civile consapevole che i diritti di cittadinanza o sono universali o non sono. E crediamo che il nostro movimento, che da tempo ha superato l’abitudine a guardare il proprio ombelico, a pensare solo a fare grande il proprio movimento, forse può più di altri, apparentemente molto più grandi e ricchi, aiutare a costruire nei fatti la democrazia associativa. |
Prove di “federalismo sanitario”Il diritto alla salute è meno uguale! Lo sforamento della spesa sanitaria, rivelatasi di
ulteriori 2,97 md di euro nei preconsuntivi per il 2001, sta portando
ogni Regione ad adottare misure di contenimento e razionalizzazione. Tra
le regioni che hanno registrato i maggiori disavanzi procapite spiccano
il Lazio, l’Abruzzo, la Valle d’Aosta, il Molise e la Sardegna. - Veneto e Marche hanno incrementato il bollo auto di circa il 10%, mentre, unico caso, l’amministrazione marchigiana ha rivisto al rialzo anche l’Irap, l’imposta regionale sulle attività produttive gravante sulle aziende. E’ stato avviato un processo di razionalizzazione delle prestazioni ospedaliere (anche riduzione del numero di posti letto). Da uno studio della Agenzia nazionale per i Servizi Sanitari Regionali, alcune regioni, con in testa l’Emilia Romagna partono già avvantaggiate. Molta attenzione sulla spesa farmaceutica che, benché abbia avuto una crescita rilevante negli ultimi mesi, rappresenta il 1415% dell’intera spesa del Servizio Sanitario. Le misure più consistenti sono: - La limitazione del numero di farmaci prescrivibili per ricetta (Val d’Aosta, Marche, Toscana, Lazio, Abruzzo, Campania, Basilicata) - L’adozione del ticket per ricetta (Piemonte, Liguria, Veneto, Lazio, Molise, Calabria e Sicilia) oscillante tra 1 e 2 euro. - il cosiddetto delisting, cioè il passaggio di un certo numero di farmaci dalla fascia gratuita a quella a parziale compartecipazione (dal 20 al 50% — fascie B1 e B2: Liguria, Veneto, Abruzzo, Sicilia ) o totalmente a carico dell’assistito (fascia C: Emilia, Toscana, Puglia, Friuli, Piemonte). Tagli
di posti-letto negli ospedali del Veneto: 1990
2000
Schede 2002
Meno Pubblici
27.165
19.429
17.501
9.664 Privati 3.808 3.477 3.261 547 |
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la scheda Tagli alle prestazioni di fisioterapia Il Decreto presidente consiglio dei ministri pubblicato l’8.2.2002 stabilisce i livelli essenziali di assistenza (LEA), il minimo di servizi sanitari garantito a tutti i cittadini italiani. Se da un lato afferma che i servizi sanitari devono essere distribuiti a coloro che ne hanno bisogno, secondo la regola dell’appropriatezza, che deve essere giudicata caso per caso, dall’altro, inspiegabilmente, con l’allegato 2 A, lettera f) esclude totalmente dai LEA alcune prestazioni di fisioterapia che costituiscono un valido sostegno per disabili ed anziani. In questa lista di proscrizione risultano infatti “totalmente escluse”: esercizio assistito in acqua, massoterapia, pressoterapia, elettroterapia antalgica, ultrasuonoterapia, laserterapia antalgica, mesoterapia. Contraddicendo la premessa, il DPCM concede alle Regioni la possibilità di reinserire le ultime 4 prestazioni indicate, ed un comunicato del 7.3.2002 del Ministero invita le Regioni a fare questa concessione. Resta tuttavia escluso: - l’esercizio assistito in acqua, che per molte persone con fratture al femore, che non possono caricare il peso sull’arto, costituisce l’unico modo di poter mantenere valida la muscolatura; - il massaggio, che costituisce per molti anziani e disabili un validissimo aiuto, in alternativa ad altre terapie meno efficaci. Per di più questo taglio di prestazioni significherà una quota ridicola di risparmi (c.a un millesimo del bilancio della sanità pubblica). Si tratta di un provvedimento che nuoce sopra tutto alle categorie più deboli e che non potrà comunque sortire risparmi apprezzabili.
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APPROPRIATEZZA
DEGLI INTERVENTI Livelli essenziali di assistenzadi Carlo Hanau Il 31 gennaio si è svolto a Roma, convocato
dalla FIASO e da ANCI-FEDERSANITA’, un congresso dal titolo:”Livelli
essenziali di assistenza e fondi integrativi”. Dalle introduzioni è emerso chiaramente come la via
intrapresa dal DPCM del 30.11.2001 nella definizione dei LEA non sia
stata quella di stendere una lista positiva, comprendente tutte le
prestazioni a carico del SSN, contrapposta a quella negativa, che, sulla
base del decreto delegato n.229/99 si pensava dovesse essere finanziata
prevalentemente dai fondi integrativi. L’elaborazione successiva ha
infatti condotto alla consapevolezza che, nell’ambito del ragionevole
e dell’evidenza, non esistono possibili demarcazioni fra prestazioni
utili e prestazioni non utili, poiché a seconda dello stato di salute
individuale le stesse prestazioni possono essere appropriate o non
appropriate. La programmazione sanitaria deve riferirsi sempre più
all’appropriatezza della prestazione, rispettando le esigenze
individuali, che cambiano secondo lo stato di salute del soggetto e
delle circostanze. Questa logica era già stata introdotta nel programma
del Governo che le associazioni di disabili avevano suggerito nella
conferenza nazionale svoltasi a Roma alla fine del 1999: i piani di
intervento devono essere individualizzati e non si può dare una
definizione in assoluto dell’essenzialità di una prestazione. Nonostante queste premesse metodologiche, i LEA
comprendono una lista negativa di prestazioni totalmente escluse, che
riguardano essenzialmente la riabilitazione. A questa obiezione Del
Favero ha potuto rispondere con i dati del bilancio dell’ASL n.1 del
Veneto, dal quale risulta che si tratta di elementi marginali, pari ad
appena 150.000 Euro, il 9,9% della spesa totale delle prestazioni di
terapia fisica e riabilitativa ambulatoriale, una percentuale ridicola
sul totale delle spese sanitarie. Dobbiamo tuttavia rimarcare che su
questo particolare settore sono attive le imprese private aderenti a
Federsanità, che rischiano di perdere una buona parte del loro
fatturato, costituita dagli utenti che non sono in grado di pagarsi
direttamente queste prestazioni. La gran parte dei risparmi ottenibili nella logica
dell’appropriatezza delle prestazioni riguarda la spesa ospedaliera: a
fronte del risparmio di 150.000 Euro indicato, la ASL n.1 del Veneto
conta su risparmi di 4.500.000 di Euro dalla riduzione dei ricoveri
“ad alto rischio di inappropriatezza”, che i LEA indicano in una
apposita lista. Se in linea di massima la filosofia dell’appropriatezza
al caso singolo deve essere accolta con favore, stupisce l’accanimento
esercitato, in contrasto con tale principio, nei confronti di una
piccolissima nicchia, quella riabilitativa, di cui i cittadini sentono
la necessità e l’utilità. Dall’introduzione della regola dell’appropriatezza
discende una maggiore difficoltà a stabilire l’area sulla quale i
fondi integrativi possono e devono essere applicati. Per quanto riguarda la copertura finanziaria coi
fondi integrativi delle prestazioni libero-professionali dei dipendenti
del SSN (intra moenia) è ormai apparso chiaro che non si dovrebbero
ulteriormente incentivare, in quanto sembrano essere una delle cause
dell’allungamento delle file di attesa per le prestazioni eseguite in
regime di gratuità o di compartecipazione. E proprio sulle file di
attesa si è soffermato il Ministro Sirchia che, riprendendo la
sollecitazione del Capo dello Stato, ha annunciato l’attivazione di un
gruppo di studio con le Regioni, per potere ridurre ad un massimo di 15
giorni il tempo di attesa delle prestazioni. L’Assessore Giovanni Bissoni ha indicato
chiaramente due aree nelle quali si devono cercare fondi integrativi: le
cure per i non autosufficienti e le protesi dentarie. Nel primo caso
occorre fare riferimento ad una forma di contribuzione obbligatoria,
attraverso una fiscalità finalizzata oppure
attraverso un prelievo sui redditi da lavoro. L’Assessore ha
dichiarato che non vorrebbe essere al posto del Ministro quando dovrà
proporre al Consiglio dei Ministri questa scelta, pure indifferibile. In
ogni caso le Regioni dovranno assumersi le responsabilità che loro
competono nello Stato federale. Infine alcuni rappresentanti della mutualità
italiana, Marta Nicolini della federazione delle cooperative, Enzo
Santini, della mutua Cesare Pozzo, e Federico Bendinelli, della CAMPA
hanno illustrato l’esperienza delle poche associazioni di mutuo
soccorso che sono sopravvissute al ciclone SSN, e che dovrebbero
ottenere maggiore campo di azione in futuro, in quanto, paradossalmente
il nostro sistema, basato sull’ipotesi del servizio sanitario
nazionale gratuito per tutti, è quello ove il cittadino malato deve
ricorrere al pagamento diretto (fuori della sua tasca) più che negli
altri sistemi sanitari. Ripreso da Il Quaderno della distribuzione
farmaceutica,n.1,2002
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La Medicina basata sull’evidenza Cos’è
? Prendi la “metropolitana” e lo saprai di
Paolo Cozzi Lepri
A quanto pare, anche se sono ancora in molti ad illudersi,
compresi i malati e le Associazioni di malati, solo il 15% delle
patologie è ben conosciuto dalla “cosiddetta” scienza medica.
Questo concetto è stato espresso a più riprese sia dai ricercatori
dell’Istituto superiore di Sanità (Thomas Jefferson e Alfonso Mele)
sia da Alessandro Liberati (Centro per la valutazione dell’efficacia
dei trattamenti Sanitari di Modena – CEVEAS) che dalla stessa Paola
Mosconi, nostra vecchia conoscenza, ricercatrice dell’Istituto Mario
Negri di Milano. Durante l’incontro di formazione svoltosi a Roma il 3
ed il 4 Aprile 2002 al quale sono state invitate molte Associazioni di
“consumatori della sanità” (Altroconsumo, Fed. Diabetici, LILA,
Alzheimer Italia, UNASAM, Assistenza post-coma, MC) abbiamo appreso
molte nozioni interessanti sui meccanismi della ricerca clinica e sulle
revisioni della letteratura scientifica in sanità. In pratica, per prima cosa, ha spiegato Thomas Jefferson (che di Inglese ha solo il nome dato che ha un accento Pisano smaccato) bisogna intendersi sul termine di medicina dell’evidenza, la sola che, a suo dire, può darci quelle relative “certezze” sul tipo di trattamenti sanitari diagnostici e/o terapeutici ai quali saremo sottoposti in caso di malattia. Ma come si arriva alla Medicina dell’evidenza ? Cochrane Collaboration è la più importante Organizzazione Internazionale no-profit che si occupa di raccogliere, valutare criticamente e diffondere le informazioni relative all’efficacia dei trattamenti sanitari. In genere i medici (a detta del Jefferson) ritengono molto pericoloso questo approccio. E qui la cosa si fa interessante. Qual è il pericolo di questa divulgazione? Forse i medici hanno paura di pazienti troppo informati? Oppure temono che si scopra che vi è un’ampia “zona grigia” della medicina? Se poi a questo aggiungiamo che le linee guida per patologie vengono discusse con le Associazioni dei pazienti (anch’esse probabilmente molto pericolose e piene di “comunisti”) allora la paura diventa panico.
A ben pensarci si tratta effettivamente di un approccio
“rivoluzionario” in quanto sconvolge il vecchio rapporto
paternalistico medico-malato che ben conosciamo (molto radicato nel
nostro paese) mettendo sullo stesso piano tutte le parti in causa e
coinvolgendo i ricercatori e le società scientifiche insieme agli
utenti con lo scopo di giungere a conoscenze maggiormente informate e
documentate che tengano conto degli studi più accreditati a livello
internazionale.
Nel campo della ricerca scientifica infatti esiste una grande
quantità di dati, studi e ricerche spesso non revisionate in modo
sistematico. Questo fatto, apparentemente banale, produce invece gravi
conseguenze sul piano pratico quali: - ricerche “doppione” In sostanza, la proposta di questo Corso di formazione è quella di creare un gruppo di lavoro stabile con il quale organizzare ulteriori momenti di formazione su temi specifici, favorendo la partecipazione attiva delle Associazioni dei pazienti in gruppi di lavoro su linee guida per patologie. La speranza è che un utente più consapevole ed informato sia meno disposto ad essere curato con trattamenti inadeguati e possa dare anzi un contributo utile al processo di elaborazione delle linee guida che devono essere utilizzate nella pratica clinica in sanità. Non mi sembra poco. Alcuni esempi pratici di linee guida li trovate sulla famosa “metropolitana” (ecco svelato il mistero del sottotitolo dell’articolo; il sito del PNLG, Piano Nazionale Linee Guida – www.pnlg.it – ha l’aspetto della cartina delle fermate metro) oppure sul sito Cochrane (www.areas.it). Le linee guida contengono non solo i criteri diagnostici ma anche le raccomandazioni terapeutiche farmacologiche e non farmacologiche, comprese le tipologie di servizi utili da attivare nel campo della riabilitazione, delle cure domiciliari ecc. Sono in preparazione linee guida sullo “stroke” (ictus) e sulle piaghe da decubito. Sta a noi sollecitare i ricercatori affinchè si affrontino i problemi più rilevanti rispetto ai bisogni dei cittadini.
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Convegno regionale piemontese “L’orientamento degli allievi con handicap intellettivo”Dall’integrazione
scolastica all’inserimento lavorativo Sabato 30 novembre 2002 si terrà a Torino, presso la Galleria Civica d’arte moderna, in Corso Galileo Ferraris 30, un convegno regionale sull’integrazione scolastica e l’inserimento lavorativo e sociale dei portatori di handicap intellettivo. Terranno relazioni, fra gli altri, Marisa Pavone, docente di pedagogia speciale all’Università di Torino e Ester Ferrando, psicologa. Il convegno è rivolto in primo luogo agli operatori della scuola e della formazione professionale. Per informazioni: CSA, via
Artisti 36, 10124 Torino, tel 011-812.44.69. Assistenza agli anziani sempre
esente da Iva, a prescindere dalla natura giuridica del soggetto che
gestisce l'attività
La risoluzione numero 1 che
le Entrate hanno diramato per il 2002 chiarisce ai gestori di residenze
assistenziali sanitarie in convenzione con i comuni che la loro attività
è da ritenersi esente da Iva. Si applica, infatti, l’articolo 10, del
decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, che
reca l’elencazione delle operazioni esenti dall’imposta, tra le
quali rientra oggettivamente l’attività svolta in una residenza
sanitaria assistenziale ( n. 21 dell’articolo citato), quale che sia
la natura giuridica del soggetto che la gestisce.
Ue, diritto voto a immigrati dopo 5 anni di residenza
Il rapporto professionale
privatistico non rientra nel regime di convenzione Mancata informazione sulle domande per ottenere risarcimenti per danni da trasfusioni Il Movimento dei Cittadini
denuncia le Asl |
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“Il futuro ha i piedi scalzi”. Immigrazione:
storie vere e riflessioni sulla legge Bossi/Fini Il futuro ha i piedi scalzi. (don Tonino Bello) Mi sembra opportuno ribadire subito che questi “immigrati”, questi “clandestini” di cui parlano ogni giorno tv e giornali in tono il più delle volte allarmistico, sono persone normalissime, con due braccia e due gambe come noi, hanno un volto, un nome, una famiglia, dei sentimenti. Sono padri, madri, ragazzi esattamente come i nostri, in cerca di costruirsi un futuro. D’accordo, poi succede che alcune di queste persone (perché sempre di “volti” si tratta) delinquono. Ma perché ci si occupi di loro deve prima succedere il fattaccio. Di prevenzione – possibile attraverso la scuola e il lavoro - non se ne parla nemmeno. Ho conosciuto Alessia, circa cinquant’anni, ingegnere meccanico nel suo paese, da noi badante di una vecchia donna che parla solo veneto. Ha in testa un sogno: far venire in Italia figlio e nuora, entrambi diplomati, per lavorare almeno quest’estate. L’ho incontrata al corso di italiano per stranieri. Mi ha detto “ero davanti alla cattedrale, la gente mi passava accanto ed io non conoscevo nessuno, non sapevo dove ero, non capivo la lingua, avevo gli occhi pieni di lacrime e stavo per scoppiare a piangere sopraffatta dalla nostalgia. Il cuore mi scoppiava. Con una cartina topografica in mano ho cercato di chiedere ad un signore dove fossi. E grazie a Dio il signore mi ha dato indicazioni anche per la scuola di italiano”. Alessia è una delle “badanti”, ventimila nel solo Veneto. Irregolari, sopportate perché di loro hanno bisogno in tanti, politici compresi. Alessia, NUOVA SCHIAVA del 2000, se passerà la legge Bossi/Fini avrà un contratto di un anno. Ma se la sua signora che parla solo dialetto, per pura sfortuna muore prima, fine del contratto. Alessia dovrà rientrare in Ucraina. Allo scadere del contratto, in tutti i casi, anche il suo datore di lavoro si troverà in “braghe di tela” perché il contratto non è rinnovabile. Considerazione secondaria, ma importante: abbiamo ricordato da pochi giorni la festa della donna. Ma che progressi abbiamo fatto!! Si regolarizzano le donne-schiave, però le laureate che sono tante, non le regolarizziamo mica! Anzi dal Ministero della Salute al quale sono stati richiesti i moduli per poter avere riconosciuti i titoli conseguiti all’estero – titoli di fisioterapisti, infermieri professionali, ostetriche di cui si dice abbiamo fame – aspettiamo gli stampati da tre mesi. E poi c’è Klodian, albanese, vent’anni, espulso per spaccio il mese scorso. Era arrivato in Italia con la prima nave stracolma di albanesi diventata una leggenda. Senza padre, ha vissuto qualche mese con un padrigno poi svanito nel nulla, si è ammalato di cancro curato magistralmente a Padova, ha frequentato le scuole con l’etichetta di “albanese”, che vuol dire violento, ombroso, fannullone. Ho inutilmente, infinite volte, spiegato agli insegnanti, agli assistenti sociali, il disagio e il disorientamento psicofisico che viveva Klodian, non per giustificarlo, ma per trovare le strategie educative per rasserenarlo. Come l’adolescente del film “La Merica” all’inizio rifiutava di parlare e scrivere in italiano e negli ultimi tempi, al contrario, si rifiutava di parlare albanese. Più volte bocciato, è scivolato sempre di più nelle mani della malavita locale. Piccoli spacciatori, droghe leggere, ma sufficienti per rimpatriarlo. Klodian in Albania, il resto della famiglia in Italia, ha tentato due volte il suicidio. E c’è Vassili, che ha impiegato dieci giorni per arrivare, a piedi, in Italia dalla Romania. Ha il visto turistico scaduto, non rinnovabile. Naturalmente, determinato com’è, ha trovato facilmente lavoro. Ce n’è tanto. In nero. Perché un visto turistico non può essere cambiato in un visto per lavoro, neppure davanti ad un contratto regolare. E poi Peter che il suo datore di lavoro vorrebbe regolarizzare (è un instancabile lavoratore , con mani d’oro), ma non rientra nelle quote d’ingresso. Mi ha detto “Vedi signora, io ho solo un sogno: avere un tavolo attorno al quale sedermi con la mia famiglia”. E la donna incinta che arriva con il suo compagno, talmente terrorizzato da sudare in pieno inverno come una fontana, ai quali qualcuno (in giro c’è sempre l’aguzzino di turno) ha detto che toglieranno loro il bambino appena nascerà. Chi si occupa di diritti, sa bene come sia difficile poi tranquillizzare queste persone pur fornendoli delle leggi che, grazie a Dio, esistono e proteggono le donne in gravidanza. In questo periodo sono sotto tiro i minori, non solo quelli non accompagnati ma anche gli affidati a parenti entro il 4° grado, ai quali al momento del rinnovo del permesso di soggiorno ne viene rilasciato uno anche solo di qualche mese (a discrezione delle Questure) con l’indicazione “motivi straordinari”, motivazione del tutto illegittima secondo il parere di giudici di Tribunale da noi consultati. Poiché i minorenni non possono essere espulsi, li scoraggiano in questo modo a rimanere, visto che con una motivazione del genere non possono accedere al lavoro. Ogni volta chiediamo che venga riesaminata la pratica allegando le ordinanze di vari Tribunali che si pronunciano a favore di procedimenti finalizzati al diritto all’unità familiare, poiché “ deve essere preso in considerazione con carattere di priorità il superiore interesse del fanciullo”. La Questura si trincera dietro a “disposizioni ministeriali”. A parere nostro e dei giuristi che ci consigliano, la legge Bossi/Fini non tiene conto né della Costituzione Italiana, né della Convenzione europea e men che meno della Dichiarazione ONU sui diritti umani: gli immigrati sono solo braccia per lavorare. Niente diritti. La famosa richiesta di ingresso poi, che gli interessati dovrebbero presentare ai consolati italiani nei loro paesi di origine, è ridicola. Quale marchingegno fornirebbe alle ambasciate e consolati le richieste di manodopera e quale attendibilità queste avrebbero in tempo reale, non si capisce bene, visto come funziona l’AILE, per esempio. Provate a digitare www.dgimpiego.aile.it, così, tanto per farvi un’idea. A parte il fatto che in alcune nazioni non abbiamo neppure la sede diplomatica, pensate che questa prassi burocratica sia praticabile nell’impervio Kurdistan o nella disfatta Moldovia ? Per quanto mi riguarda, ho per riferimento il Vangelo, che nella parabola del samaritano (Lc.10) dice “un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico”. Semplicemente “un uomo”. Non dice se era giovane, vecchio, del luogo, straniero, biondo o bruno, buono o cattivo. Era in difficoltà ed aveva bisogno di soccorso. A me è sufficiente. Un prete mi ha detto che non si può governare con le Beatitudini e un assessore ai servizi sociali mi ha attribuito una “generosità indisciplinata”. Io penso che la giustizia sia una disciplina severissima ma applicabilissima dai governi di ogni paese civile. La nuova legge non risolve né la posizione lavorativa di chi è già in Italia e lavora in nero, né frenerà gli sbarchi di persone (con che cosa, con la marina militare ?). Nessuno può fermare chi scappa per la fame o per la paura di persecuzioni da paesi destabilizzati. Anzi favorisce un ulteriore interesse delle mafie di ogni nazione che sfruttano l’esodo di questi poveri Cristi, che dovranno pagare ancora di più. Occorre convincerci che si tratta di una situazione storica irreversibile e che bisogna certo trovare gli strumenti legislativi per regolamentarla, ma nel rispetto della dignità umana e con meno egoismo occidentale, se possibile. Ma come deve essere divertente attraversare l’Adriatico in gommone d’inverno, e piacevole il partorire su una carretta del mare in mezzo allo schifo di ogni tipo, oppure morire annegati nel Mediterraneo! Se qualcuno affronta disagi e pericoli simili, ci sarà pure un grave motivo, oppure no , signori politici? Per un buon supporto giuridico consiglio la rivista trimestrale promossa dall’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione: Diritto Immigrazione e Cittadinanza, edizioni Franco Angeli euro 15,50. Fiorella Libanoro
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ISTERIA,
DEMAGOGIA O SEMPLICE IGNORANZA? INVASIONE: “Ingresso delle
forze armate di uno Stato nemico nel territorio dello Stato. Violenta e
diffusa penetrazione nell’ambito di un territorio circoscritto”.
Dati del Censimento ISTAT 2001 sulla cosiddetta “invasione” Popolazione italiana: 56. 305.568 residenti Ogni mille abitanti ci sono 17,5 cittadini stranieri, percentuale ancora molto inferiore alla media europea: Il 37% vive nel Nord-ovest Presenza di stranieri in Europa alla stessa data : Germania: 7.320.000 Fonte: Corriere della Sera, 28 marzo 2002 con un margine di errore che l’Istat ritiene possa essere compreso tra l’0,5 e l’1%. No comment!
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Conflitto israeliano-palestinese Sempre
più importante il ruolo degli “uomini di pace” Un primo intervento di interposizione pacifica è stato messo in atto a Sarajevo, quando alcune centinaia di aderenti ai Beati costruttori di pace hanno cercato di far cessare la follia di un assedio serbo che martoriava la città durante il conflitto in Bosnia. E’ stato un primo atto coraggioso, a rischio della vita, profetico, di grande valore simbolico, che i mass media e gli “irresponsabili” politici d’Italia e d’Europa si sono guardati bene da far conoscere e sostenere. Ora maggior attenzione da parte dell’opinione pubblica è stata dedicata alla presenza di centinaia di “uomini di pace” che, a rischio della pelle, stanno facendo opera di interposizione nei territori palestinesi occupati dai soldati israeliani, scortando ambulanze, aiutando la popolazione e lo stesso Arafat assediato a Ramallah, svolgendo un’opera di informazione. Si tratta di esponenti dei Beati costruttori di pace, del Social Forum, ma anche di cittadini singoli, di parlamentari e di esponenti di forze politiche o di altre organizzazioni italiane e straniere impegnate per la pace. Ognuno constata come la loro azione sia preziosa e come, se fosse più vasta e organizzata, potrebbe seriamente influire, e non solo in modo simbolico, su questo e su altri conflitti che insanguinano, e che purtroppo insanguineranno anche in futuro, la società mondiale. Questo chiama in causa anche noi, che non possiamo escludere di rischiare il nostro impegno anche su questo terreno se veramente ci stanno a cuore i diritti dell’uomo, al di là di tutte le frontiere e tanti altri esponenti dei gruppi e delle associazioni: Ma chiama in causa soprattutto gli esponenti del mondo politico e parlamentare, ancora troppo tiepidi, troppo preoccupati della propria carriera e del mantenimento del proprio posto, poco disponibili a mettere in discussione l’uno e l’altra assumendo posizioni rischiose sul piano personale e sul piano politico, pur sapendo che loro rischiano sempre meno del cittadino qualsiasi e possono influire molto di più! A fronte dei “cul de sac” in cui vanno a cacciarsi molti conflitti, in cui né dai contendenti né dagli organismi internazionali, come l’Onu, e neppure dagli Stati uniti, dall’Europa, per interessi di parte o per cinismo criminale, vengono proposte di pace determinate e risolutive, in questa occasione, come in altre, diventa e diventerà sempre più decisiva la protesta della “coscienza civile mondiale” e la capacità di intervento, di interposizione di “uomini di pace”. A questo proposito è doveroso segnalare l’operazione “… anch’io a Kisangani, Liberons la paix” e cioè l’Azione Internazionale Nonviolenta di Pace promossa dai Beati costruttori di Pace, da Break the Silence, Agesci, Pax Christi, e altri gruppi e congregazioni di missionari che si svolgerà dal 22 al 24 maggio del 2002 a Kisangani nella Repubblica Democratica del Congo per protestare contro le “guerre dimenticate”, come la “prima guerra mondiale africana” che nella regione dei grandi laghi ha già provocato due milioni di morti. Chi volesse aderire può rivolgersi alla segreteria organizzativa C/o Beati Costruttori di Pace, tel 049 8070522, e-mail beati.africa@libero.it – www.beati.org
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IL BURKA INVISIBILE IL
LUNGO PERCORSO VERSO LE PARI OPPORTUNITA’ In Italia, come in tutti i paesi occidentali, a
partire dagli anni 70 si è sviluppata in modo consistente la
partecipazione delle donne nel mercato del lavoro. Tale fenomeno è stato favorito da una serie di
processi economici, sociali, culturali: -
dal mutamento della struttura produttiva caratterizzato da un
drastico declino dell’agricoltura, da un rallentamento dello sviluppo
industriale e da un’espansione della terziarizzazione (commercio,
credito, assicurazioni, servizi) che ha assorbito in larga misura forza
lavoro femminile; -
dall’evoluzione della struttura familiare segnata da una
riduzione del nucleo familiare, causata sia dalla riduzione delle
nascite, sia dal cambiamento di tipologia familiare, più ristretta
(atomica) rispetto alla tradizionale famiglia allargata
(patriarcale); -
dalla meccanizzazione dei lavori domestici
con l’introduzione dell’automazione; -
dallo sviluppo della scolarizzazione femminile
e dalla maggior acculturazione che hanno comportato
l’acquisizione di nuovi stili meno centrati sulla funzione
riproduttiva e più sull’autodeterminazione del
lavoro. La propensione al lavoro extradomestico della donna
dimostra che il lavoro non è più vissuto come
complementare rispetto al ruolo primario della famiglia, ma si
configura come un valore, come una opportunità di autonomia,
autorealizzazione, indipendenza e socializzazione. Tra il 1978 ed il 1990 l’occupazione femminile è
aumentata del 20% mentre quella maschile dello 0,1% ed il tasso di
inoccupazione (rapporto tra gli inoccupati e la popolazione tra i 15 e i
64 anni) è diminuito per le donne del
5% e per gli uomini è aumentato del 10% tra il 1979 ed il 1999
(ISTAT 2000). Questo massiccio e crescente ingresso delle donne nel
mercato del lavoro - fenomeno della femminilizzazione - non ha però
mutato i processi discriminatori presenti
nel contesto lavorativo: accesso, mansioni, sviluppo di carriera,
aggiornamento professionale. La distribuzione delle presenze nell’attività
lavorativa evidenzia, una concentrazione femminile prevalente in alcune
aree di lavoro tipicamente femminili (segregazione orizzontale) come ad
esempio la scuola (maestre asili nido, scuole materne, insegnanti), la
sanità (infermiere professionali, assistenti sanitarie ecc.) servizi
sociali (assistenti sociali, addetti all’assistenza). Si registra,
tuttavia, negli ultimi anni un lieve aumento della forza lavoro
femminile anche in ambiti tipicamente maschili (trasporti, medicina,
ingegneria, informatica ecc.) All’interno del mondo del lavoro, oltre alla
segregazione orizzontale, persiste una segregazione verticale che si
manifesta con la sovrarappresentazione femminile nei livelli più bassi
della scala gerarchica, professionale, contrattuale, con collocazioni
lavorative inferiori rispetto agli uomini, con assenza o poca presenza
delle donne nei processi decisionali e nelle posizioni dirigenziali E’ il famoso “tetto di cristallo” che le donne
incontrano, vale a dire quel limite invalicabile, solido, concreto
eppure invisibile che discrimina tra gli uomini che proseguono nella
loro carriera e le donne che rimangono un gradino più sotto. I confronti tra retribuzioni medie di uomini e donne
all’interno dello stesso settore rilevano che a parità di
collocazione le donne ricevono in media salari inferiori anche del
20-30% a quelli degli uomini e ciò si verifica anche nei livelli
professionali più elevati, sia nel settore privato che nel settore
pubblico. Lo svantaggio retributivo è una di quelle
discriminazioni indirette “occulte” che difficilmente viene
riconosciuta dalle stesse donne e che in modo subdolo pervade tutto il
loro percorso lavorativo. Esso rappresenta l’effetto della difficoltà
di conciliare l’attività lavorativa con il ruolo familiare, del dover
rinunciare perché l’impegno lavorativo, soprattutto in termini di
orari non è sostenibile con i tempi della vita quotidiana.. L’evoluzione della concezione sulla posizione e
ruolo della donna nella società e nel mondo
del lavoro
ha prodotto rilevanti innovazioni nella legislazione in campo
nazionale ed internazionale. La legislazione italiana si è caratterizzata agli
inizi del secolo, con norme prevalentemente di tutela e protezione delle
lavoratrici a salvaguardia soprattutto della funzione riproduttiva della
donna e della sua funzione “essenziale” nella famiglia, con
l’introduzione di divieti di turni notturni, di lavori pericolosi ed
insalubri, di norme a tutela della maternità. Successivamente con la Costituzione viene sancito il
principio di uguaglianza senza distinzione di sesso, razza, lingua e
religione (art.3) e il diritto per la donna ad avere,a parità di
lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore e assicurando
alla madre ed al bambino una speciale
adeguata protezione (art.37). Alla fine degli anni 70, sotto la spinta di movimenti
politici e culturali, e del nuovo clima diffusosi con l’attuazione
dello statuto dei lavoratori, viene emanata la legge 903/77 che sancisce
la parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro. Il
principio della tutela che aveva permeato tutta la precedente
legislazione viene superato con l’affermazione della parità sessuale,
del divieto di discriminazione nell’accesso al lavoro e nell’ambito
lavorativo, con l’estensione al padre lavoratore del diritto di
assentarsi dal lavoro, in alternativa alla madre, nei primi sei mesi di
vita del bambino. La legge “di parità” presenta tuttavia notevoli
limiti di applicazione in quanto garantisce una parità di trattamento
formale, ma non sostanziale e non fornisce efficaci strumenti di tutela. L’accelerazione per giungere ad una effettiva parità
sostanziale viene dal Consiglio della Comunità Europea che in varie
direttive raccomanda gli Stati Membri di adeguare la propria
legislazione in materia. L’Italia con la legge 125/91 prevede di mettere in
atto “Azioni positive” come strumento per rimuovere gli ostacoli che
di fatto impediscono la realizzazione di pari opportunità. Le azioni positive hanno lo scopo di favorire
l’occupazione femminile, di realizzare un’uguaglianza sostanziale
tra uomini e donne nel lavoro eliminando le disparità di cui le donne
sono oggetto nella formazione scolastica e professionale, nell’accesso
al lavoro, nella progressione di carriera, nella vita lavorativa e nei
periodi di mobilità. Attraverso azioni positive si può promuovere
l’inserimento delle donne in quelle attività o ambiti professionali
nei quali sono sottorappresentate ed anche nei livelli di responsabilità. Si può, inoltre, favorire mediante una diversa
organizzazione del lavoro e dei tempi un miglior equilibrio tra
responsabilità familiari e professionali ed una migliore ripartizione
di tali responsabilità tra i sessi. Le azioni positive possono essere promosse dai
Comitati delle Pari Opportunità costituiti negli Enti, Aziende,
Imprese, dai Consiglieri di parità, dai Datori di Lavoro pubblici e
privati, dai Centri di Formazione Professionale, dalle Organizzazioni
Sindacali e possono essere finanziate dal Ministero del Lavoro. La nuova legge sui congedi parentali e sul
coordinamento dei tempi delle città L.53/2000 che modifica
sostanzialmente la L. 1204/71 “tutela della lavoratrice madre” offre
la possibilità di progettare azioni positive in applicazione di accordi
contrattuali, al fine di conciliare tempo di vita e di lavoro, per la
flessibilità degli orari, per attivare forme di telelavoro, di
part-time reversibile, di programmi di formazione per il reinserimento
dei lavoratori dopo il periodo di congedo, di progetti che consentano la
sostituzione del titolare di impresa o del lavoratore autonomo, che
benefici del congedo di astensione obbligatoria o dei congedi parentali,
con altro imprenditore o lavoratore autonomo. Il fondo per l’occupazione ha destinato a decorrere
dall’anno 2000 una quota fino a 40 miliardi di lire annue per
l’erogazione di contributi, di cui almeno il 50% destinato ad imprese
fino a 50 dipendenti, in favore di aziende che prevedono azioni positive
sulla flessibilità come sopra descritto. Paola Poli |
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Bertagna
e don Milani Sotto il titolo “Equità”, nella proposta sul
sistema di istruzione e formazione preparata per il governo di
centro-destra, il professor Bertagna per sostenere la differenziazione
individualizzata degli interventi e dei servizi scolastici scrive che “Don
Milani era solito ricordare che nulla è più ingiusto che fare parti
uguali tra disuguali” (“Per la riforma”, Editrice La Scuola,
pag. 6). Ho conosciuto Giuseppe Bertagna alle “magistrali” di Brescia dove frequentavamo sezioni diverse: se ben ricordo, non era tra i “sessantottini” e si diplomò a pieni voti presentandosi alla maturità del 1969 con un classico di pedagogia. Nella nostra classe il testo fu sostituito da
“Lettera a una professoressa” (alcuni di noi avevano visto la
proposta teatrale su don Milani “L’obbedienza non è più una virtù”
della Compagnia della Loggetta) il libro scritto due anni prima dai
ragazzi della scuola di Barbiana con l’aiuto del loro prete e maestro. In quel volume ingiallito dal tempo e un po’ sfasciato dall’uso scolastico ho ritrovato, sottolineata, la frase impropriamente richiamata da Bertagna. << La (professoressa)
più accanita protestava che non aveva mai cercato e mai avuto notizie
sulle famiglie dei ragazzi: “Se un compito è da quattro io gli do
quattro”. E non capiva, poveretta, che era proprio di questo che era
accusata. Perché non c’è nulla che sia ingiusto quanto far le parti
eguali fra disuguali >>. Così riportata nel contesto, essa ha un significato diverso e coerente con la visione milaniana che criticava la differenziazione e la selezione della scuola a danno dei poveri e proponeva tre riforme: 1° “Non bocciare”; 2° “A quelli che sembrano cretini dargli la scuola a pieno tempo”; 3° “Agli svogliati basta dargli uno scopo” (“Lettera”, pag. 80). L’esperto governativo
ha travisato? Non c’è da stupirsi: come si legge nella premessa alla
“Lettera”, essa “Non è
scritta per gli insegnanti, ma per i genitori”. Pier Luigi Fanetti
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ASSEMBLEA
DELLA ASSOCIAZIONE M.C. “ALTO VICENTINO” del 6 APRILE 2002
Assistenza psichiatrica: tra attese e realtà Il giorno 6
Aprile 2002 si è svolta presso la sala polifunzionale della RSA
Psico-geriatrica S. Michele di Montecchio Precalcino (Vi) l’assemblea
annuale della Associazione M.C. “Alto
Vicentino”. Quest’anno
abbiamo voluto fare la nostra assemblea in un luogo particolare, cioè
nel contesto della
comunità sorta dal superamento dell’Ospedale psichiatrico di
Montecchio Precalcino, che racchiude una RSA Psicogeriatrica con 115
residenti, un CTRP con 36 residenti
(tutti provenienti dal superamento dell’Ospedale Psichiatrico);
esiste inoltre una terza struttura “Il Cardo” con 38 disabili gravi
e gravissimi. Erano
presenti oltre 100 persone (fra Associati e famigliari dei residenti
nella comunità) che hanno assistito per circa tre ore al susseguirsi
dei vari relatori; gli argomenti presentati erano molto interessanti e
gli interventi sono stati molti, efficaci e mirati.
Hanno
risposto all’invito degli organizzatori l’On. Zanettin (F.I.) e On.
D’Agro’ (CDU) ed i Consiglieri
Regionali Dott. Margherita Miotto (Insieme per il Veneto), Prof.ssa
Nadia Qualarsa (F.I.), Sig.na Mara Bizzotto (Liga Veneta – Lega Nord),
Dott. Iles Braghetto (CDU)
e Sig. Claudio Rizzato (D.S.). Il Sindaco
di Montecchio Precalcino ha aperto l’Assemblea con un saluto di
benvenuto a tutti i presenti; è seguita la relazione del Vicepresidente
del M.C. nonchè rappresentante dei famigliari dei residenti Sig.
Gaetano Calderan. Ha fatto il
bilancio veramente positivo di un anno di vita particolare per la
comunità che ha visto l’inizio
di un nuovo sistema di gestione della comunità e il trasloco dal
vecchio padiglione alla nuova
struttura della RSA S. Michele; ha ringraziato il Direttore Generale ed
i responsabili dell’Ulss e tutto il personale che si è impegnato per
aprire nei tempi stabiliti la predetta struttura; non è mancato un
plauso al personale operativo ed infermieristico e naturalmente a tutti
i responsabili. Unico neo è purtroppo il continuo ricambio di
personale, causato anche da salari non certo allettanti. E’ seguita
la relazione del Dr. Zanovello psichiatra a coordinatore ULSS
dell’area ex O.P. di Montecchio Precalcino che ha parlato di un anno
di esperienza nella gestione delle predette tre stutture: La RSA
psicogeriatrica S. Michele ed il Cardo sono gestite da una Ipab “La
Casa”, che assicura l’assistenza operativa e infermieristica
professionale, mentre la parte psichiatrica e medica viene assicurata
dall’ULSS tramite il Dr. Zanovello e 4 medici di base, che possono così
seguire anche il CTRP interamente gestito dall’ULSS. In ultima
analisi è stato trovato un connubio veramente positivo nella gestione
di queste tre strutture, sotto il costante controllo di personale
diretto dell’ULSS; il tutto a sua volta costante-mente salvaguardato
dai rappresentanti dei famigliari, che si avvalgono della collaborazione
e dell’esperienza della nostra associazione. Sarà nostra
cura riportare in un prossimo articolo tutto il funzionamento di questa
organizzazione che
riteniamo veramente eccezionale e che
ha saputo ridare dignità alla persona comunque colpita da queste gravi
sindromi. Ha poi preso
la parola il sig. Sergio Piazzo Presidente dell’Ente Gestore La Casa,
che ha ricordato l’impegno del loro Ente nel portare avanti una
gestione difficile ma comunque sempre nell’ottica di trattare con
umanità e dignità le persone ospiti. Ha ricordato
ai responsabili Regionali e Nazionali presenti la difficoltà economica
nella quale si trova
l’Ente da Lui presieduto a causa di un contenzioso di circa 2 milioni
di Euro con la Regione Veneto. Fatto il
bilancio dell’anno trascorso, è stata la volta del Sig. Aldo Thiella,
Presidente della Associazione
M.C. “Alto Vicentino”, che ha innanzitutto ringraziato tutti i
partecipanti. Ha ricordato
ai responsabili regionali che i famigliari dei pazienti dell’area ex
O.P. stanno ancora aspettando
il rimborso di quanto versato nel 1997 (circa 500.000,00 Euro) e per
spirito di solidarietà ha ricordato i famigliari dei pazienti
dell’area ex San Felice di Vicenza che attendono il rimborso di quanto
versato nel 1995, 1996, 1997, 1998 e 1999 per circa 2,3 milioni di Euro,
cosa del resto poi confermata in un suo intervento dal sig. Castello,
Presidente dell’Albero D’argento, l’associazione dei famigliari
dei pazienti dell’ex San Felice. Ha poi fatto
un esame della situazione del territorio con particolare riguardo agli
anziani malati cronici, ai non autosufficienti, ai disabili ed agli
handicappati, cioè a tutte quelle persone che non hanno propria capacità
di difesa. Ha
innanzitutto ricordato che il 7 Aprile 2002, sarebbe stata la Giornata
mondiale per “la sanita’ mentale” organizzata dal O.M.S. ed ha
messo in risalto la carenza di strutture adeguate alle attuali necessità;
in effetti la Direzione Generale dell’ULSS n° 4 non può intervenire
se le competenti
autorità regionali non provvedono a legiferare per un adeguato sviluppo
di strutture necessarie a
fare fronte ai bisogni dei disabili mentali.
Ha fatto una
analisi delle spese sostenute dagli anziani malati cronici non
autosufficienti presenti nelle varie IPAB del territorio ed è emerso un
quadro abbastanza positivo nel rapporto umano che i vari
operatori hanno con i pazienti; meno dignitoso è l’aspetto economico,
dove si fanno pagare ai pazienti
costi sanitari che dovrebbero essere a totale carico del Fondo Sanitario
Regionale. E’
difficile stabilire la linea di demarcazione fra le spese sanitarie, le
spese assistenziali e le spese alberghiere propriamente dette, ma
purtroppo la Regione Veneto non sta esattamente dalla parte dei più
deboli. Ha infine
ricordato il continuo interessamento della nostra Associazione che
trimestralmente ha un incontro con la Direzione dell’ULSS n° 4 al
fine di un continuo esame della situazione e di un costruttivo confronto
per eliminare le problematiche esistenti, in particolare i tempi di
attesa per gli esami e le visite specialistiche. Ha quindi
chiuso il suo intervento, confermando l’ assiduo e continuo lavoro ed
interessamento della nostra associazione per la difesa dei più deboli e
dei diritti, comunque vengano calpestati,
di tutti i cittadini. A questo
punto è stata data la possibilità ai numerosi presenti di fare
richieste ed interventi, dopo di chè ha preso la parola il Direttore
Generale dell’Ulss n° 4 il Dr. Sandro Caffi, che ha confermato la
continua opera di questa Ulss nel migliorare la qualità delle
prestazioni; ha ricordato che l’Assistenza
Domiciliare Integrata è ormai una positiva realtà ed ha infine rivolto
una richiesta alle presenti Autorità regionali di prendere spunto da
questa assemblea per adeguare gli interventi alle reali
richieste e necessità del territorio. Hanno preso
quindi la parola i vari responsabili regionali e nazionali che
concordemente hanno elogiato
l’operato della nostra Ulss, che unitamente ad altre 3 Ulss del Veneto
stanno realmente e
concretamente dando una risposta positiva al programma Sanità della
regione Veneto, che a detta di
alcuni è tra le migliori sanità regionali della comunità Europea. I
Consiglieri regionali di minoranza nelle persone del sig. Claudio
Rizzato, componente la V° Com-missione e della Sig.ra Margherita Miotto
Vice Presidente della V° Commissione (ricordiamo che la V° commissione
regionale segue la sanità e la assistenza sociale della regione) hanno
contestato l’attuale situazione e la reintroduzione del ticket,
confermando che sarebbe stato possibile fare uno sforzo per migliorare
la Sanità nel Veneto, bastava solo chiedere con più insistenza un
maggiore contributo del Fondo Sanitario Nazionale. Hanno infine espresso
molte perplessità circa il contestato nuovo piano di razionalizzazione
dei posti letto negli ospedali ed il passaggio di molte competenze dalla
Sanità alla Assistenza. La risposta
dei responsabili di maggioranza presenti, On. Zanettin, On, D’agro’,
Sig.ra Qualarsa, Sig.na Bizzotto e Dott. Braghetto è stata di difesa
della attuale situazione della Sanità nel Veneto, comunque hanno
confermato il loro interessamento per ovviare alle necessità del
territorio. In particolare per quanto riguarda il ticket dei farmaci è
stato precisato che l’eliminazione del ticket ha comportato una
esplosione della spese per farmaci in tutto il territorio nazionale e
che quindi era necessario reintrodurlo in attesa di un maggiore senso di
responsabilità da parte degli italiani. Relativamente alle rette pagate
dagli anziani malati cronici non autosufficienti è stata espressa dal
Dott. Braghetto la
convinzione che la reale spesa sanitaria deve essere a carico del Fondo
Sanitario Regionale. La
definitiva analisi degli interventi fatti è che le ULSS non sono altro
che delle vere e proprie esecutrici delle volontà della Giunta
Regionale; sta ai cittadini ed alle associazioni che difendono i loro
diritti fare sentire in modo inequivocabile la loro voce.
Il
Segretario organizzativo nazionale della nostra associazione sig.
Giorgio Righetti ha chiuso la assemblea rinnovando a
tutti i migliori Auguri di buon lavoro per l’anno presente ed
chiedendo a tutti gli associati di
informare quanto più possibile amici e conoscenti della presenza della
nostra Associazione. di ALDO THIELLA
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Mobbing: lo scenario italianodi Rosy Calamita
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Il
Movimento dei Cittadini al Convegno Europeo di
Bruxelles
L’Unione
Europea tenta un consenso sulle cellule staminali
Circa 600 delegati di 34 paesi hanno partecipato, il 18 e 19 Dicembre 2001, al Dibattito “Cellule Staminali. Terapie per il futuro?” organizzato dal “Life Science High Level Group” della Commissione Europea creato dal Commissario Europeo Philippe Busquin. L’idea era quella di far incontrare i ricercatori e gli esperti coinvolti nella fattibilità e nelle implicazioni della ricerca sulle cellule staminali con un largo numero di rappresentanti della società “civile e politica” interessati ai possibili risvolti terapeutici, ai rischi ad essi correlati ed agli aspetti etici del problema. Da questo incontro sarebbe potuta scaturire una linea di condotta condivisa. L’interesse suscitato oggi dalla possibilità di rigenerare, attraverso le cellule staminali, tessuti distrutti da alcune malattie che interessano un gran numero di persone, quali il m. di Parkinson, l’Alzheimer, il diabete, le cardiopatie e perfino il cancro, è enorme. Si prospetta, oggi, una vera e propria rivoluzione nell’ambito della medicina simile solo a quella verificatasi con l’avvento degli antibiotici. E’ per questo che migliaia di ricercatori sembrano affascinati dalle prospettive che si aprono in questo settore, i politici se ne interessano, i media ne parlano quasi tutti i giorni, gli stessi ammalati attendono con speranza i risultati della ricerca. I problemi legati alla ricerca e successivamente al possibile impiego in terapia delle cellule sterminali, sono però moltissimi e di diversa natura e non sono legati solo alla tecnologia, che pure ha implicazioni di notevole portata, quali ad esempio la compatibilità con l’ospite, la non reversibilità dell’innesto e il numero di donatori (oggi sono sei per un solo malato), ma coinvolgono aspetti politici, medico-legali e soprattutto etici. Come è noto le cellule staminali sono presenti in quasi tutti i tessuti dell’individuo adulto ed anche spontaneamente contribuiscono alla riparazione di parti danneggiate dell’organismo. La fonte maggiore, peraltro, di cellule staminali è l’embrione, le cui cellule sono tanto più totipotenti, e quindi efficaci per molte malattie, quanto più giovane è l’embrione. Ma dove reperire gli embrioni? Le ipotesi sono due. La prima ipotesi riguarda le molte migliaia di embrioni soprannumerari surgelati in attesa di essere impiantati o distrutti. Nella fecondazione in vitro, al fine di ridurre i rischi ed i disagi per la donna, vengono “creati” molti embrioni, ma ne sono impiantati solo alcuni. Gli altri vengono surgelati e restano “di riserva” in caso di insuccesso del primo impianto e della necessità di dover ripetere la procedura. Una volta ottenuta la gravidanza desiderata la coppia perde qualsiasi interesse agli altri embrioni che, però, oggi, non possono essere legalmente distrutti in mancanza di una legge che autorizzi questa procedura. Una decisione, comunque, andrà presa, in quanto non è pensabile mantenere in eterno surgelati un numero sempre crescente di embrioni. Molti allora si chiedono: se comunque questi embrioni devono essere distrutti perché non usarli a fin di bene, ossia per salvare altri vite umane? Il ragionamento è apparentemente logico ma si scontra con un principio generale di etica, che riguarda la liceità di una sperimentazione, che provoca un danno irreversibile, sino alla distruzione, di quello che viene considerato un essere umano, sia pure potenziale. La seconda ipotesi è quella della clonazione cosiddetta “terapeutica”, ossia creare un embrione clonato non per farlo sviluppare sino all’individuo (cosa proibita in tutti i paesi del mondo), ma per interromperne la crescita alle prime fasi di sviluppo dell’embrione. Nulla di diverso, dal punto di vista etico, dell’utilizzo degli embrioni soprannumerari, in quanto anche un embrione generato secondo il sistema della clonazione, sarebbe un essere umano, sia pure potenziale. In ogni caso, anche risolvendo il problema etico resterebbe la necessità di reperire i fondi per la ricerca. Molti governi non vogliono o non sono in grado di finanziare la ricerca in questo settore, specialmente in mancanza di una legislazione. Ed è attraverso il taglio dei finanziamenti che, in molti casi, di fatto, si impedisce la ricerca. Qui però entra in ballo un’altra componente, di non scarsa importanza, ossia l’industria che guarda ovviamente con estremo interesse alle possibilità offerte dalle cellule staminali. Il business futuro è di enorme portata e giustificherebbe anche sostanziosi finanziamenti. Il problema fondamentale, nei confronti dell’industria è, però, costituito dal fatto che quasi tutti i paesi sono d’accordo nel negare la possibilità di concedere brevetti su esseri viventi. Per garantire la necessaria libertà della ricerca (quella finanziata dall’Industria non sempre fornisce questa garanzia) l’Unione Europea ha recentemente finanziato 15 progetti per un totale di 35 miliardi. Si tratta di progetti di ricerca nei quali sono coinvolti ricercatori di più paesi, ma che per lo più affrontano aspetti marginali e non vanno alla radice del problema. La legislazione, nei vari paesi europei, è estremamente varia ed in molti casi carente. Lasciare tutto alle legislazioni nazionali, d’altro canto, non sembra generalmente opportuno, anche per un altro risvolto del problema che non va sottovalutato, quello cioè relativo alla esportazione. Un prodotto derivato da un processo vietato in un paese, potrà essere tranquillamente importato, e senza alcun pericolo, in quel paese da un altro in cui il processo è ammesso? E’ per questo che l’U.O. ha tentato qualche mese fa di varare una direttiva che stabilisse dei principi generali su questo argomento. Al Parlamento Europeo è stato presentato un testo che, in aula, ha avuto circa 900 emendamenti. Al termine del dibattito ci si è resi conto che l’approvazione di emendamenti anche contrastanti tra di loro aveva finito per rendere il testo della legge confuso e contraddittorio per cui è stato ritirato prima della votazione finale.
Il problema, come si vede
è estremamente complesso. Da un lato vi sono i ricercatori che invocano
la piena libertà della ricerca, come un diritto non solo loro ma
dell’umanità intera. Dall’altra c’è chi, provenendo da credi
politici o religiosi diversi, nega il diritto alla ricerca se questa
implica la sofferenza o la morte
di quello che viene considerata già una vita. A favore della ricerca a
tutti i costi vi sono poi altre due forze non indifferenti. Da un lato
l’Industria che intravede un business di enorme portata, e
dall’altro l’umanità sofferente che intravede la possibilità di un
sollievo al dolore ed all’umiliazione di malattie anche degradanti. In
mezzo una classe politica che non sa o non può prendere decisioni e
finisce per ingarbugliare ancora la matassa legiferando in modo assurdo,
come ha fatto di recente la Germania,(che autorizza la ricerca solo se
gli embrioni sono stati prodotti all’estero, o pilatesco come ha fatto
la Francia, che prevede
l’autorizzazione da parte dei proprietari dell’embrione
soprannumerario, ossia dei genitori ed il parere delle “autorità
sanitarie”.
Cosa può o deve fare un movimento come il nostro?
La prima cosa secondo me è informare in modo corretto. Non che
sia cosa facile perché il problema è talmente complesso che diventa
difficile veramente individuare la verità.
La seconda è stimolare un dibattito, prima tra noi e poi con i
cittadini, perché anche, e
forse soprattutto, siano affrontati
i problemi generali riguardanti l’eticai. E’ vero che non
esiste un’etica naturale e che in fondo la filosofia del minor danno
è quella da perseguire? O forse è possibile ed utile cercare ti
trovare principi generali di etica che non rispondano alla logica delle
maggioranze?. Le prime domande che mi sentirei di porre, aprendo il
dibattito sono queste: Esistono valori etici “assoluti” che prescindano quindi da
situazioni contingenti? Quale potrebbe essere la metodologia per stabilire dei valori etici
“assoluti? Antonino Abbolito (aabbolito@tisaclinet.it)
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Una vacanza diversa
Esperienze di formazione, di volontariato ambientale, di
solidarietà
Per la Branca esploratori-guide i campi sono moltissimi, ne citiamo alcuni: -
brevetto di coompetenza: Amico della Natura:
impariamo dai primitivi, esplorazione fluviale, esplorazione in
laguna, esplorazione e orientamento, esplorazione della natura in oasi, Animazione
Espressiva:
ogni favola è un gioco (musica, teatro scenografia),
espressione e comunicazione, tecniche di segnalazione e di
radiotelecomunicazione, tecniche di spettacolo (mimo, espressione),
tecniche di animazione di strada, Animazione grafica e giornalismo, Informatica e tecniche scout,
Animazione Internazionale
Animazione Sportiva, Esplorazione in bicicletta, Guida Alpina, Esplorazione in montagna, Mani Abili: manualità, Metereologo, meteo e astronomia, 2002, viaggio tra cielo e terra Pioniere, pionieristica- Hebertismo, Campismo Dall'alba al tramonto Pionieristica-Kajak (anche brevetto di Mani Abili), Tecniche di vita all'aperto, Sherpa, Avventura in Montagna (anche brevetto di Topografia Guida alpina) Terra, Acqua,Cielo. (topografia, meteo, astronomia), Sherpa, Trapper Campismo - cucina Pronto Soccorso: Animazione Liturgica. Questi campi si svolgono soprattutto nelle basi scout di Bracciano (Rm), di Piazzole (Bs), di Colico (Lc), Spettine (PC), Mazzorbetto (Ve), Costiggiola (Vi), Andreis (Pn), Cassano Murge, (Ba) Melegnano (Mi) Marineo(Pa), S.Ant. di Macomer (Nu) Cantalupa (Piemonte) Inviare le iscrizioni per posta e per tempo a: “AGESCI Settore Specializzazioni – P.zza Pasquale Paoli, 18 – 00186 Roma”. Comitato Centrale 00186 Roma”. Ci sono inoltre molti campi all’estero e molti “Campi di solidarietà internazionale per Capi e Comunità R/S”. Ne citiamo alcuni: - campi nei Balcani, in Croazia (Vukovar, Pula, Sisak), nella Serbia (Sombor, Pancevo), in Bosnia (Sarayevo), in Kosovo (Velezham, Mirusha e Malisheva),in Albania (Berat) per animazione in campi profughi con bambini, con anziani, per attività di ricostruzione, e momenti di incontro e di condivisione. -
campi in Africa, in Costa d’Avorio, in Burkina Faso, in Kenia per
campi di lavoro, incontri con scout locali e con i villaggi. Dal
sito: www.Agesci.org Per
le attività del Cngei, vedi il sito: www.cngei.it Legambiente offre a migliaia di volontari la possibilità di trascorrere parte del proprio tempo libero in un campo di volontariato. Nel
2001 sono stati 3.200 i volontari impegnati nei 170 campi estivi in
Italia e negli oltre 200 all’estero.
Tra le iniziative più interessanti della scorsa stagione ricordiamo
il campo internazionale di Genova; il campo internazionale di Palermo,
organizzato insieme a Libera, la rete di associazioni che si battono
contro la Mafia, per ripristinare alcuni terreni confiscati ai mafiosi,
da utilizzare per le cooperative di giovani locali; il campo in
Nicaragua organizzato da Legambiente per realizzare un ecomuseo
sull’isola di Elvis Chavarria. Quest’anno
i campi di volontariato sbarcheranno su nuove isole: Favignana (Egadi) e
Asinara (Maddalena), a Portofino, a Pantelleria e in Sardegna. A questo
si aggiungeranno i campi in più in Lunigiana e nel Salento e molte
importanti conferme: le Eolie (Ginostra, Filicudi e Alicudi), Ustica,
Lampedusa, Paestum, Anacapri, le Cinque Terre e la Carnia. Festeggia
il terzo anno il Progetto Lombardia, che prevede numerosi campi
finalizzati a mettere in rete i Parchi di questa regione, rafforzando il
radicamento dei circoli sul territorio. Prosegue
anche l’accordo con il C.T.M. (Cooperativa Terzo Mondo) per introdurre
nei campi alimenti biologici provenienti dal mercato equo e solidale. Su
quattro continenti la scelta è vastissima: oltre ai grandi Paesi
Europei, Americani, Africani e Asiatici, citiamo la Costa d’Avorio, il
Nepal, la Thailandia, l’Ecuador, la Mongolia, il Togo, l’Honduras. Molte anche
le attività del volontariato
subacqueo: nell’arcipelago di
La Maddalena. Gli appuntamenti di quest’anno sono a Punta
Giglio - Capo Caccia (Alghero), a Lampedusa (Ag), a Ustica (PA) e a
Gaeta (LT). Per
richiedere il programma dei campi o per prenotarne uno si può farne
richiesta ai numeri: 06/86268324-5-6. Per i campi all’estero
06/86268403. Il programma completo è consultabile anche sul sito
www.legambiente.com/canale8/campi. |
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