diritti  e  solidarietà

DeS telematico

ORGANO UFFICIALE

N° 38/2002 - anno X

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Sommario
editoriale

Il Convegno di Verona
Federalismo sanitario: 
opportunità e pericoli

Con questo federalismo sanitario non vengono garantite prestazioni uniformi a livello nazionale

Il Movimento dei cittadini ha organizzato questo incontro, con esperti della sanità, per approfondire e dibattere, sia al nostro interno che con la cittadinanza, un tema molto importante ed attuale, in uno dei settori più delicati della vita pubblica: quello della sanità e della tutela della salute.
I media non stanno trattando con la dovuta attenzione il problema del federalismo che è destinato a produrre cambiamenti importantissimi nella società e ad aprire nuovi ed incerti scenari. 

Con le modifiche costituzionali intervenute dopo il referendum sul federalismo ottobre 2001, contenute nel Titolo V della Costituzione e con le recenti innovazioni legislative, vengono dati maggiori poteri alle regioni a statuto ordinario.

- La legge 133/99 sul federalismo fiscale all’art. 10 dispone la soppressione dei trasferimenti statali nella spesa sanitaria corrente, sostituiti da nuove entrate regionali
 - trasferimento alle regioni del 25% dell’IVA prodotta nelle varie regioni, 
-
una maggior compartecipazione all’accisa sulla benzina 
un aumento dell’aliquota addizionale regionale

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editoriale
federalismo sanitario

Volontari, non utili idioti

Il volontariato e  l’associazioni- smo sono cresciuti e hanno un peso sempre maggiore. L’associazionismo è cresciuto per un processo convergente di diminuzione da un lato della partecipazione veicolata dai partiti e di incremento dall’altro del protagonismo dei cittadini nella miriade di gruppi sponta- nei o organizzati che vanno dal tempo libero all’ambito educati- vo, dalla sanità alla solidarietà internazionale. Il volontariato, al di là dei numeri con cui si cerca di catalogarlo, è una realtà vasta e ha un ruolo potenziale troppo grande per restare estraneo al contesto politico sia interno che interna- zionale, o per rassegnarsi ad un ruolo subalterno.Anche se molti amministratori pubblici sono rimasti al comodo concetto dei “bravi ragazzi” sempre disponibili a tappare i buchi dell’intervento statale, disposti a piegarsi, in cambio di contributi e riconoscimenti, alle logiche di governo, la parte più matura del volontariato è consapevole

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petizione contro i LEA
qualità percepita
viaggio in Albania
don Lorenzo Milani
mappa del volontariato
a proposito di Gentilini
guerra fuorilegge
mani
brevi
Da leggere
"MOBBING: riflessioni sulla pelle..." di Antonio Ascenzi e Gian Luigi Bergagio

G. Giappichelli Editore di Torino.


Volontari, non utili idioti

d
ell’importanza della propria azione. E non ci riferiamo soltanto alle punte più avanzate di questa azione di critica sociale come il Coordinamento del Volontariato dei diritti, ma anche a tante associazioni che operano in modo coerente per costruire un modello di sviluppo solidale e giusto. Non si tratta soltanto di fare un’azione di lobby dell’associazionismo come fa il Forum Terzo settore, ma di svolgere fino in fondo il proprio ruolo. E questo richiede da parte delle organizzazioni il superamento della condizione di “minorità”, di subalternità ancora troppo presenti, ma anche la capacità di porsi nell’ottica della democrazia associativa.

Altrimenti rischiano di essere autoreferenziali e di produrre azioni frammentarie che non incidono nella realtà sociale e rimangono marginali rispetto alle grandi scelte politiche ed economiche.

Oggi, ad esempio, in Italia stiamo assistendo nell’ambito di grandi servizi come la sanità e la scuola allo scontro fra opposti modelli sociali. Si stanno attuando e sono all’orizzonte modifiche graduali estremamente rischiose che mettono in discussione, anche in nome di un federalismo che non si limita alla gestione delle strutture ma si arroga il diritto di determinare i servizi, l’omogeneità dei diritti dei cittadini garantiti a livello nazionale.

Altro che diritti senza frontiere! Qui si ricreano differenze e barriere fra regione e regione o addirittura si ripropongono le famigerate mutue spazzate via dal Servizio Sanitario Nazionale.

In questo caso, come in altri, i volontari e l’associazionismo non possono delegare ad altri le scelte e lavarsi le mani, se no finiscono, come spesso accade, che, consapevoli o meno, lavorano per il re di Prussia.

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Petizione contro i LEA 

Per combattere le “nefaste conseguenze del Dpcm” del 29 novembre 2001 sui Livelli Essenziali di Assistenza a Torino si è costituito un Comitato composto da diverse associazioni: Avo, Sea, Utim, Cpd, Diapsi, Csa, Aima, Società S. Vincenzo de’ Paoli; ha dato l’adesione il Forum per i volontariato e il Terzo Settore. Il Comitato ha promosso una raccolta di firme per la presentazione al Presidente del Consiglio dei Ministri, ai Ministri per la Salute, l’Economia e le Finanze, ai Presidenti del Consiglio e della Giunta del Piemonte della seguente petizione:

“Il Governo ha approvato il decreto “Livelli essenziali di assitenza” che stabilisce la partecipazione fino al 60 % dei costi da parte dei cittadini e dei Comuni per numerose prestazioni diagnostiche, di cura e di riabilitazione, fino ad oggi a carico del Servizio sanitario nazionale.

Il decreto colpisce soprattutto le fasce più deboli della popolazione – malati cronici giovani, adulti, anziani anche non autosufficienti, disabili fisici, psichici e sensoriali, malati psichiatrici, di Alzheimer, con Aids, oncologici e con altre patologie croniche – che necessitano di assistenza infermieristica, di prestazioni terapeutiche, fisioterapiche e riabilitative al domicilio o presso strutture diurne e residenziali. Si tratta di persone che hanno bisogno delle cure per vivere, per non soffrire e, in molti casi, per potersi reinserire nella vita normale. Poiché necessitano di cure anche per tutta la vita, in conseguenza del decreto rischiano di scendere sotto la soglia di povertà e saranno costrette a ricorrere all’elemosina della pubblica assistenza oppure dovranno rinunciare alle cure.

Il provvedimento, trasferendo prestazioni di natura sanitaria dal Servizio sanitario nazionale all’assistenza, cancella il diritto esigibile alle cure per i malati cronici; il soddisfacimento dei loro bisogni di salute è condizionato dalla volontà, dalla capacità e dalle risorse dei Comuni di garantirlo.

Al Presidente del Consiglio dei Ministri ed ai Ministri per la salute, per l’economia e le finanze si chiede di revocare il decreto che contrasta sia con le esigenze ed i diritti fondamentali dei cittadini, sia perché viola le leggi vigenti.

Alla Regione Piemonte si chiede di non applicare il decreto e di tutelare il diritto alla salute ed alle cure per la fascia più debole della popolazione piemontese, diritto sancito dalla Costituzione e dalle leggi nazionali approvate dal Parlamento e tuttora vigenti, che affermano la competenza del Servizio sanitario nazionale nei confronti di tutti i cittadini malati e che non possono essere abrogate da un decreto amministrativo”.

 Da “Prospettive Assistenziali n. 138 pag. 2.

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Costituito il Movimento dei Cittadini in Sicilia

Il Giorno 19 giugno 2002, nove soci fondatori hanno dato vita al Movimento dei Cittadini Regione Sicilia in sigla "MCRS".
In data 21 giugno, l'Associazione è stata registrata (Statuto ed Atto Costitutivo) al Ministero delle Finanze, come Associazione di volontariato ONLUS.

L’associazione ha ottenuto anche il proprio codice fiscale.
Anche se, nonostante vari tentativi, il movimento non ha ancora una propria sede autonoma, ha cominciato a lavorare. Il Presidente del Movimento è Vincenzo Marino e il Segretario Regionale è Rosy Calamita.  


Lesioni fisiche, risarcibile la sofferenza dei parenti 

Ai prossimi congiunti di una persona che abbia subito gravi lesioni spetta il risarcimento del danno morale derivante dalle sofferenze psichiche subite. Lo hanno affermato le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, estendendo così l'area della cosiddetta risarcibilità da "fatto illecito" altrui. Per la Suprema Corte è risarcibile il danno concretamente accertato in relazione ad una particolare situazione affettiva con la vittima che, se in relazione "immediata e diretta" con il fatto dannoso, legittima i parenti prossimi ad agire in giudizio. 


Convegno regionale piemontese

L’orientamento degli allievi con handicap intellettivo

Sabato 30 novembre 2002 si svolgerà a Torino presso la Galleria Civica d’Arte Moderna un convegno regionale piemontese su “L’Orientamento degli allievi con handicap intellettivo, dall’integrazione scolastica all’inserimento lavorativo e sociale”, promosso dal CSA. Interverranno, oltre a insegnanti e dirigenti delle istituzioni scolastiche, Marisa Pavone, docente di pedagogia speciale all’Università di Torino e Ester Ferrando, Psicologa, consulente dell’Istituto Itis Migliara di Alessandria.

Per informazioni: Csa, Via Artisti 36, 10124 Torino, tel. 011-812.44.69.

 Non è possibile applicare a chi contrae malattia la stessa disciplina delle invalidità di servizio


Niente superinvalidità per i danni da vaccino  

Non è possibile estendere ai soggetti che contraggono malattie invalidanti "a seguito di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazione di moderivati", la medesima normativa che disciplina i casi di "superinvalidità" per causa di servizio connessa ad eventi bellici. Non è dunque stata accettata la tesi che avrebbe voluto applicare alla prima categoria di danneggiati gli stessi criteri di indennizzo previsti per la seconda, al di fuori e in assenza di un espresso richiamo legislativo in tale senso. Lo ha deciso la Corte Costituzionale (38/2002), sbarrando la strada alla domanda del Tribunale di Camerino, per il quale, invece, l'intervento indennitario di una menomazione della salute, a parità di danno subito, non dovrebbe trovare ostacolo alcuno nella diversità delle cause che lo hanno originato, quindi, nella diversità delle discipline che ne fanno previsione. I giudici della Consulta, di ben altro avviso rispetto all'idea di una "sentenza additiva", che integrasse il comma 7 dell'articolo 2 della legge n.210 del 25 febbraio 1992 ("Indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazione di emoderivati"), hanno insistito perché si mantenessero del tutto distinte le condizioni di risarcibilità presenti nel quadro normativo in questione, dal "Testo unico delle norme in materia di pensioni di guerra" (d.P.R. 23 dicembre 1978, n. 975), di cui s'invocava l'estensione analogica. L'eterogeneità dei due sistemi normativi non consente di realizzare, allo stato delle cose, la proposta del Tribunale ricorrente, quella, cioè, che ipotizzava un'unica disciplina, nella previsione di un "risarcimento solidale" del danno - proprio in considerazione del fatto che questo sarebbe stato sofferto nell'interesse della collettività. Se una tale coscienza di solidarietà si facesse davvero spazio, ad attestarla dovrà essere sempre e comunque la voce del legislatore, non quella della Corte, che per il momento si è limitata a rinnovare il tenore di una precedente "sollecitazione" (sentenza 423/2000), affinché la disciplina di questa delicata materia sia presto rinnovata.

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Piove di Sacco – Padova

 

Questionario sull’assistenza ospedaliera: siamo soddisfatti ma poco informati!

La qualità percepita dall’utenza rilevata con metodologia messa a punto dal “Movimento dei Cittadini”

di Ivano Manzato

 

Nel novembre scorso, dopo lunghe trattative con gli Amministratori dell’ULSS 14, il Centro per i Diritti del Malato ha somministrato circa duecento questionari ad altrettanti cittadini ricoverati nell’ospedale di Piove di Sacco (Padova). Dalla valutazione delle risposte è emerso quanto sia cambiata la cultura della salute e la percezione del diritto nei cittadini: la cultura dei diritti, fino a poco tempo fa estranea alle corsie degli ospedali, ora è diventata un sentire radicato nella gente (ed anche nel modo di affrontare la propria professione negli operatori più sensibili ed aggiornati). Per discutere dei risultati ottenuti con il questionario il Centro per i diritti del malato – Movimento dei Cittadini ha organizzato un dibattito pubblico con la presenza di un grande esperto di sanità quale moderatore, l’ex Presidente nazionale della Caritas Monsignor Giovanni Nervo, del Presidente della 5° Commissione (sanità) Leonardo Padrin, del Consigliere Regionale Margherita Miotto e del Sindaco di Piove di Sacco, Carlo Valerio e, naturalmente del Presidente del nostro Centro, Giovanni Molena.

 

I RISULTATI DELL’INDAGINE

Dalla relazione del Presidente del Centro per i diritti del malato, Gianni Molena

 

“…Le indagini per rilevare la qualità percepita dall’utenza, se fatte direttamente dall’ente erogatore del servizio, difficilmente possono cogliere in modo preciso e non distorto le opinioni e le reazioni dell’utenza. Invece la rilevazione condotta da un’associazione come il Centro per i Diritti del Malato di Piove di Sacco, proprio perché è un’organizzazione che negli anni ha acquisito una conoscenza della sensibilità e dell’ottica dei malati e che in qualche modo loro sentono essere dalla loro parte, può essere considerata una verifica completa e rigorosa. La valutazione scientifica ed attenta delle risposte potrà fornire all’Amministrazione dell’Azienda Sanitaria utili elementi di conoscenza per una organizzazione ottimale dei servizi, ma può anche rappresentare un forte elemento di stimolo per quegli operatori che si pongono in atteggiamento costruttivo nei confronti dei cittadini ricoverati.

È proprio per questo che abbiamo fortemente voluto sottoporre questi questionari ai cittadini piovesi, e ci sembra che anche gli attuali amministratori siano veramente interessati a conoscere la qualità percepita dall’utenza, tanto che il Direttore Generale ci ha assicurato che tali rilievi saranno ripetuti d’ora in poi come previsto, tra l’altro, anche nella Carta dei Servizi dell’ULSS.

Una delle difficoltà che abbiamo incontrato nel distribuire i questionari, è stata quella di convincere i ricoverati che non avrebbero rischiato nulla nel rispondere ai quesiti posti, che anche se avessero espresso giudizi negativi non sarebbero stati soggetti a ritorsioni d’alcun genere, che anche agli amministratori e al personale interessa “sapere cosa ne pensa realmente il cittadino” sulla qualità del servizio loro offerto. Abbiamo pensato che contribuisce al mantenimento di certi timori reverenziali il fatto che il questionario rappresenti un evento straordinario per loro e siamo certi che le future (promesse) maggiori messe in atto di altri confronti contribuiscano al superamento di tali (riteniamo infondati) timori.

I questionari consegnati ai degenti, e da loro direttamente compilato, era composto di 74 domande appropriate e necessarie per rilevare la qualità percepita, il grado di soddisfazione riguardo a:

1)       TEMPI: tempi d’attesa al pronto soccorso - per accertamenti - per l’arrivo dell’infermiere ...;

2)       SCELTA DELLA STRUTTRA OSPEDALIERA: motivazioni;

3)       ACCESSIBILITÁ: segnaletica - riconoscibilità punti informativi URP ...;

4)       INFORMAZIONI: sull’aspetto diagnostico-terapeutico - consenso informato - sull’organizzazione della struttura (orari dei pasti - orari per colloquio con i medici ecc.);

5)       PARTECIPAZIONE: possibilità di presentare reclami …;

6)       PROCEDURE: per il ricovero - per avere copia della cartella …;

7)       QUALITÁ INTERPERSONALI: privacy - trattamento da parte del personale …;

8)       CONFORTS: spazi a disposizione - pulizia - rumori …

9)       VITTO: qualità - quantità – modalità di distribuzione …;

10)   ALTRI SERVIZI: bar – telefoni – edicola …;

11)   CONTINUITÁ DELL’ASSISTENZA: presenza (e congruità) della lettera per il medico di base alla dimissione, cure post-ricovero ...

 RISULTATI

Com’era prevedibile, non tutto è stato bocciato e non tutto è stato promosso, mediamente però si rileva che il gradimento generale è buono: buono il giudizio sui comforts (con un accenno negativo ai rumori provenienti dall’esterno, denunciato dal 41% degli intervistati), sugli spazi a disposizione, sulla pulizia dei locali, sull’organizzazione della giornata (orari della sveglia - dei pasti - delle visite …) Buono il giudizio sulla segnaletica (strano, perché noi la giudichiamo obiettivamente senz’altro insufficiente), sulla continuità dell’assistenza (sia per quanto riguarda le cure post-ricovero che per la documentazione rilasciata per il medico di base) e generalmente buona anche la percezione globale dell’assistenza ricevuta.

Per contro viene rilevata scarsa soddisfazione per i tempi d’attesa nei ricoveri urgenti in Pronto Soccorso e il 40% degli intervistati segnala che non è stato richiesto loro alcun consenso prima di iniziare le terapie.

La maggior carenza avvertita per quanto riguarda l’organizzazione è quella relativa alle informazioni: non si conosce l’orario di ricevimento dei medici (soprattutto dei primari) per comunicare informazioni sulle condizioni dei ricoverati a loro stessi e/o loro familiari.

Altri motivi di lamentela generale sono rappresentati dalla scarsa qualità del vitto e dalla mancanza di un bar (con sedie e tavoli) e di una edicola interna.

Molti poi sanno dell’opportunità di presentare reclami ma nessuno ne ha presentati fino ad ora.

Una delle carenze su cui ritengo di dovermi soffermare maggiormente, è senz’altro quella sull’informazione, in particolare sulle informazioni riguardanti le patologie da cui sono affetti, sugli esami previsti, le terapie prescritte e/o gli interventi ritenuti necessari. I nostri esperti, nell’elaborare le risposte date dai ricoverati, si chiedono come mai la maggioranza si ritenga abbastanza informata e, successivamente, il 40% affermi che non è mai stato chiesto loro il consenso. A nostro avviso questo si spiega con il fatto che le informazioni vengono magari anche date, ma in modo molto sommario, tanto che la richiesta del consenso alle terapie o intervento non viene neppure colta dall’utente: firmi qui – di cosa si tratta? –sono solo formalità, firmi - firmi!

Ancora: i ricoverati dicono di sapere della possibilità di presentare reclami, nessuno però l’ha mai fatto. Le cause possono essere molteplici, secondo noi però, a parte il fatto che manca a Piove un vero ufficio URP, questa è la prova che persiste la cultura della paura. Sarebbe ora che gli utenti spiccassero quel salto di qualità culturale che consentirebbe loro di abbandonare definitivamente ogni timore reverenziale o le (ripeto, immotivate) paure di ritorsione. Di fronte ad un errore, un disservizio, una carenza è necessario rivolgere responsabilmente reclamo a chi di dovere, con la consapevolezza di essere utili all’amministrazione (che può così rimuovere le cause del disservizio, evitando altre lamentele) ed anche ai futuri fruitori del servizio!”

Gianni Molena ha rivolto quindi un appello agli amministratori perché continuino a perseguire la strada del confronto con i cittadini per indirizzare correttamente il proprio impegno nel senso da questi indicato. 

Al termine della relazione di Molena si sono succeduti gli interventi degli altri ospiti, per lo più incentrati sulla politica sanitaria relativa al futuro del nostro ospedale, che sono stati seguiti con grande interesse dal pubblico in sala, essenzialmente composto di amministratori ed operatori sanitari

A conclusione della serata, Molena, nell’augurarsi che possa proseguire fattivamente la collaborazione con gli amministratori dell’ULSS 14, ha proposto di organizzare un ulteriore incontro pubblico entro fine anno per valutare, assieme ai cittadini, se le migliorie poste in essere dagli amministratori dopo i rilievi dei cittadini siano state sufficienti a colmare le lacune evidenziate e per ulteriori eventuali aggiornamenti sulle scelte di politica sanitaria che riguardano l’ospedale e, soprattutto, il territorio dell’Ulss 14. 

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Diritti senza frontiere 

Un viaggio in Albania

Il razzismo è solo ignoranza ed egoismo

 

Mese di agosto 2002, otto giorni in Albania, a Valona nel Sud del paese, il luogo privilegiato in passato per la partenza di gommoni verso l’Italia. Noi non ne abbiamo visto nessuno né all’andata né al ritorno. “Qualche anno fa, ci conferma il vicesindaco Maksim Hekurani, ne partivano a decine tutti i giorni, alla luce del sole, ora c’è la marina italiana, soldati tedeschi, turchi e la stessa polizia albanese a vigilare, per cui ne partono pochi e di nascosto”. Sulla strada per Fier abbiamo incontrato diversi posti di blocco che controllano autobus e pulmini.

Ci troviamo scaraventati in una realtà diversa non solo per la lingua difficile ma anche per la difficoltà di capire i vari aspetti di una realtà complessa e a volte contraddittoria.

Già sul traghetto all’andata mi trovo a discutere con un albanese sveglio e colto che non condivide i giudizi un po’ schematici che una docente dell’Università di Ferrara e io stiamo esprimendo sull’Albania, il suo isolamento ai tempi di Enver Hoxha (1945-85, prima alleato dei Russi, poi dei Cinesi, poi di nessuno), i suoi 700.000 bunker. Ci indica sulla costa il luogo in cui l’URSS voleva insediare una base navale, dicendo “cacciandoli abbiamo fatto un grosso favore a voi Italiani e all’Occidente”. Ha ragione, ricordiamo quanto la Russia ci tenesse a mettere i piedi nel Mediterraneo.

Le sue parole sono un’ulteriore conferma del grande orgoglio degli Albanesi: un piccolo popolo con una forte identità. Già me ne ero accorto quando una ex docente di Lingua francese all’Università di Valona era venuta nella mia scuola a parlare di Storia e Letteratura albanese. Un orgoglio a prima vista sproporzionato rispetto alle dimensioni, tre milioni di abitanti su una superficie poco più grande della Sicilia, un’economia ancora scarsa, angoli di città e tipologia di abitanti che ci ricordano certe città del Sud dell’Italia o del Nord degli anni ’50.

Orgoglio fondato su una storia che risale agli Illiri, alla colonizzazione romana (500 anni), che ha lasciato imponenti rovine, ai brevi periodi di indipendenza nel medioevo, al dominio veneziano, sveso, angioino, alla gloriosa epica antiturca impersonata da Giorgio Castriota Scandeberg nel XV secolo. Questi elementi di una storia dura di oppressione - anche quella ottomana dura 500 anni ed è giudicata pesante, ne sono testimonianza le decine di migliaia di arberesch, gli albanesi fuggiti in Italia soprattutto nel 1500 e insediatisi nel Sud – insieme alla recente indipendenza del 1912 col re Zogu e poi la dominazione italiana, prima indiretta e poi effettiva dal 1939 al 1943 e infine il regime di Enver Hoxha possono spiegare non solo i monumenti che si trovano nei centri urbani, ma la società albanese.

Noi ci siamo aggregati a un gruppo scout di Adria nel Veneto, invitato a far animazione per i bambini di una periferia urbana degradata, a causa anche dell’afflusso dalle campagne di contadini, perché anche qui è cominciato il fenomeno dell’urbanesimo selvaggio che ha prodotto le tante periferie del mondo. Ma sentendo raccontare le condizioni di miseria della vita rurale (barattoli che fungono da pentole, 10 persone e in due stanze) come dar loro torto? E’ una domanda potente di vita, di benessere, di emancipazione quella che sale dal popolo albanese. E’ la stessa prorompente, disordinata, irrazionale, ma insieme razionalissima, domanda che sale da mezza umanità ora esclusa dalle nostre condizioni di alimentazione, assistenza sanitaria, istruzione, abitazione, ecc. E’ una domanda che spiega l’urbanesimo crescente in Albania, ma anche l’immigrazione in Europa e purtroppo anche la ricerca di scorciatoie che permettano di saltare le tappe dai nostri anni ’50 al 2002 e di porsi alla pari dell’Occidente; ed è ciò che avviene attraverso la coltivazione e il commercio della droga, lo sfruttamento della prostituzione, l’industria degli scafisti. I Padri e le Suore ci raccontano di storie di ragazze che cercano di recuperare, ma sono storie difficili, perché la morsa della miseria continua a pesare.

Purtroppo attraverso la TV loro conoscono il nostro modo di vivere, ma a fronte di un costo della vita non molto più basso che in Italia il salario medio è di un decimo, 100 €.

Le minoranze privilegiate, blindate in ville lussuose ci sono anche qui. Secondo il vice-sindaco quasi tutte frutto di lavoro onesto, secondo i religiosi che ci ospitano e ci fanno da guida, quasi tutte frutto di attività illegali.

I religiosi ci raccontano della loro presenza qui dal 1991, della rovinosa guerra civile del 1997 per le “piramidi” (le finanziarie fasulle che promettevano interessi del 20% mensile) del governo Berisha, i profughi kossovari del 1999, la loro opera sociale: scuola materna, ambulatori, animazione per i bambini, gruppo scout.

Quest’ultimo è messo in piedi da una ragazzina venuta a studiare in Italia per tre anni , Elisabetta, con una volontà di ferro, irriducibile di fronte alle mille difficoltà.

La scuola materna in cui siamo ospitati è bella, nuova, un’isola felice, come del resto altre istituzioni religiose che visitiamo, però blindata anch’essa: muri alti attorno, inferiate alle finestre, guardiano armato giorno e notte: la criminalità e i ladri sono ancora temibili, anche se non come cinque anni fa, con tre bande che si contendevano il controllo della città. Ma c’è qualcosa che fa ben sperare. Si nota in città un grande fermento di attività: negozi che funzionano (ti danno la fattura), case che vengono su come funghi, gente che si industria in mille modi. Certo non con organizzazione tedesca, con le donne che lavorano più degli uomini. Questi stanno ancora molto al bar tutta la giornata, come certi sfaticati che ci sono anche da noi. Qui è forse il retaggio maschilista della condizione antica del guerriero-cacciatore, descritta nel Kanun, questo repertorio di regole tribali di una società feudale violenta che ancora qua e là sopravvive.

I giovani con cui parliamo tutti i giorni, ma anche quelli che abbiamo conosciuto in Italia, hanno altro per la testa. Ti parlano con dignità dei loro studi, molti sanno esprimersi in un buon italiano (mentre noi sappiamo dire in albanese appena buon giorno “mir dita”), conoscono le nostre canzoni, la nostra vita e vorrebbero tanto vivere come noi e si vergognano e hanno dispiacere (come farebbe chiunque al loro posto) se parlate loro di delinquenza o della vita povera delle loro famiglie.

Una suora, gioviale e sveglia – qui le suore sono tutte di frontiera (qualcuna anche troppo “caporale” – ci racconta che per la festa di fine anno scolastico hanno regalato un quaderno per ogni bambino e che neanche uno è rimasto abbandonato, tutte le mamme e i bambini se lo sono portati a casa.

Il traffico è quasi occidentale per intensità, anche se pericoloso e disordinato, con le strade dissestate e con poca segnaletica.

La gente è vestita in tutte le fogge, da quelle antiche, delle donne vestite a lutto di nero con un velo bianco in testa, o anziane con i pantaloni alla turca, a quelle moderne con l’ombelico scoperto.

L’esercito italiano è presente. Un gippone della polizia militare italiana viene quasi ogni giorno alla scuola a controllare la situazione, in città un centinaio di soldati della nostra aeronautica ha costruito l’accademia e sta costruendo l’aeroporto militare di Valona.

Questi sono solo alcuni appunti di viaggio in un paese vicino, molto diverso e insieme molto simile, però quante cose bisogna conoscere per capirlo!

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Dalla parte dei poveri 
A cura di Pier Luigi Fanetti

 In tempi di deriva neoliberista è utile ricordare un prete impegnato in modo radicale e originale per il riscatto dei poveri. Presentiamo queste una testimonianza su don Milani, raccolta in un incontro del gruppo don Lorenzo Milani di Brescia con il cardinale Silvano Piovanelli (Pieve di Cercina-Sesto Fiorentino, 23.9.2001).

 Nei miei ricordi di compagno di seminario a Firenze, per don Milani quello fu il periodo fondante (1943-1947).

Dopo la rottura con il suo ambiente “non di fede”, egli fu pronto a farsi prete.

Lui venne da Milano nella fattoria di Montespertoli (Firenze) e chiese di poter parlare con qualcuno dei sacerdoti fiorentini.

Gli consigliarono di parlare con don Bensi (intervista radiofonica dello stesso al giornalista Enzo Biagi, registrata): va da lui, lo segue mentre va a pregare per un sacerdote morto, e, davanti al defunto, afferma che prenderà il suo posto. 

Entra in seminario con la certificazione di don Bensi come presentazione: noi siamo rimasti meravigliati per quel passo.

Dall’ambiente ricco si staccò completamente, egli ripeteva: questo è il mio mondo, questa è la mia famiglia.

Quando morì il padre, ottenne di fare una visita a casa: stupendoci, tornò in seminario la sera stessa.

Sempre rispettò le regole di vita del seminario.

Avevamo fondato una “cooperativa” per mettere tutto in comune: quando lui metteva il suo per noi era una festa (era tempo di guerra e di fame).

Non era il nostro leader, perché il nostro era un gruppo libero.

Era così ossessionato dalla povertà che sostituì il letto con una branda e si fece una scansìa con mattoni ed assi.  

Per noi fu un grande stimolatore nello studio: aveva fatto il liceo a Milano e un anno all’università, non si accontentava dei testi adottati e faceva ricerche (su libri antichi o non ancora tradotti in italiano).

Fu di una sincerità spudorata per tutta la vita. Ad un esame di teologia, non sapeva rispondere ad una domanda sulla sacra scrittura. Gli era vicino monsignor Bartoletti che gli suggerì la risposta e lui all’esaminatore: “Il professore mi ha detto così”. 

Quando, per turno, faceva il sacrestano era attaccatissimo al suo servizio e se ne gloriava.

Per la sua pastorale, la liturgia era importante e anche a Barbiana la curava molto.

Diventato prete, lasciò tutto e si staccò da noi come aveva fatto con i genitori entrando in seminario.

Andai una volta a Calenzano per una festa, ma lui tenne un certo distacco.

Non partecipava ai nostri incontri annuali e, perciò, ne facemmo uno a Barbiana.

Quando arrivammo, stava facendo scuola. Ci salutò e ci fece accomodare. Finì l’attività con i ragazzi e poi venne da noi. 

Era assetato del rapporto istituzionale nella Chiesa (“Se mi facessero monsignore”) non per il titolo, ma come riconoscimento della sua ortodossia (“Se lo avessi, lo metterei in cornice”).

Con la riforma noi ci siamo tutti tolti la veste, lui sempre in tonaca.

Voleva che nessuno entrasse in camera sua, neanche i ragazzi (“Se avessi voluto una donna per il servizio in camera, mi sarei sposato”). 

A don Milani la parola profeta si può applicare nei suoi due significati: colui che parla in nome di Dio e colui che anticipa i tempi.

Ci fu autenticità nella fede, nella povertà, nell’amore per i poveri.

La fede chiede sempre una mediazione. Per don Milani la scuola era la mediazione più importante per avvicinare alla Chiesa, al Vangelo.

Ha scelto fra i vari mezzi quello più importante, quello che usano i missionari: l’educazione a carattere generale, non solo culturale, cioè la scuola di vita.

Scelta importante, quasi profetica.

A certe condizioni (l’impegno per la scuola) accoglieva tutti in un tempo in cui si chiedevano la tessera o il distintivo e ciò destò sospetti nelle gerarchie.

 In quelli che lo hanno conosciuto è presente positivamente, senza mitizzazioni (come me) oppure con impressioni negative per i suoi rapporti con l’autorità.

Quando uscì “Esperienze pastorali” noi compagni di seminario dicemmo: “E’ don Lorenzo”.

Bisognava andare al di là dei modi e pensare alla sostanza.

Nel ’54 quando fu mandato a Barbiana c’erano altre parrocchie disastrate (nella zona del passo della Futa, ad esempio): certo il suo fu un esilio, ma non un lager. C’erano altri preti validi in condizioni peggiori della sua. 

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A proposito di “razza Piave

L’ultimo cittadino di Treviso

 

Ma i Veneti sono tutti “polentoni, bigotti e razzisti” come traspare dal linguaggio triviale del sindaco di Treviso, tal Gentilini?

Nella sua battaglia tesa a legittimare e a sfruttare politicamente, con un cinismo irresponsabile, gli atteggiamenti più volgari di disprezzo e di rifiuto prima dei meridionali ora degli immigrati, Bossi ha trovato in questo personaggio la sua punta di diamante.

Non serve a far rinsavire questi agitatori dell’odio il ricordo della grande migrazione di 4 milioni di Veneti nel mondo, anch’essi considerati “criminali” e trattati come “bestie”, come ha scritto magistralmente più volte sul Corriere della Sera il giornalista e scrittore Gian Antonio Stella.

Altro che razza Piave, il cognome Gentilini è di origini emiliane!

Per fortuna ci ha pensato il vescovo di Treviso, Paolo Magnani, a salvare la faccia di questo Veneto un tempo Vandea d’Italia e ora governato in molte sue parti da personaggi che di cristiano non hanno proprio nulla, anche se si atteggiano in pura chiave razzista, a farsi portabandiera della religione cattolica.

Ma perché questi trevigiani, un tempo gran democristiani, vanno tutti in fila a votare per questa feccia, che parla di vagoni piombati e di “leprotti”?

Forse è il radicato anticomunismo o la sbornia per i “schei” o una momentanea eclissi delle grandi tradizioni del cattolicesimo popolare veneto.

Ci auguriamo che anche da questo filone sociale glorioso, dei Corazzin, dei Toniolo, oltre che dal mondo laico, venga la spinta a ribellarsi, come ha fatto il vescovo di Treviso, a questi funesti “ultimi” cittadini.

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Mani

Mani che accarezzano
Mani che stringono
Mani violente
Mani dolci
Mani callose
Mani tenere
Mani che salutano
Mani che accolgono
Mani che supplicano
Mani che pregano
Mani che aiutano
Mani che respingono
Mani che creano
Mani che distruggono
Mani che abbracciano
Mani che scacciano
Mani che indicano
Mani che comandano
Mani incerte
Mani decise
Mani bianche
Mani nere
Mani nodose
Mani flaccide
Mani forti
Mani fragili
Mani che graffiano
Mani che solleticano
Mani tenere
Mani dure
Mani che gesticolano
Mani paralizzate
Mani laboriose
Mani oziose
Mani prepotenti
Mani impotenti
Mani che sorreggono
Mani che guidano
Mani che scrivono
Mani che giocano
Mani che guidano
Mani che disegnano
Mani che raccolgono
Mani che gettano
Mani che scherzano
Mani che puniscono
Mani che condannano
Mani che si congratulano
Mani, infinite mani
Infiniti gesti
Che spengono
o fanno crescere la vita
e costruiscono catene di unità

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La guerra fuorilegge.

Il diritto internazionale stretto tra guerre e i diritti umani .

 

Nel corso degli anni novanta del secolo appena trascorso si è nuovamente acceso  il dibattito relativamente alla possibilità che di fronte a violazioni massive e particolarmente efferate dei diritti umani sia legittimo che la comunità internazionale proceda con una azione militare tesa a far cessare tali violazioni[1].

In effetti, è accaduto che a questo fine azioni militari  siano state intraprese anche in presenza di condizioni che, secondo quanto stabilito dal diritto internazionale pubblico, sarebbero di dubbia liceità[2].

Ciò ha avviato l’inizio dell’indebolimento della norma che sancisce il divieto dell’uso della forza come strumento di relazione tra gli Stati se non alle note condizioni previste dalla Carta delle NU, aggiungendovi, secondo certa dottrina, una nuova ipotesi,  il c.d. intervento umanitario[3].  

Il divieto dell’uso della forza  è un obbligo che grava su tutti, attori statali e non-statali che utilizzano, nell’esercizio di funzioni proprie o auto-conferite, la forza; tuttavia questa, se usata, esime da responsabilità internazionale gli Stati quando questi agiscono in conformità con le disposizioni espresse dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza.

L’uso della forza, in buona sostanza, non è bandito dal diritto internazionale, ma è regolamentato, e non solo dal Consiglio di Sicurezza, ma anche da un numero di trattati sulla cui natura cogente, ancorché lo stato non abbia firmato o ratificato la convenzione, non vi è alcun dubbio.

Le Convenzioni di Ginevra, per citare uno dei complessi normativi più noti, chiedono agli Stati di approntare un numero importante di tutele affinché i civili, ma anche i  militari che versino in determinate condizioni, non siano oggetto di aggressione o ritorsione.

Il diritto internazionale in questo modo ha cominciato, più di cinquant’anni fa, ad occuparsi non solo dei rapporti tra gli Stati ma anche di come gli Stati devono trattare, quando usano la forza, le persone comunque coinvolte dalle ostilità.

Su questa base, in seguito alle guerre svoltesi in Jugoslavia, in Ruanda e in Kosovo negli anni passati, la comunità internazionale, per il tramite del Consiglio di Sicurezza, ha istituito dei tribunali ( cd. Tribunali ad hoc ) che accertano le responsabilità di coloro che si sarebbero macchiati, direttamente o indirettamente, di crimini di guerra, di crimini contro l’umanità o di genocidio, determinando la possibilità di procedere nei confronti di tutti coloro che, ancorché ai massimi vertici politici e amministrativi dello Stato, si sarebbero resi responsabili di tali crimini.

Questi tribunali hanno però una giurisdizione e una competenza limitate ai conflitti per i quali sono stati creati ed hanno reso evidente la necessità, nel diritto internazionale, di una corte universale capace di giudicare il più possibile libera da limiti e vincoli.  Nel tentativo di rispondere a queste difficoltà di sistema, è entrato in vigore da pochi mesi il trattato che istituisce la Corte Penale Internazionale.

Da questa, che è risultato, inutile dirlo, di una difficilissima mediazione, ci si attende quella giustizia uti singuli a cui il diritto internazionale sembra spesso rivolgere una opposizione sconsolante. Non sfugge però che la Corte Penale Internazionale è qualcosa di ancor più importante di un “semplice tribunale” che si colloca nell’ordinamento pubblico internazionale come un soggetto del tutto nuovo.

 In un ordinamento giuridico infatti, e quello internazionale non fa eccezione, i mutamenti normativi e di struttura causano ulteriori effetti oltre a quelli immediatamente voluti, e mi sembra utile sottolineare ciò con riferimento anche a quanto è avvenuto negli ultimi mesi.

Come è noto, in seguito a quanto accaduto l’11 settembre 2001, gli Stati Uniti hanno usato la forza armata in Afghanistan. L’intervento armato si sarebbe prodotto per colpire uno Stato accusato di appoggiare l’organizzazione terroristica accusata di avere realizzato gli attentati.

Se ciò fosse vero, saremmo di fronte non ad un intervento armato da inquadrarsi nell’ambito del preteso diritto (o dovere?) di intervento umanitario, ma ad una ipotesi nuova[4] che non troverebbe giustificazione nel diritto internazionale esistente[5].

Ma se allora l’ipotesi di intervento in Afghanistan è nuova, ovvero non risponde a nessuna prassi acquisita come consuetudine, con il bombardamento dell’Afghanistan, sarebbe stata compiuta una violazione del diritto internazionale. E’ noto infatti che la fonte normativa primaria del diritto internazionale è proprio la consuetudine.

A meno che, ancora dall’esame della prassi, non emerga una volontà generalizzata degli Stati nell’adesione al bombardamento del territorio afgano, iniziato il 7 ottobre del 2001[6], tale da aggiungere una nuova ipotesi alle eccezioni al divieto dell’uso della forza.

Se accettassimo questa osservazione si porterebbe il principio di effettività, che regge la forza giuridica della consuetudine, su di una strada assai pericolosa in cui ogni qual volta un numero più o meno consistente di Stati adotta una condotta contraria ad una norma considerata di jus cogens[7], quale il divieto dell’uso della forza, si potrebbe ritenere che non è stata compiuta una violazione, ma semplicemente che la norma che imponeva un obbligo di condotta è stata subitaneamente modificata.

Ma allora fintanto che vi è l’accordo della maggioranza degli Stati, qualsiasi condotta, anche la più aberrante, può divenire legittima e quindi lecita?

Se dovessero verificarsi massicce e continuate violazioni dei diritti umani tali da rientrare nella fattispecie dei crimini contro l’umanità la Corte Penale Internazionale, nell’ambito del proprio statuto, non dovrebbe condannare ma dichiarare l’assoluzione “dell’imputato” perché “il fatto non costituisce più reato” essendovi stata l’adesione alla condotta illecita di un numero di Stati sufficiente per potersi intendere che quella stessa condotta è divenuta lecita?

Al contrario la stessa CPI apre, sul cammino già aperto dai tribunali ad hoc, grazie alla “repressione delle responsabilità individuali”, “una nuova dimensione del diritto internazionale. Esso non riguarda più soltanto gli Stati e le grandi istituzioni internazionali: coinvolge tutti gli uomini come cittadini del mondo e come soggetti di diritto”[8] e pone un limite logico e giuridico di grandissima rilevanza a quanti ricercano modifiche “interessate” dell’ordinamento internazionale che colpiscono e non salvano l’individuo richiamandosi alla condotta degli Stati come fonte della consuetudine e dimenticando che esistono norme superiori le cui deroghe possono e devono essere il numero più limitato possibile.

In sostanza “dobbiamo recuperare la dimensione normativa e assiologica della scienza giuridica internazionale”[9], abbandonare l’idea che un numero di stati, per quanto potenti o maggioritari, possa modificare le norme fondamentali che regolano l’esistenza dell’intera comunità internazionale secondo i propri interessi contingenti.

Si può affermare allora che la nascita della Corte Penale Internazionale, delle cui imperfezioni non bisogna comunque tacere, sembra non essere solo un momento nell’evoluzione del diritto pubblico internazionale, ma un nodo centrale per la tutela dei diritti del singolo non solo nelle ipotesi dei crimini ricordati, ma anche contro quanti guardano ancora all’ordinamento internazionale come ad una cosa propria, da cancellare e riscrivere tutte le volte che serve. L’esistenza della CPI, tribunale per giudicare gli uomini e non gli Stati, è una garanzia dell’integrità logico-giuridica delle norme nel rispetto del principio tempus regit actum. Si  pone così un limite “necessario” a quanti con la ricerca del mero consenso degli Stati cercano di cambiare le regole per esimersi dal rispettarle. E questo è tanto più grave quando l’oggetto di tale condotta è una norma come quella che sancisce il divieto dell’uso della forza posta a tutela di tutti gli abitanti il pianeta.  


[1] Flavia Lattanzi redige un elenco degli episodi in cui “si sia utilizzata la forza armata a fini ( o con pretesi fini ) umanitari senza il consenso del sovrano territorile ( o con un consenso che è poi venuto meno): si tratta dell’operazione Provide Comfort nel Kurdistan iracheno nel 1991, dell’imposizione della no fly zone in questa regione, al disopra del 36° parallelo – ulteriormente estesa nel 1996 - della successiva imposizione di una no-fly zone al di sotto del 32° parallelo per la protezione degli Sciiti, dell’operazione Restore Hope in Somalia, dei raids Nato contro i Serbo-Bosniaci, dell’intervento Turquoise in Ruanda, dell’intervento statunitense nel Kurdistan iracheno nel settembre di quest’anno (1996), dell’intervento programmato, ma non realizzato – o ancora non realizzato- in Zaire”. F.LATTANZI, Assistenza umanitaria e intervento di umanità, G.Giappichelli Editore, Torino, 1997, p.73.       

[2] Benedetto Conforti nega “che si possa intervenire con la forza contro Stati che compiano violazioni gravi dei diritti umani nei confronti dei loro stessi cittadini (c.d. interventi di umanità)”. B.CONFORTI, Diritto Internazionale, Editoriale Scientifica, V edizione, 1997, p.370.

[3]  In seguito all’intervento armato in Kosovo del 1999 “sembrerebbe essere emerso un orientamento secondo cui l’obbligo degli Stati di prevenire e reprimere gravissime violazioni dei diritti umani può prevalere, con riferimento a casi specifici, sull’obbligo di astenersi dall’uso della forza”. S.ZAPPALA’, Nuovi sviluppi in tema di uso della forza armata in relazione alle vicende del Kosovo, Rivista di Diritto Internazionale, n.4, 1999,  p.1001. Ma aggiungo che Sicilianos afferma che, a proposito dell’uso della forza armata in Afghanistan, “vouloir multiplier les exceptions, que ce soit en se fondant sur le droit international général ou sur des interprétations artificielles des résolutions du Conseil de Sécurité, conduit à terme à mettre en cause l’ensemble de l’édifice créé par la Charte”. L.A.SICILIANOS, L’autorisation par le Conseil de Sécurité de recourir a la force: une tentative d’evaluation, in “ R.G.D.I.P.”, 106/2002/1, p.47-48.

Cfr. D.ZOLO, Chi dice umanità. Guerra, diritto e ordine globale, Einaudi, 2000, pp.80-123. N.CHOMSKY, Il nuovo umanitarismo militare. Lezioni dal Kosovo, Asterios Editore, 2000.

[4] “Occorre chiedersi se non si è, piuttosto, di fronte al tentativo di affermare l’esistenza di una regola che autorizzi (ma a quali condizioni?)- come per l’intervento armato nella ex Yugoslavia e, oggi in Afghanistan- risposte armate in caso di stragi o attacchi terroristici di tale gravità al di là dei limiti posti dalla Carta?”. C.FIORAVANTI, Terrorismo internazionale e uso della forza armata, in “Quaderni Costituzionali”, n.1, 2002, p.77.

[5]In the end, the 11 September attack more closely approximates a criminal attack, and should be treated as such”. M.A.DRUMBL, Judging the 11 September Terrorist Attack, in “Human Rights Quarterly”,           

n.2, vol.24, 2002, p.332.

[6]  Più precisamente, con una riflessione che meriterebbe senz’altro un utile approfondimento ricordo che, secondo Cassese “The response to the appalling tragedy of 11 September may lead to acceptable legal change in the international community only if reasonable measures are taken, as much as possible on a collective basis, which do not collide with the generally accepted principles of this community”. A.CASSESE, Terrorism is also Disrupting Some Crucial Legal Categories of International Law, in: http://www.ejil.org/forum_WTC/ny-cassese.html.

e non si voglia continuare a sostenere che grazie ad interpretazioni assai ardite delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, sia stato proprio quest’ultimo ad autorizzare il bombardamento.

[7] Benedetto Conforti ritiene che il divieto dell’uso della forza è jus cogens e scrive che “la Carta [delle Nazioni Unite] non prevede gli interventi di umanità come eccezione al divieto dell’uso della forza ( l’unica eccezione ammessa è la risposta ad un attacco armato) e pertanto se si ritiene che il divieto sia cogente per il tramite dell’art.103, non può un atteggiamento di un gruppo di Stati avere tale carattere”. B.CONFORTI, Diritto Internazionale, cit., p.186.

[8] D.ZOLO, Entra la Corte, in “il Manifesto”, 3 luglio 2002, p.1

[9] L.FERRAJOLI, La sovranità nel mondo moderno, Editore Laterza, 1997, p.56.

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