IL DIRITTO AL LAVORO PER GLI HANDICAPPATI

Situazione, nuovi orientamenti culturali e proposte operative

di Maria Grazia Breda e rielaborato da Paolo Cozzi Lepri

 

Ben 400 persone hanno partecipato al convegno promosso dal gruppo "Handicappati e Società", che si è tenuto a Milano il 23 ottobre 1993 sul tema "il posto di lavoro: un diritto, un dovere. Orientamenti culturali e proposte operative".

Filo conduttore del convegno è stato l'affermazione del diritto al lavoro, in posti normali, di tutti gli handicappati che hanno capacità lavorative da spendere, ivi compresi gli handicappati intellettivi. Di qui insistente è stata la richiesta di un'urgente riforma della legge sul collocamento obbligatorio (la n. 482/1968), ma con le modifiche che sono state illustrate durante il convegno. Tutti gli interventi hanno infatti denunciato le gravi carenze dell'attuale testo depositato al Senato in data 15 settembre 1993 dal comitato ristretto della Commissione Lavoro.

Nella mattinata, proprio agli handicappati intellettivi è stato dedicato un video, "La parola ai protagonisti", così ha presentato Anna Contardi dell'Associazione Bambini Down il filmato, che li ritrae in fabbrica, in negozi, in ospedale, al distributore di benzina, nel pastificio... e che dimostra sia che sono in grado di lavorare, sia che, nonostante gli impedimenti di legge (fino alla sentenza n. 50/1990 non avevano neppure diritto al collocamento obbligatorio), dove vi è stata la sinergia di più parti (Enti locali, operatori, forze sociali, sindacato e imprese) il posto di lavoro si è trovato.

E' da rilevare con soddisfazione, che da nessuno degli intervenuti sono state riproposte - come sovente succede - soluzioni "protette" a pretesto della difficoltà, ancora più evidente in questo periodo, di ottenere posti di lavoro. Invece, in tutto il corso del convegno, si è ragionato in termini costruttivi di ricerca di strategie e metodologie per individuare, nonostante tutto, normali ambienti lavorativi. Gli stessi rappresentanti di Cgil, Cisl e Uil hanno riconosciuto che, in effetti, sono proprio loro, gli handicappati intellettivi, a rappresentare oggi la vera scommessa su cui si devono orientare gli sforzi di tutti.

Non spaventano i 358.000 handicappati disoccupati. Tantissimi di questi possono lavorare bene e con piena resa produttiva se si realizza il collocamento mirato e cioè la scelta del posto di lavoro compatibile con la loro capacità lavorativa. E' il caso della stragrande maggioranza degli handicappati fisici e/o sensoriali.

Tuttavia, nessuno ha negato il rischio che non solo le organizzazioni imprenditoriali, ma anche quelle sindacali, si convincano che in una situazione di crisi dell'occupazione come quella attuale, una crisi per tutti, non si possa pretendere di inserire al lavoro chi ha maggiori difficoltà di adattamento.

Quattro i nodi emersi chiaramente dal convegno, sui quali ci si deve impegnare per superare la situazione di stallo in cui ci troviamo: un cambiamento culturale, un'economia più umana, un sindacato diverso, la realizzazione del collocamento mirato e, quindi, la riforma della legge sul collocamento al lavoro.

 

Innanzitutto un approccio culturale diverso

Non si può continuare a proteggere indistintamente con la stessa legge sia persone con svantaggi sociali (orfani, vedove di guerra, profughi...), che mantengono a tutti gli effetti una piena capacità lavorativa e totale autonomia, e persone con handicap (fisici, sensoriali, intellettivi e psichici) che possono avere piena o ridotta capacità lavorativa, se messi in condizioni adatte, ma che in ogni caso hanno meno autonomia delle persone di cui sopra.

Secondariamente si deve superare l'astorico criterio della percentuale di invalidità, che finora ha favorito il collocamento al lavoro, spesso "clientelare", dei falsi invalidi, di coloro cioè che, avendo una percentuale di invalidità minima godono a tutt'oggi del collocamento protetto e sono ovviamente preferiti negli avviamenti al lavoro dagli imprenditori, perché sono validi a tutti gli effetti.

E' evidente che non sono questi gli handicappati da tutelare, ma quanti realmente hanno oggettive difficoltà di inserimento al lavoro.

Nel suo intervento Maria Grazia Breda, commentando gli attuali testi depositati in Parlamento, ha rilevato come si continui a fare riferimento ancora alla percentuale di invalidità, anche se ormai è ampiamente dimostrata la sua inefficacia.

Ai fini dell'avviamento al lavoro, infatti, non è sufficiente sapere se la persona ha il 40, il 60, il 100 % di invalidità; né se è spastico, cieco, handicappato intellettivo. E' invece indispensabile accertare - con una apposita commissione - le sue potenzialità e/o capacità lavorative per poter individuare il posto di lavoro più idoneo con un progetto di collocamento mirato. 

Bisogna valutare il "saper fare" della persona considerata nella sua globalità: autonomia nel lavoro, grado di dipendenza, capacità di comprensione degli ordini, rendimento.

La valutazione della capacità lavorativa e conseguentemente del grado di autonomia della persona ci permette anche di superare le attuali differenziazioni presenti tra "invalidi civili, invalidi per infortunio, per malattia, di guerra". Non devono più esserci discriminazioni tra persone che, in presenza di menomazioni diverse, hanno uguale capacità e resa produttiva.

E anche importante definire che vi sono oggettivamente handicappati con capacità lavorativa "nulla", per distinguere quelli che hanno reale capacità produttiva e per realizzare per i primi i centri diurni presenti nelle indicazioni della legge 104/92 sull'handicap.

Comprendere che una persona, anche se handicappata, può rendere al pari degli altri lavoratori, se collocata in modo mirato, o comunque può garantire una resa produttiva anche se ridotta, ma certa e proficua per l'azienda, è un'acquisizione fondamentale sul piano concettuale e condizione indispensabile per un approccio corretto e rispettoso del diritto delle persone handicappate.

Se ammettiamo che quell'handicappato può lavorare al pari di un altro, diventa difficile spiegare come mai, anche nei momenti di emergenza come ora, ogni venti posti di lavoro "recuperati", un posto non viene destinato ad un handicappato che sa svolgere quella stessa mansione.

 

Rendere più umana l'economia e più giusta la società

Un richiamo ai valori fondamentali per l'uomo, a sostegno anche sul piano etico, oltre che culturale, del diritto-dovere al lavoro degli handicappati è venuto da Mons. Giampaolo Crepaldi, che ha citato l'enciclica "Laborem exercens" là dove dice che: "Sarebbe radicalmente indegno dell'uomo ammettere alla vita della società - e dunque al lavoro - solo i membri pienamente funzionali perché così facendo si ricadrebbe in una grave forma di discriminazione, quella dei forti e dei sani, contro i deboli".

"Ma non ci sono i sani che escono prima dalla crisi e poi, se ce ne ricordiamo ancora, si darà lavoro agli handicappati, ha affermato l'on. Augusto Battaglia, No! Questa volta dobbiamo marciare tutti insieme, verso una società più giusta e solidale, che dia spazio, emancipazione, lavoro per tutti". Ha anche ricordato come non vi siano stati, neppure in passato per gli handicappati disoccupati, tempi migliori di quelli attuali, anzi paradossalmente nel 1981, anno internazionale dell'handicappato furono promosse misure restrittive che culminarono nell'art. 9 del decreto 638 che con il blocco dello scorrimento determinò una brusca frenata nel collocamento e la diminuzione degli handicappati occupati.

Si è però sviluppata un'opera di sensibilizzazione capillare ad opera di operatori, enti locali, sindacati, mondo associativo. Hanno contato soprattutto i settemila e più ragazzi che ogni anno escono dalla scuola dell'obbligo forti di anni di integrazione e di studio e i circa ventimila che ogni anno frequentano corsi di formazione professionale e che sono i veri protagonisti di tante esperienze innovative, che con la formazione in azienda, con l'ausilio di nuove tecnologie hanno dimostrato che in presenza di stati di insufficienza mentale medio grave e di pesanti limitazioni fisiche possono essere espresse capacità lavorative, a volte insospettate. I tirocini in azienda, i servizi di inserimento lavorativo, le cooperative sociali, le borse lavoro sono solo alcuni degli strumenti messi in atto, a volte inventati, per facilitare l'accesso al lavoro dei giovani con handicap.

Oggi il conflitto è tra un pezzo di società che è andata avanti sulla strada del diritto e della solidarietà ed un sistema istituzionale che tarda ad adeguarsi, un mondo imprenditoriale, culturalmente arretrato, incapace di misurarsi con il nuovo. E che così non capisce  che estendendo il collocamento degli handicappati si rendono produttive persone che, altrimenti, sono a carico dello Stato, fruitori di pensioni di invalidità e di servizi assistenziali.

 

Il ruolo del sindacato

Importante è il ruolo del sindacato. E' innegabile, infatti, che  spetti proprio al sindacato il posto principale nella difesa dei posti di lavoro per gli handicappati, ruolo purtroppo, non ancora assunto in modo cosciente e consapevole, salvo le eccezioni che vi sono, ma che non costituiscono ancora la regola.

Mentre Luca Pacalli della Uil ha sottolineato "I mancati appuntamenti del sindacato nella difesa dei diritti degli handiccapati: eliminazione barriere architettoniche, carenza dei mezzi di trasporto", Corrado Mandreoli della Cgil ha sostenuto che la battaglia per il diritto al lavoro la si fa con i contratti. "Ma ancora oggi nei contratti non c'è nulla, salvo un vago richiamo al rispetto della 482/1968, che non trova però alcuna verifica o controllo sindacale". Mandreoli ha evidenziato inoltre la necessità di prevedere corsi per delegati finalizzati alla creazione di quadri intermedi, che assicurino all'interno dell'azienda "chi si rende responsabile sul piano delle relazioni" di quella persona.   "Finora, ha aggiunto Luigi Viviani della Cisl, chi si interessa di queste tematiche all'interno del sindacato è il dirigente delle politiche sociali, ma questo è un problema che deve essere assunto e affrontato dai dirigenti, che seguono il mercato del lavoro". "Vi sono in questo momento particolari categorie che puntano anche con esempi eclatanti (Crotone, Napoli, Torino, Marghera) ad attirare l'attenzione sul proprio problema e ciò rischia, ha continuato Viviani, di portarci a trascurare chi, come gli handicappati, non ha strumenti per attirare i media. Questo può essere evitato se lo stesso sindacato segue e affronta i problemi di entrambi".

 

Il collocamento al lavoro mirato e la cooperazione

Adriano Casulo, presentando la sua esperienza nell'Agenzia del lavoro di Trento, ha evidenziato, quale elemento fondamentale del collocamento mirato, la costruzione di un progetto, che veda le diverse parti sociali operare insieme (soggetti interessati, Enti locali, Uffici di collocamento, imprenditori, sindacato) per il raggiungimento dell'obiettivo: un unico servizio incaricato appositamente di seguire e favorire il collocamento lavorativo degli handicappati.

Il servizio per l'inserimento lavorativo dovrebbe avere il compito di:

- svolgere tutte le necessarie attività tecniche per l'inserimento lavorativo e per i tirocini di lavoro degli handicappati;

- collaborare con il settore della formazione professionale per l'individuazione dei contenuti e delle modalità dei corsi di formazione professionale e/o prelavorativa e per le iniziative di aggiornamento professionale;

-collaborare con gli uffici provinciali del lavoro e della massima occupazione per l'inserimento lavorativo e per i tirocini di lavoro;

- ricercare i posti di lavoro più idonei per gli handicappati.

Una risposta , anche se parziale, di formazione professionale, può essere data dalla cooperazione, dice Massimo De Rosa della Federsolidarietà/Confcooperative e ricorda come negli ultimi anni proprio le cooperative abbiano inserito persone handicappate non solo in attività stabili di lavoro, ma anche in modo temporaneo, con lo scopo di far acquisire una capacità lavorativa ed una professionalità spendibili nel mondo del lavoro. Per far questo, la cooperativa deve essere un'impresa, e cioè deve saper organizzare e gestire con efficienza tutte le risorse. Anche il volontariato deve individuare una idonea collocazione in modo da assicurare veri inserimenti lavorativi, superando la logica assistenziale che caratterizza ancora troppo spesso molti interventi delle cooperative di solidarietà".

Il gruppo "Handicappati e società" pone il problema di evitare il rischio che le cooperative diventino l'unica proposta di inserimento lavorativo, non solo per gli handicappati, ma anche degli altri soggetti con problemi sociali (tossicodipendenti, detenuti) trasformandosi di fatto in ambienti di concentrazione degli emarginati. E di far sì che gli eventuali incentivi (intesi non solo come denaro, ma anche come agevolazioni fiscali, concessione di appalti) devono essere previsti nella legge di riforma del collocamento non solo alle cooperative, ma a tutte le aziende consimili per dimensione. Essi devono essere concessi solo nel caso che siano inserite persone con ridotta capacità lavorativa (handicappati fisici e/o sensoriali con limitata autonomia), anche per il fatto che altrimenti per tali soggetti il collocamento sarà difficilmente realizzato.

In conclusione, oltre al ritardo legislativo e al disinpegno troppo frequente degli enti locali, va sottolineata l'esigenza che quanti operano nel settore, in primo luogo i diretti interessati e i familiari degli handicappati intellettivi, acquisiscano una maggiore consapevolezza del diritto al lavoro e diventino forza contrattuale anche nei riguardi degli Enti locali e del sindacato. E' necessario, infine, il rispetto della quota prevista dalla legge per l'occupazione degli handicappati (invalidi civili) in tutte le iniziative attivate per promuovere e incentivare l'occupazione di tutti.