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La qualità percepita dai fruitori dei servizi ospedalieri


MOVIMENTO dei CITTADINI         (stesura anno 1998)

Documento Programmatico

 Il contesto politico  Postfordismo e Globalizzazione -      La nostra identità -  Per il Movimento dei Cittadini - Diritti senza frontiere  - Nord-Sud  Italia -  Alcuni diritti prioritari  - Stato sociale -  Sviluppo e Occupazione - Legalità e Giustizia - Sanità - Anziani  -  Scuola e Cultura - La partecipazione diretta dei cittadini - Ambiente e Consumatori - Il modo di operare

  Il contesto politico                                                                                                                                     

La irreversibile crisi delle grandi ideologie che hanno animato e diretto la vita politica degli ultimi due secoli ha prodotto, alle soglie del terzo millennio, un diffuso sentimento di liberazione, ma insieme un acuto senso di instabilità e di disorientamento a livello sociale, culturale e politico. L’unica realtà a non risentirne sembra l’economia, che, ormai omologata sul modello capitalistico, vittorioso anche nella Cina ancora comunista, sembra però muoversi senza una bussola, una direzione, delle finalità. E quindi da un lato la crescita economica, lo sviluppo tecnologico e le risorse culturali fanno intravedere possibilità inedite di sviluppo e di benessere, dall’altro si assiste a rigurgiti di egoismo sociale, di razzismo e di intolleranza che rischiano di compromettere conquiste che si davano per acquisite e di vincolare lo sviluppo agli interessi di esigue minoranze. Ci sono emarginati, fasce della popolazione alle prese col problema del lavoro, della casa, della tutela della salute, del minimo di risorse per vivere dignitosamente, mentre enormi ricchezze sono sprecate ogni giorno a fiumi.

Noi intendiamo operare perché prevalgano scelte di vita, di liberazione, di espansione delle grandi opportunità offerte dalla tecnologia, di convivenza pacifica, di benessere diffuso; per il «diritto alla felicità», concepito in modo realistico e graduale, nella consapevolezza che la felicità non si può facilmente né definire né organizzare. Alla base del nostro agire stanno una scelta per l’uomo, per la persona, e la capacità di vedere, di incontrare l’altro; la convinzione che, insieme al bisogno di realizzazione di sé, la condivisione sia la dimensione costitutiva dell’essere umano e della vita, mentre l’egoismo e la solitudine ne siano forme regressive e deprimenti.

Finite le impetuose passioni politiche legate ai «grandi racconti» chi non si è fatto tentare dal riflusso nel privato o dalla nostalgia per il passato o dallo scoramento, si trova di fronte al rischio di resa all’unica logica dominante, quella dell’economia capitalistica, della tecnocrazia, del liberismo e degli automatismi del mercato. Noi siamo tra quelli che sono convinti che la passione politica debba fare i conti col nuovo contesto e basarsi su alcune scelte di fondo, a costo di cadere nel bricolage ideologico. E’ sempre meglio che rassegnarsi a un fare politica sempre più motivato o dal nichilismo più spregiudicato o da una voglia di potere, da una ricerca del guadagno, che utilizza opportunisticamente residui delle precedenti ideologie ma in realtà fa leva sul clientelismo, sulla tutela gretta di interessi immediati, sia personali sia di corporazione. Il dibattito politico spesso si risolve in proposte di ingegneria istituzionale o in manovre di dislocazione diversa dei partiti, attraverso la scomposizione e la riaggregazione delle componenti politiche in campo, senza riferimenti non solo ai programmi e ai problemi dei cittadini, ma anche e soprattutto all’orizzonte strategico in cui collocare le scelte. Diversi partiti e movimenti politici hanno cercato di rifondarsi, in alcuni casi si è trattato più di una operazione di immagine che della individuazione di principi ispiratori adeguati al nuovo contesto; in altri casi si è cercato il cambiamento ritornando alle vecchie certezze ideologiche. I tentativi più interessanti di rinnovamento politico si possono riscontrare in gruppi minoritari o che si collocano in ambito prepolitico, come la Rosa Bianca, Italia Democratica e l’Italia dei valori di Di Pietro, sebbene essi non individuino come fondamentale riferimento i diritti e il protagonismo dei cittadini . L’unica vera, forte, anche se inquietante, novità in ambito politico è però la nascita di movimenti che si caratterizzano per la sola rivendicazione di autonomia o di indipendenza di un’area geografica invocando differenze etniche, economiche e culturali, senza fare i conti con la complessità dei problemi di una società postmoderna. L’agire volontario e solidaristico è una grande risorsa e per molti cittadini ha riempito i vuoti creati da proposte politiche deludenti o irresponsabili. Spesso è riuscito anche ad incidere sui meccanismi strutturali che generano l’ingiustizia, attraverso organismi che operano per la tutela dei diritti delle persone. Però l’improponibilità di sbocchi politici adeguati perché quelli sul campo sono legati a schieramenti superati e di parte ha costretto il volontariato ad arrestarsi sulla soglia della politica. E così l’azione politica è stata lasciata gestire dai politicanti, dai burocrati cresciuti nei partiti, mentre gli interessi generali dei cittadini sono trascurati o sviati verso false contrapposizioni.

Postfordismo e globalizzazione                                                                                                                                                                   £

La nostra società, che pur ha risolto molti problemi di mancanza di benessere e di cultura, si trova al bivio, su scala planetaria, tra scelte di fondo che possono definire i tratti della società del terzo millennio. La discriminante è in primo luogo tra chiusure etniche, religiose, finanziarie e solidarietà umana, economica, culturale, sociale. Lo si vede con chiarezza non solo nei grandi dibattiti sulla globalizzazione economica, sul liberismo, ma anche nelle scelte e nei comportamenti degli individui a livello micro-sociale, nella famiglia, nel quartiere, e sempre di più ovviamente nelle relazioni fra regioni e popoli. Però se andiamo a tradurre sul piano concreto quella discriminante, ci accorgiamo della necessità di andare oltre una visione manichea e ingenua della realtà e di cogliere gli aspetti trasversali che possono delineare una nuova prospettiva politica che abbia grande respiro strategico e possa dare un contributo fondamentale per la costruzione del futuro.

Dopo il crollo del comunismo nei paesi dell’Est europeo, è finita l’epoca della divisione del mondo in blocchi ed è saltata anche la discriminante sociale che poneva la questione dell’appartenenza di classe come questione unica della società. Non solo perché sono sorti soggetti sociali nuovi, come le donne, i giovani, i diversi, i malati, gli anziani, ma anche perché la società del terziario, che vede il passaggio dalla fase fordista a quella post-fordista, ha frantumato i contorni delle classi e ha innescato mutamenti continui nel mercato del lavoro. Siamo di fronte a un passaggio di sistema non solo nell’ambito della produzione, dove si parla di qualità totale, di produzione snella, di toyotismo ecc., ma in tutto il sistema sociale, che viene messo in discussione dal post-fordismo, dal bisogno di flessibilità, dal superamento degli automatismi, dal ruolo dei soggetti. Oggi non si può più rimanere attaccati a vecchie visioni della società e non capire che, se i nuovi scenari presentano anche lati inquietanti e oscuri, non per questo serve rimpiangere le certezze della società fordista che ormai sta alle nostre spalle. Il problema politico cruciale del duemila è il problema di creare le  nuove istituzioni politiche della flessibilità, della nuova economia a rete, che permettano di gestirne e controllarne gli effetti destabilizzanti, garantendo i diritti di cittadinanza..

Problema che non va affrontato però con una visione arretrata, o legata a vecchi miti collettivistici, che hanno avuto una funzione nel passato ma che oggi sono sterili,  o  soltanto difensivi e di resistenza. Resistere ai meccanismi della globalizzazione e del liberismo, quando producono effetti disumani, va bene ed è necessario, soprattutto se non si riesce a fare di più, ma non basta. Certamente il processo di finanziarizzazione dell’economia, i meccanismi spietati della concorrenza internazionale, i rischi sempre incombenti di crisi  economica  e di disoccupazione per una parte consistente della popolazione non vanno trascurati. Bisogna, però, avere la capacità di assumere anche gli aspetti positivi della nuova situazione, le possibilità di coinvolgimento nello sviluppo anche per paesi e aree un tempo abbandonate. Governare la globalizzazione significa da un lato contrastare gli effetti di omologazione, le minacce ai diritti dei cittadini, dall’altro valorizzare il dinamismo economico e sociale e insieme tutelare il pluralismo etnico, religioso, culturale e territoriale.

Il processo di unificazione sul piano economico ha conosciuto in Europa una indubbia accelerazione con l’unificazione monetaria e l’adozione della moneta comune, l’euro. A questa Europa della Banca centrale è necessario sia affiancata l’Europa dei cittadini, attraverso il potenziamento del ruolo del Parlamento europeo, l’elezione diretta del Presidente dell’Unione Europea, ma soprattutto una espansione delle politiche sociali, in modo che le fasce deboli della popolazione, anziani disoccupati immigrati, beneficino di forme di intervento e di assistenza coordinate ed efficienti.

La nostra identità
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Molti di noi che hanno operato e operano nell’ambito della tutela dei cittadini, nell’associazionismo, nel volontariato, da tempo hanno capito che è fondamentale la tutela dei diritti, ma che i diritti non si tutelano se non cresce la solidarietà; avremmo solo una grande conflittualità in cui ognuno difende il proprio diritto, in cui la scelta è affidata ai rapporti di forza del momento, perché manca qualsiasi capacità di individuare le priorità, di tutelare i diritti di tutti, soprattutto dei più deboli. Spesso assistiamo infatti a conflitti fra diritti, fra diritto all’informazione e diritto alla privacy, fra diritto di costruire fabbriche e il diritto di non essere inquinati, i diritti degli autoctoni e i diritti degli immigrati, fra i diritti dei lavoratori che scioperano nei servizi pubblici e i diritti degli utenti. Quali diritti devono prevalere? Dobbiamo trovare un criterio per orientarci, altrimenti si cade nella logica della giungla, in cui tutti rivendicano diritti ma alla fine finiscono per prevalere i diritti del più forte. Secondo il nostro movimento devono prevalere i diritti di chi è maggiormente nel bisogno, di chi rivendica diritti vitali, basilari, necessari per la sopravvivenza. Quindi la priorità va assegnata ai diritti di chi è più in difficoltà, dei più indifesi e ai diritti della maggior parte delle persone. Poi vengono i diritti degli altri, di chi sta meglio, di chi sa tutelarsi da solo. I più deboli nella nostra società non sono sempre e soltanto coloro che sono in condizioni economiche disagiate, ma anche chi non ha chance, opportunità, prospettive e quindi vive condizioni di emarginazione e di abbandono, dovuti anche a fenomeni quali la droga o l’alcolismo.

Solidarietà non vuol dire, però, collettivismo, che appiattisce e omologa, ma una attenzione ai bisogni, ai diritti dell’altro che recepisce e riconosce le diversità, senza cristallizzarle, elevando muri vecchi e nuovi, ma sviluppando legami, relazioni, rapporti molteplici. Solidarietà non vuol dire neppure pietismo, retorica buonista che lascia intatte le ingiustizie consolidate; solidarietà vera significa «condivisione», radicale impegno per l’altro. Senza questo senso di responsabilità, che mette in discussione le strutture oppressive e i comportamenti emarginanti, la solidarietà diventa umiliante beneficienza di vecchio tipo.

Però anche la solidarietà non basta, bisogna riconoscere valore all’iniziativa e all’impresa. Non si tratta di sposare la causa di un capitalismo selvaggio o di una società esclusivamente tecnocratica e industrialista, ma di capire che, se non vogliamo ricadere ancora una volta nelle secche del vetero-marxismo, l’impresa, come intraprendenza, responsabilità, rischio, inventiva, creatività in tutti gli ambiti sociali, ha un grande valore. E questo non per conversione al mito dell«aziendalizzazione», che va diffondendosi anche nelle Ulss, ora chiamate appunto in molte regioni Asl (a volte importando molti aspetti negativi delle aziende) ma per dare dignità, legittimità alla cultura dell’impresa: non certo a quella assistita o sfruttatrice, ma a quella che dà spazio alle risorse umane, culturali, tecniche; la produzione non può essere sempre guardata con sospetto, vedendo in essa solo sfruttamento o solo inquinamento e non anche e soprattutto sviluppo, possibilità nuove, crescita. Non deve essere certo una cultura prevalente sulle altre, per noi altrettanto essenziali, come la cultura dei diritti e la cultura della solidarietà e dell’eguaglianza, ma una cultura importante come le altre. Noi ci troviamo di fronte, invece, a concezioni sociali e politiche che contrappongono questi valori, per cui abbiamo i fans degli imprenditori piccoli e grandi e quelli dei lavoratori dipendenti e dei pensionati. E allora ci sono gli adoratori del Nordest o del liberismo americano e i nostalgici di Cuba o del Chiapas. E non si capisce che l’impresa è una realtà indispensabile - e si deve semmai evitare che essa abbia per scopo una produzione fine a se stessa e non a servizio dell’uomo - e nello stesso tempo che al suo interno la dialettica è un fattore salutare e di sviluppo.

Noi non facciamo riferimento soltanto alla prima stagione dei diritti, quella dei diritti civili, di libertà, proprietà, privacy ecc., sanciti dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino della Rivoluzione Francese, come fanno i movimenti liberali e laici. Né prendiamo come unico riferimento la seconda, la stagione dei diritti sociali, collettivi,  propri del socialismo e del comunismo e anche del cristianesimo sociale, che pur riteniamo basilari. Ma siamo nati sull’onda della terza o quarta generazione dei diritti, quella dei nuovi soggetti sociali - donne, anziani, giovani, bambini, malati, stranieri - e degli ambiti specifici, come ambiente, salute, informazione, pace, sviluppo, ecc. Possiamo, perciò, permetterci il lusso di non contrapporre le diverse categorie di diritti, di non vedere in opposizione, come sempre si è fatto, impresa e solidarietà, diritti dell’individuo e esigenze della collettività. Si tratta, certo, di una sintesi difficile, complessa, potremmo chiamarla una «contaminazione» ideologica, ma è l’unica prospettiva che permette di guardare al futuro con occhi di speranza.

Si tratta perciò di adottare politiche che esaltino la capacità di iniziativa, l’efficienza, ma non sacrifichino l’uomo, tenendo presenti i diversi soggetti in campo, perché la nostra società è strutturalmente complessa ed è destinata a diventarlo sempre di più, con l’esplodere della soggettività dei cittadini. Senza questa ottica si ritorna a conflitti superati, inutili, di retroguardia.

Quando parliamo, perciò, di diritti di cittadinanza noi intendiamo tutti i diritti, di tutte le stagioni, quella liberale, quella socialista, quella democratica, quella dei soggetti sociali. Diritti sanciti, seppur in modo non completo per quanto riguarda i «nuovi diritti», dalla Carta dei diritti dell’Onu, dalle diverse carte dei diritti e dalla stessa prima parte della Costituzione italiana. In tal modo, mentre si ha un rispetto sacro dei diritti dell’individuo, si concepisce la società in modo profondamente sociale e popolare, e ci si colloca in un ambito post-ideologico, considerando chiuse e arretrate, seppur parzialmente ancora valide, tutte le concezioni politiche che si attardano nella adesione a una soltanto delle diverse fasi dei diritti.

Con questa impostazione si possono capire e affrontare in modo adeguato anche contrapposizioni ricorrenti, spesso strumentali e talora appesantite da riflessi condizionati di ideologie decrepite, come il dilemma pubblico/privato, pubblico/volontariato. Non ci sono ragioni per ritenere a priori che pubblico voglia dire inefficienza e burocrazia e privato funzionalità e risparmio  o invece pubblico sempre giustizia e interesse generale e privato sempre speculazione e oppressione. Bisogna guardare a queste opzioni in termini più laici e realistici, senza paraocchi, con onestà intellettuale, avendo il coraggio di riconoscere pregi e difetti del pubblico e del privato, scegliendo quello che è il vero interesse del cittadino. Anche per il volontariato non ci può essere sempre una esaltazione acritica, ma neppure un disprezzo istintivo; ci sono forme di volontariato paternalistiche e affaristiche e ce ne sono di moderne, assolutamente rispettose della dignità delle persone e che svolgono un ruolo di stimolo verso le istituzioni.

Intendiamo anche qualificante l’aver un alto senso dello «stato di diritto», contro le concezioni privatistiche, clientelari, partitocratiche dello stato che hanno imperversato in Italia; la sovranità della legge, al di là di tutti gli interessi di parte, di partiti-poteri forti-chiese, l’indipendenza e la trasparenza delle istituzioni stanno alla base di un corretto rapporto fra cittadino e cosa pubblica.

Nello stesso tempo non si può prescindere dal fondamento etico e, per chi è credente, anche religioso, della politica. Questa ispirazione va vissuta in piena libertà. Il Movimento dei Cittadini, mentre si identifica in alcune opzioni di base, non intende costruire una identità rigida e ideologica, ma trae la sua capacità di interpretazione e di rappresentazione delle persone dal rispetto e dalla valorizzazione della loro diversa formazione ideale, della loro identità che va considerata senza preconcetti. Vanno superati, in ambito politico, pertanto sia l’identificazione della politica con la religione, che manifesta i suoi tragici effetti nel fondamentalismo religioso, sia l’atteggiamento illuministico che tende a separarle in modo talmente drastico da impedire la valorizzazione delle norme etiche e delle spinte ideali alla solidarietà e alla convivenza pacifica che hanno la loro radice nelle religioni e nel costume. In questo ambito vanno incoraggiati tutti i tentativi di ritrovare nelle religioni e nelle culture i valori etici comuni, i "valori sovraidentitari»,  i valori dell’»uomo planetario», che permettono una sostanziale convergenza etica, al di là delle ideologie e delle particolari visioni del mondo.

Per Il Movimento dei cittadini                                                                                                                                                                                £   

La maturità della società civile, le trasformazioni economiche, tecnologiche, culturali, a fronte dei ritardi ideologici e politici non più tollerabili, impongono l’esigenza di promuovere un movimento di cittadini. Non si tratta di un’operazione di potere, ma di dare espressione politica adeguata e coerente a un insieme di istanze, di realtà di base, spontanee e organizzate che già operano come movimento dei cittadini; istanze che non sono coerentemente rappresentate nell’attuale contesto italiano.

Noi siamo un movimento di cittadini. Lo sono quanti fanno parte del Codici, che ha scelto da subito nei primi incontri interregionali a Milano e nazionali a Roma nel 1992, quando si è cercato di collegare i gruppi di base, di essere un «Coordinamento per i diritti del cittadino».  Ma lo sono anche tanti altri che operano seguendo le opzioni di fondo che con questo documento abbiamo tratteggiato.

Si tratta piuttosto di essere consapevoli di questa natura e di agire in modo conseguente. In Italia sono molti i gruppi, i movimenti, le associazioni, ma anche le singole persone che si mobilitano per protestare e per risolvere dei problemi collettivi; qui si esprime la linfa vitale della partecipazione, la voglia di stare insieme, di condividere della gente.

Si può dire che dove due, tre, dieci, cento cittadini si riuniscono per risolvere problemi della comunità, del quartiere, di persone in difficoltà, di sicurezza ambientale, di sviluppo economico, di tutela della salute, dei beni culturali, oggettivamente lì c’è un movimento dei cittadini. Tanti perciò sono coloro che sono di fatto un movimento dei cittadini, un movimento che non persegue interessi egoistici e di parte, ma interessi legittimi e basilari per il bene comune. E’ questa una realtà capillare che noi intendiamo valorizzare, senza la velleità di imporre schematismi o egemonie, ma solo mettendo in circolazione le esperienze, coordinando, facendo memoria, per assicurare efficacia, continuità all’azione, per evitare di ripetere errori, di imboccare vicoli ciechi.

Non perché i cittadini abbiano sempre ragione – a volte infatti bisogna valutare attentamente comportamenti troppo istintivi, dettati da interessi corporativi e immediati, e basati su una informazione limitata – però, almeno a livello di esigenze, i cittadini vanno sempre ascoltati; ogni istituzione deve fare i conti con le loro istanze, per averne il consenso. Il potere politico non può non basarsi sulla volontà dei cittadini.

Non possiamo però pensare di limitare la nostra azione a un atteggiamento difensivo fondato sulla tutela dei soli cittadini marginali. Sin dai primi documenti abbiamo affermato e individuato quali sono i soggetti cui rivolgiamo la nostra azione di tutela qualificandoli «deboli», identificando con questo termine non solo i cittadini marginali, ma soprattutto i cittadini comuni nel momento in cui si trovano a rapportarsi con lo Stato o con gli Enti pubblici e privati, che, in virtù del loro maggiore potere, possono mortificare le legittime aspettative e i diritti dei cittadini, continuando a trattarli come sudditi e non come titolari di diritti. Le liste di attesa negli ambulatori danneggiano tutti; una scuola che non produce cultura penalizza tutti coloro che la frequentano, non solo i più scarsi. Difendendo i diritti dei più deboli, difendiamo i diritti di tutti, non solo perché tutti possiamo essere o diventare deboli, ma perché una società che emargina, è una società irrazionale che danneggia tutti. L’ottica nostra, perciò, è quella degli ultimi, ma finalizzata al bene comune, ai diritti di tutti, rischiamo altrimenti di essere un movimento «piagnone», caritativo, marginale, assistenzialistico. «Insieme per loro» (slogan di qualche gruppo di volontariato di vecchio tipo) è pietistico, meglio «insieme per una società più giusta e solidale, in cui ci sia posto per tutti»!

La cittadinanza che si esprima attraverso il soddisfacimento di tutti i diritti è il parametro sociale fondamentale, antico, perché risale alla democrazia greca e alla Rivoluzione francese, e moderno, perché arricchisce quelle conquiste con le acquisizioni del Movimento Operaio e dei nuovi soggetti sociali.

Nel nostro movimento trova spazio e può trovare spazio la soggettività dei cittadini, il loro protagonismo. I modelli di partecipazione tradizionali erano quelli del volontariato e della lotta politica di classe. Il primo, nei vari ambiti assistenziale, educativo, ecc. è importante come contributo al miglioramento della società, ma rinuncia alla politica e quindi incide scarsamente sulle cause strutturali del disagio e dell’ingiustizia, anche quando arriva a denunciarle. Nel secondo modello di partecipazione il protagonismo dei cittadini è stato spesso strumentale alla lotta ideologica, di schieramento e di potere destra/sinistra, anche quando affrontava problemi legati alle condizioni di vita fuori della fabbrica, nel territorio.

Col movimento ambientalista e il femminismo si è avuto un ampliamento della partecipazione, in ambiti fondamentali anche se a volte vissuti in modo troppo settoriale.

Secondo noi la partecipazione dei cittadini è un valore in sé ed è un fattore di rinnovamento e di democratizzazione dello Stato e delle istituzioni in ogni ambito, soprattutto nei grandi servizi, come la sanità, la scuola, i trasporti…, non solo come strutture da modificare dall’esterno, ma come realtà da «qualificare» dall’interno, con l’accettazione e la valorizzazione della soggettività dei protagonisti.

Nel nostro paese la partecipazione politica passa sempre meno dai partiti e si articola, invece, nelle strutture associazionistiche, che operano nei diversi ambiti: cultura, economia, sport, arte, turismo, assistenza, salute, educazione, religione, ambiente..

Non si tratta di formare un movimento politico ideologico, o peggio un partitino, ma di assumere la consapevolezza di essere un movimento di cittadini radicato in iniziative concrete di base, che privilegia i contenuti, i programmi sugli schieramenti e sulle collocazioni politiche. C’è una parte consistente della società che non si è mai riconosciuta nei partiti, anche perché essi troppo spesso hanno dimostrato di sacrificare il bene comune agli interessi di parte, fino a stravolgere la verità e la realtà. Si tratta a volte di persone e di gruppi isolati che raramente riescono a incidere nelle stanze del potere ma che non di rado esprimono umori maggioritari tra i cittadini. Chi si trova a suo agio nei partiti e ritiene che essi siano in grado di rispondere a tutte le istanze della società, è giusto che ci stia e faccia bene il suo lavoro. Noi riteniamo che i partiti tradizionali abbiano perso la loro «spinta propulsiva», lo dimostrano il calo degli iscritti e il ruolo inconsistente delle sezioni; essi, per come sono sorti e per come sono organizzati, non sono in grado di rappresentare tutto il nuovo che fermenta nella società. Una prova è data dalle cosiddette «Liste dei sindaci», e dalle liste civiche, che sono senz’altro esempi di partecipazione svincolata dai partiti, di un fare politica legato più ai programmi amministrativi che non alle discriminanti ideologiche o di schieramento; liste insomma che rappresentano anche chi non vuole passare sotto le forche caudine dei partiti, ma non per questo è disinteressato ai destini della cosa pubblica nella sua città.

I partiti sono stati uno strumento importante per la democratizzazione delle stato e la partecipazione dei cittadini; però sono diventati nel tempo degli organismi onnivori, che secondo il modello teorico «gramsciano» e la pratica «dorotea» hanno teso a controllare tutto: giornali, banche, Tv, università, enti, aziende. Sia attraverso canali leciti, sia attraverso appalti pilotati, assunzioni clientelari, lottizzazioni, concorsi truccati, voto di scambio. A volte essi hanno costituito una piovra politico-affaristica, che, con i suoi mille tentacoli, solo in parte troncati da Tangentopoli, ha condizionato l’economia di mercato e l’associazionismo, ha corrotto il costume politico e le persone, ha creato l’humus in cui ha prosperato la mafia e si sono consumate le truffe di Stato. Ora molti partiti sono stati, seppure in misura diversa, ridimensionati, però alcuni di essi cercano ancora, in nome di dubbi ideali, di perpetuare il controllo su fette della società, considerando i cittadini massa di manovra, clientes da tenere al guinzaglio e da utilizzare. Liberarsi dai residui della partitocrazia, non dai partiti in quanto tali, è un compito difficile ma salutare. Senza autonomia, libertà, dignità non c’è vera cittadinanza.

La complessità crescente rende impossibile una gestione centralizzata della società. Dopo tre secoli di spinte alla centralizzazione delle decisioni politiche e alla omologazione  delle identità e delle culture, non può non essere salutato con favore ogni passo che va nella direzione di riassegnare veramente la sovranità ai cittadini. E’ necessario che su base locale, si realizzi l’»autodeterminazione» dei singoli che operano direttamente sui processi politici, secondo i tempi e i limiti ovviamente della politicizzazione compatibili con gli interessi e con le normali esigenze di vita. L’esperienza diretta rappresenta una fonte insostituibile per un’analisi accurata dei processi operativi: è la base su cui costruire le soluzioni in una logica di «problem solving» decentrata in un itinerario di miglioramento continuo. Noi abbiamo l’ambizione di rappresentare, di dar voce a quella vasta area che trova limitanti gli attuali meccanismi di partecipazione, predefiniti e verticali, a quella soggettività diffusa sempre più rivendicata e affermata dai cittadini e che si può esprimere in strutture orizzontali collegate in rete.

Noi siamo già ora un punto di riferimento per molti cittadini, perché li trattiamo da persone, da protagonisti; insieme a loro tuteliamo i loro diritti, portiamo giustizia, legalità, dignità, funzionalità dove regna l’inefficienza, l’arbitrio, il gretto egoismo, la mancanza di rispetto, l’umiliazione degli indifesi.

Se sappiamo essere coerenti con la nostra ispirazione e capaci di impegno e di attenzione al nuovo, in poco tempo possiamo diventare una organizzazione che svolge un ruolo di grande responsabilità nella società che si va costruendo. Possiamo avere l’orgoglio di contribuire a delineare quali devono essere i tratti moderni di una comunità civile più giusta, più solidale, più libera, più pluralista, più rispondente insomma alle profonde istanze dei cittadini: se saremo capaci di servire i cittadini, di spenderci per loro, la gente ci affiderà le sue speranze.

Dobbiamo avere inoltre la capacità di imparare dal passato, di attingere alla enorme ricchezza della storia delle lotte di liberazione del Movimento Operaio, del Movimento Cristiano Sociale, dei soggetti subalterni, e anche di persone e gruppi minoritari ma estremamente incisivi, come Don Milani o il Partito d’Azione, lotte che hanno contribuito non solo a cambiare in modo incredibile le condizioni materiali di vita, ma anche ad affermare una nuova coscienza di uomo e di cittadino.

Un movimento perciò che dà voce a una soggettività individualista ed egualitaria insieme, potenzialmente universale, un movimento realizzato a partire da chi ci sta, da chi accetta questa sfida, attivo o meno che sia, mosso dal bisogno o da motivi etici. Questa universalità è oggi il punto di crisi della politica e gli stessi movimenti progressisti, o per eccesso di individualismo borghese o per il peso della tradizione, non riescono a proporre credibili prospettive nella società post-fordista. Ecco perché la politica e le istituzioni continuano a essere odiate da molti e si esalta il privato e il personale. Il nostro movimento può diventare sempre più non solo un promotore di nuova socialità, ma una rete diffusa di laboratori che esperimentano la politica fatta dai cittadini.

Qualcuno potrà ritenere ambizioso il chiamarci Movimento dei Cittadini, qualche altro avrà un moto di fastidio, pensando di essere di fronte all’ennesimo movimento politico. Noi riteniamo in primo luogo di essere già da anni un movimento dei cittadini che opera nell’ambito della tutela dei diritti e sappiamo inoltre che è molto vasto e variegato l’universo che possiamo indicare come movimento di cittadini. In ogni caso, quando non si opera per tener in piedi una organizzazione, per piantare qualche bandierina, ma nell’interesse della comunità, è prezioso anche quel poco che si riesce a fare. E’ nostra intenzione, infatti, operare più a livello culturale e sociale, che a livello amministrativo e politico.

Diritti senza frontiere                                                                                                                                         £

Ogni giorno diventa più chiaro che la nuova frontiera dei diritti è quella dei diritti degli uomini di tutto il mondo, non solo perché il mondo è diventato sempre più piccolo e interdipendente, ma perché i processi di migrazione, i flussi di merci e di capitali, i meccanismi dello sviluppo pongono sempre più il problema delle relazioni, dell’integrazione fra regioni, culture, etnie, popoli. Non possiamo chiudere gli occhi di fronte ai marocchini, albanesi o tunisini che bussano alle nostre porte, che incontriamo ai semafori, sulle spiagge, nei luoghi di lavoro. E anche qui siamo di fronte ad un bivio: o optiamo, come istintivamente tende a fare la maggioranza della gente di fronte ai problemi oggettivi creati dall’immigrazione, per l’espulsione, per la secessione, per l’apartheid, o affrontiamo con realismo, razionalità e gradualità i grossi problemi posti dall’incontro fra costumi, razze, culture diverse: problemi di lavoro, di abitazione, di salute, di etica ecc.

Non porre frontiere al riconoscimento dei diritti non significa, come spesso accade, solo essere contro le discriminazioni e per la solidarietà fra i popoli, ma farsi carico della convivenza, della collaborazione interetnica, proporre e sperimentare percorsi di regolarizzazione e di inserimento degli immigrati, metodologie di approccio, di gestione delle differenze, di prevenzione dei conflitti e dell’intolleranza. Bisogna superare il mito dell’assimilazione del diverso senza cadere nell’estraneità. Come movimento ci dobbiamo occupare in modo specifico di queste tematiche; a livello locale sono sempre più frequenti i casi di nostri interventi a tutela dei diritti degli immigrati, soprattutto in ambito sanitario.

Dobbiamo perciò essere all’altezza della situazione, affrontando queste problematiche, come  abbiamo cercato di fare col giornale «Diritti e Solidarietà», in modo sistematico.

Non è detto che tutto dobbiamo fare noi, possiamo interagire in modo produttivo con chi in questi ambiti ha sviluppato passione e competenza, come le ONG, il Cem-mondialità, la Caritas, la Cooperativa verso la Banca etica, il Commercio equo-solidale.

Il perseguimento dell’uscita dalle condizioni drammatiche di fame e di sottosviluppo del Sud del mondo non può prescindere dalla lotta contro la proliferazione nucleare e contro il commercio delle armi, attraverso una politica di aiuti condizionata al disarmo, il sostegno alle forme di difesa popolare non violenta, all’obiezione di coscienza all’uso delle armi, all’impiego di corpi di pace non armati nelle situazioni di crisi. Pur riconoscendo, infatti, il ruolo positivo svolto dalle forze di intervento armato dell’ONU in situazioni in cui sono in discussione diritti basilari dell’uomo, non si possono ampliare a dismisura questi interventi, sia per i costi del modello integrato di difesa, sia perché la via maestra deve restare quella del negoziato e della pressione dell’opinione pubblica internazionale, come è successo nell’ultima crisi Iraq-Usa; bisogna evitare che la via militare sia invocata da chi persegue obiettivi di potenza e di dominio economico.

Non è che manchino, infatti soggetti che si occupino della solidarietà, sia all’interno sia in ambito internazionale, anzi l’area della solidarietà è cospicua; quello che è limitato è la sua traduzione sul piano della cultura politica, in cui non possono essere sufficienti né l’universalismo religioso delle diverse chiese né l’internazionalismo proletario né la globalizzazione economica montante. E’ urgente, come sottolineato con forza da Alex Zanotelli, e come dimostrato nei fatti dal commissario UE, Emma Bonino e dalla Comunità di S. Egidio, costruire nuove forme di solidarietà internazionale.

Oggi una politica che non fa i conti con i miliardi di uomini alle prese con i problemi della fame, delle malattie endemiche, dell’analfabetismo, a fronte di uno spreco e una distruzione enormi di derrate alimentari e di potenzialità produttive, è non solo una politica di corto respiro, ma è una politica basata sulla malafede, sull’ipocrisia, soprattutto se pretende di ispirarsi ai sacri diritti all’eguaglianza e alla libertà  sanciti teoricamente dalla Carta dei diritti dell’ONU.

La solidarietà con gli altri non può tacere il rapporto con la natura, la solidarietà con la natura. Ci sono, infatti, i grandi problemi mondiali delle risorse, di uno sviluppo planetario ecocompatibile, di modelli di vita sobri, senza sprechi, senza inquinamento. Perché nel futuro ci siano delle chances per le nuove generazioni, secondo l’insegnamento di Hans Jonas, ci vuole un’etica della responsabilità, che difenda i destini della specie umana.

Ci vuole un modello sia eco-compatibile sia mondo-compatibile, cioè compatibile con l’ambiente e compatibile con la vita degli uomini nelle diverse aree del mondo. Questa compatibilità mondiale esige un profondo ripensamento degli stili di vita, perché bisogna fare i conti con le condizioni materiali, con le richieste di emancipazione dalla miseria, da condizioni intollerabili di vita di interi paesi del Sud del mondo. Vanno ripensati i rapporti commerciali e stabilite forme di sostegno ai paesi sottosviluppati, in particolare a quelli del bacino del Mediterraneo, rafforzando e ampliando la cooperazione internazionale, in modo che si inneschi la crescita e diminuiscano la necessità di emigrazioni che, soprattutto se improvvise e massicce, impoveriscono i paesi di origine e spesso creano problemi di convivenza in quelli di arrivo.

Il problema cruciale del nostro tempo è sempre più quello della convivenza tra cittadini e fra popoli; per cui parafrasando una celebre frase, si potrebbe dire: «cittadini di tutto il mondo dovete convivere». Questa consapevolezza dell’essere cittadini, cittadini di un territorio ma insieme cittadini del mondo è l’identità che ci distingue da chi ripropone i miti funesti di una identità radicata esclusivamente nel passato, nel sangue e nella terra.

Una convivenza mondiale più pacifica e solidale non è solo una chance umana, perché permette a tutti di vivere meglio sul pianeta edi valorizzare l’immenso patrimonio di culture e tradizioni, ma è una chance anche in campo economico perché a tutti è utile un’espansione dei mercati, una crescita della domanda, una facilitazione degli scambi, un incremento della produzione, come in alcune aree del mondo sta già avvenendo. Mentre sono e saranno sempre più disastrosi gli effetti dei conflitti etnici, religiosi e dell’isolamento regionale e nazionale. La stessa indifferenza alla tutela dei diritti umani finisce per squilibrare gli scambi commerciali, per la sproporzione nel costo del lavoro tra le nazioni dove i lavoratori sono tutelati e le nazioni dove vige un regime di oppressione e di sfruttamento del lavoro soprattutto minorile e delle donne.

Nord – Sud Italia                                                                                                                                                   £

C’è però un’emergenza interna al nostro paese cui non possiamo rimanere estranei o indifferenti, ed è la tendenza in una parte del paese ad alzare barriere di tipo economico e statuale. Non abbiamo la pretesa che hanno molti di stabilire una volta per tutte quale assetto ottimale debba avere il nostro paese, se il federalismo, la confederazione, il regionalismo ecc., per gestire le differenze interne; vediamo però con interesse l’articolazione in macroregioni. Ci pare invece che il voler creare barriere e separazioni in una nazione profondamente unita dalla storia, dalla lingua, dalla cultura, dalla religione, sia un arretramento che mette in discussione basilari diritti di solidarietà e di convivenza. Tra l’altro si rischia di fare un regalo alla criminalità organizzata, che domina alcune regioni del Sud, perché la secessione ha il senso di una rinuncia a battersi contro questi fenomeni endemici, in quanto si sceglie di chiudersi nel proprio "particolare", lasciando gli altri nei loro problemi. La lotta alla criminalità organizzata invece è un problema prioritario a livello nazionale. La mafia, infatti, come affermava Falcone, uccide a Palermo ma ricicla il denaro a Milano e a Francoforte. Senza il ristabilimento della legalità non ci può essere né democrazia né autentico sviluppo al Sud e nell’intero paese. La secessione inoltre provocherebbe l’indebolimento dell’economia in un mondo dove si vede che solo le grandi aree economiche sono in grado di condizionare l’intero pianeta.

Su questo come movimento dei cittadini non possiamo avere tentennamenti, ne va delle ragioni della nostra esistenza; al di là delle astuzie, e delle chiacchiere, non possiamo non vedere con preoccupazione chi alimenta il livore contro i meridionali. Per cui su questo dobbiamo, anche pubblicamente, manifestare la nostra natura di movimento fortemente solidarista, che propone una alternativa di convivenza e di eguaglianza di diritti. Eguaglianza che non significa certamente appiattimento, ma anche diritto alla differenza, cioè pieno riconoscimento delle diversità culturali, religiose, storiche, all’interno di alcuni principi comuni che garantiscano sia la libertà e il rispetto delle diversità, sia una sostanziale parità di opportunità. Proprio questa è la sfida del nostro tempo, che deve riuscire a gestire i problemi ma anche le potenzialità connesse alla convivenza delle diverse identità. Per questo non ci pare in contrasto con il valore della solidarietà la forte richiesta di autodeterminazione che viene avanzata da movimenti maturi e non secessionisti, come il Movimento del Nord Est, o le liste civihe e dei sindaci, movimenti che  vanno comunque ricondotti a una logica di integrazione nazionale e sovranazionale. L’autonomia e il federalismo sono elementi basilari per lo sviluppo della democrazia e per la partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica. Federare realtà diverse significa esaltare le specificità, potenziare la libertà individuale, educare alla responsabilità, senza perdere di vista i bisogni più vasti della comunità nazionale. Significa inoltre rifuggire dal fatalismo, dalla richiesta ossessiva e deresponsabilizzante di chi ricorre sempre a un «altro» lontano, lo stato, cui si chiede tutto e al quale magari non si dà niente.

Per sviluppare il nostro impegno nella direzione di una nuova coscienza nazionale, dobbiamo intensificare la collaborazione e l’incontro Nord Sud, anche con veri e propri gemellaggi fra gruppi, famiglie, singoli, città.

Dobbiamo in pari tempo essere convinti che la lotta intransigentecontro la criminalità organizzata del Sud e il superamento dell’assistenzialismo politico e lo sviluppo dell’imprenditoria nelle regioni meridionali sono condizioni basilari per rendere credibile il deciso rifiuto della secessione del Nord.

 Alcuni diritti prioritari                                                                                              £

Stato sociale                                                            

 Mai la società ha conosciuto le potenzialità e le risorse che nel nostro tempo conosce. Eppure, sia in Italia, sia nel mondo, tanti sono i motivi di disagio, di sofferenza, di oppressione, di miseria e di vera e propria disperazione. Le cause sono molteplici e siamo ben lontani dal pensare che la politica possa risolvere alla radice tutti i problemi sociali; questa illusione ha creato nell’ultimo secolo le aberrazioni più mostruose.

Però, come uomini e come cittadini, non possiamo non assumerci le responsabilità che il nostro tempo ci richiede e operare per far sì che quelle potenzialità siano indirizzate a una vita più umana e vivibile per il maggior numero di persone. Un terreno di confronto particolarmente importante è oggi quello dello stato sociale. Già da anni si parla del passaggio dal welfare state al welfare society, perché si è capito che non può essere soltanto compito dello stato assicurare il benessere dei cittadini in tutte le fasi della vita, dalla culla alla bara, come si diceva un tempo a proposito delle socialdemocrazie. Non solo perché lo stato non ha le risorse sufficienti per farlo, in modo particolare quello italiano il cui bilancio è gravato da oltre due milioni di miliardi di debito consolidato, ma perché l’assistenzialismo mantiene le persone in uno stato di passività e di dipendenza che danneggia sia tutta la società sia l’individuo stesso. Non solo lo stato perciò, ma tutta la società deve cooperare alla promozione dei diritti di cittadinanza; lo statalismo, infatti, ha dimostrato tutti i suoi limiti disastrosi non solo nei paesi del «socialismo reale» ma anche nel nostro, dove si è innervato col voto di scambio e il cosiddetto «familismo amorale» che tende ad usare lo stato a fini privatistici. Ma oggi, col passaggio al postfordismo molte garanzie tradizionali sono state messe in discussione. Diritti che sembravano acquisiti vengono via via erosi. Ci stanno di fronte tre possibilità di comportamento: aderire con entusiasmo alla messa in discussione dello stato sociale, opporsi su tutta la linea, individuare i diritti da tutelare, puntando alla creazione di nuove reti di solidarietà. Non vi è dubbio che l’atteggiamento più coerente con la nostra storia è il terzo.

Si tratta perciò di capire che cosa significa passare dal «welfare dell’assistenza» al «welfare delle opportunità», da un welfare «passivo» a uno «attivo». Come si può garantire il minimo vitale a tutti e insieme favorire l’iniziativa delle persone e diffondere il benessere. Lo «stato sociale attivo» deve combinare i servizi di assistenza (indennizzo monetario per gli svantaggiati, servizi di sostegno ai nuclei familiari)  con i servizi di reinserimento, che consentano di acquisire o recuperare condizioni di impiegabilità nel lavoro e di svolgimento di una funzione attiva nella società. Il reinserimento deve passare attraverso periodi di formazione e di addestramento, esperienze di lavoro temporanee, fino all’impiego definitivo, evitando forme larvate di sfruttamento o di semplice parcheggio. In questo ambito il terzo settore può svolgere un ruolo significativo, a volte insostituibile. Il problema dello stato sociale si può affrontare in modo costruttivo se si tengono come bussola della politica i diritti senza frontiere e la solidarietà.

Acquisita la consapevolezza dell’identità e del nostro ruolo, dobbiamo cominciare a misurarci su quei settori che maggiormente hanno visto il nostro impegno in questi anni.                                                                                                                                                                                                

Sviluppo e Occupazione                                                                                                                                                                £                          

 Nell’ambito economico il primo diritto è quello al lavoro, senza il quale è difficile garantire dignità alla persona e serenità alla vita sociale. Ma il problema della disoccupazione non si risolve rivendicando astrattamente e ideologicamente il diritto al lavoro, ma creando condizioni economiche, culturali, sociali e politiche perché i posti di lavoro si creino, e non in modo assistenziale o precario. E che il problema possa essere risolto lo dimostrano alcune aree del Nord del paese, un tempo arretrate e ora a piena occupazione e alcuni dei paesi più avanzati. Ci vuole cultura d’impresa, servizi alle imprese, cooperazione, riduzione programmata e adatta ai vari settori dell’orario di lavoro, flessibilità, e tanta cultura applicata.

La nuova divisione del lavoro che si va continuamente ridisegnando nel mondo vede un decentramento nei paesi più poveri a scarsa tutela sociale e a costo più basso della manodopera delle aziende manifatturiere, col ricorso anche ad odiose forme di sfruttamento di manodopera minorile. Va fatta, anche in questo caso, una tutela combinata del diritto al lavoro nei paesi poveri, della garanzia di condizione umane di lavoro e di vita, e insieme dei diritti dei lavoratori dei paesi di origine delle industrie.

Anche il pubblico impiego deve essere coinvolto in questa modernizzazione del lavoro; bisogna introdurre flessibilità nel lavoro e nello stesso tempo salvaguardare i diritti basilari dei lavoratori.

Oggi infatti c’è il rischio di un ritorno a nuove forme di lavoro coatto, di sfruttamento bieco, senza tutela né del salario né delle condizioni e dei ritmi di lavoro, come avviene in tante aziende, basti citare quelle delle pulizie, magari etichettate come «cooperative». E le amministrazioni, di diverso colore, invece di battersi per rendere efficiente il lavoro dei pubblici dipendenti, colpendo i privilegi e gli status di nullafacenti, nel nome della privatizzazione e del risparmio, permettono alle ditte, che vincono gli appalti, di torchiare i nuovi paria fra i lavoratori. E lo stesso sindacato a volte tace su queste forme odiose di sfruttamento, mentre difende i privilegi di alcuni pubblici dipendenti che ostacolano l’efficiente funzionamento della cosa pubblica, favorendo in tal modo la spinta alla privatizzazione dei servizi.

La liberazione del lavoro resta sempre un grande traguardo di qualsiasi movimento veramente egualitario e democratico. Liberazione che ha conosciuto conquiste significative ma che è ancora un obiettivo lontano se si osserva l’abbruttimento di parti consistenti della società, per non parlare delle condizioni sottoumane di tanti lavoratori del Sud del mondo.

Anche il lavoro autonomo di «seconda generazione» va riconosciuto nella sua natura e protetto dai rischi cui è soggetto, per evitare nuove forme di schiavitù da lavoro, per la mancanza di garanzie in ordine ai tempi di pagamento, all’accesso al credito, alle modalità di tassazione.

Legalità e Giustizia                                                                                                                                 £

La sfiducia del cittadino nelle istituzioni è grandissima, si vede in esse quasi solo corruzione, inefficienza e cinismo, e questo per ragioni storiche, quali le dominazioni che hanno fatto introiettare il concetto di stato come nemico, la contrapposizione chiesa-stato prima con i guelfi e ghibellini, poi con i clericali e gli anticlericali, ma anche per come si è formata l’unità del paese. Lo scarsissimo senso dello stato, dello stato di diritto, della legge è alla base non solo di grandi ed eclatanti sistemi di corruzione, come Tangentopoli, ma anche di una illegalità diffusa in cui trovano naturale alimento mafia e camorra, di un’economia in nero, che mette in difficoltà le attività commerciali e produttive che rispettano le leggi, e di un’evasione fiscale di centinaia  di migliaia di miliardi. Non si può avere una sana società civile e una politica onesta, se non si colpiscono i meccanismi che premiano i furbi, che permettono loro di prosperare all’ombra di uno stato assistenzialistico e invadente, e di sbeffeggiare chi rispetta le leggi e le procedure. Se parallelamente però non cresce un’economia sana e libera, è difficile evitare che molti cittadini si buttino nelle braccia di chi promette appoggi e raccomandazioni, alimentando parassitismo e voto di scambio. Scarso è il senso dello stato di molti funzionari che non hanno alcun rispetto dei diritti dei cittadini, nessuna solidarietà verso gli utenti. A volte è necessario, per rendere efficienti i servizi, scontrarsi con privilegi e rigidità cherendono impossibile l’uso ottimale delle strutture pubbliche.

Altro grave problema che si pone come vera e propria emergenza per il nostro paese e per la stessa società è il funzionamento della Giustizia, amministrativa, contabile, penale e civile.

La gravissima situazione  degli uffici giudiziari e il comportamento di alcuni magistrati che sono diventati complici del malaffare e della corruzione, ci impongono questo tema come settore d’intervento. Con una giustizia ingiusta e che non funziona, vengono meno le garanzie fondamentali dei cittadini, dei loro diritti e della loro dignità. Dobbiamo intervenire su questo tema da una parte sostenendo quei magistrati che svolgono il loro lavoro con coscienza e senso dello Stato, dall’altro combattendo gli abusi e l’approssimazione con cui molti uffici giudiziari lavorano, e che portano molti cittadini alla disperazione o per senso di frustrazione o per pacifica ingiustizia.

Processi che durano dieci anni non possono mai fare giustizia, come non la possono fare tutti i trattamenti degli imputati che mettono nei fatti in discussione la presunzione di innocenza fino all’emissione del condanna da parte dei giudici. Va realmente garantito poi il diritto alla difesa dei ceti popolari che non possono permettersi il pagamento di avvocati qualificati, attraverso il ripensamento dell’istituto dell’avvocatura d’ufficio e l’adozione di forme di sostegno più efficaci, magari collegate con i difensori civici e fondi regionali.

La lotta per la legalità perciò diventa un impegno prioritario, sia come lotta contro mafia e camorra, sia come lotta contro la gestione privatistica, clientelare, corrotta della cosa pubblica.

Per creare una cultura della legalità è indispensabile rendere più trasparenti le istituzioni, favorire l’accesso dei cittadini alle informazioni, verificare il funzionamento degli uffici e degli istituti di tutela del cittadino (quali Difensori civici, U.P.T., U.R.P. ecc.).

Il nostro terreno di impegno è proprio questo: ridare efficienza, moralità, funzionalità ai servizi, alle istituzioni locali e nazionali, superando l'alternativa spesso artificiosa fra privatizzazione e mantenimento dello status quo, tra liberismo all’americana e assistenzialismo burocratico.

Questo richiede un lavoro di educazione alla legalità da realizzare non con nozioni astratte o con moralismi, ma con vere esperienze di incontro fra cittadini e istituzioni. Non si tratta di inseguire una visione utopistica della politica, che spesso si sposa col peggiore machiavellismo, ma di basarsi su una concezione realistica e ideale insieme, tenendo presenti i limiti strutturali dell’agire politico, l’impossibilità di realizzare l’ottimo, ma insieme la necessità di non rassegnarsi al peggio e ai forti.

Bisogna aver chiaro inoltre che non bastano le buone leggi o l’efficienza burocratica a fornire servizi efficaci e umani, se mancano  la responsabilità verso l’altro, verso la persona, il rispetto per la vita, la giusta considerazione per lo stato di diritto.

 Sanità                                                                                                                                                                         £

Ovviamente un settore di grande rilevanza è quello della tutela dei diritti del malato. La cultura dei diritti del malato, un tempo estranea alle corsie degli ospedali, ora è diventata un sentire radicato nei cittadini e anche negli operatori sanitari più aggiornati. E’ stato fatto un grande lavoro. Però è un lavoro che va aggiornato, perché la situazione ci cambia sotto gli occhi continuamente. Oggi dobbiamo confrontarci con spregiudicatezza ma con determinazione col processo di aziendalizzazione della sanità, con i suoi lati positivi e con i suoi difetti, ricordando a quanti tendono a dimenticarlo, che la sanità è un servizio e quindi non può puntare soltanto al pareggio di bilancio o peggio al solo profitto.

Dobbiamo intervenire nell’ambito delle verifiche di qualità dalla parte dell’utente, socializzando le esperienze più avanzate, le metodologie che si sono dimostrate più efficaci.

Dobbiamo essere tempestivi sulle questioni emergenti, senza trascurare diritti basilari come il consenso informato e il diritto alle cure degli anziani non autosufficienti, magari in questo ultimo tema coinvolgendo le associazioni di parenti che stanno nascendo nelle Case di Riposo.

Nella medicina sono ancora forti le tendenze verso metodi invasivi, violenti, caratterizzati da consumismo farmaceutico e strumentale. Lo si vede in modo clamoroso nell’accanimento terapeutico, ma lo si nota anche nella gestione ordinaria della malattia. Il cittadino a sua volta, di fronte ai limiti della medicina tradizionale, cerca di percorrere strade alternative, a volte in concorrenza con la prima medicina a volte in parallelo: per ottenere la salute tutti i tentativi sono giudicati validi. Non sta a noi optare per l’una o l’altra medicina, è nostro compito però vigilare sia verso chi spaccia per medicina alternativa l’imbroglio e sia verso chi si ostina in pratiche sanitarie aggressive, dispendiose e di dubbia efficacia.

Nello sviluppo dei «nuovi diritti», negli ospedali con la tutela dei diritti del malato, è stata sperimentata una modalità nuova del fare politica, attraverso l’ascolto della gente tramite i centri, l’attenzione ai casi di ingiustizia e di sofferenza, la capacità di incidere nella cultura dei servizi, di cambiare i comportamenti e il costume.

Bisogna superare, infatti, il mito che bastino i cambiamenti di leggi e di strutture per risolvere i problemi, si entra altrimenti in una spirale per cui  la situazione non può cambiare perché mancano le leggi, se le leggi ci sono, mancano i regolamenti, se ci sono i regolamenti, mancano i soldi e il personale è demotivato perché è pagato poco, se il personale è pagato abbastanza, mancano le strutture o mancano i fondi per i progetti, e così di seguito ognuno trova il suo alibi per lasciare le cose come stanno, aspettando improbabili palingenesi, magari sperando che il volontariato arrivi a togliere qualche castagna dal fuoco. La cosa è particolarmente drammatica in un momento in cui ovunque si parla di tagli. Certo non saremo noi a sottovalutare il ruolo delle leggi e delle strutture, ma va riconosciuta l’importanza che merita alla responsabilità degli operatori e degli utenti. Senza responsabilità verso l’altro, senza la condivisione, senza una forte ispirazione etica, le nuove leggi restano lettera morta e non prevalgono le ragioni della solidarietà e del benessere.

Neppure basta il vecchio «senso del dovere»; dentro la vuota crisalide del formalismo del vecchio dovere spesso prosperano, insieme alla rigidità dei comportamenti che paralizza il funzionamento delle strutture, l’edonismo, il carrierismo, l’egoismo più sfrenato, con ruberie e vessazioni. In questi casi si avverte l’importanza del senso dello stato, della responsabilità personale, di una concezione solidale della vita e dei rapporti umani. Nei servizi pubblici è essenziale il contributo al miglioramento che può venire dalla collaborazione, dalla iniziativa, dalle competenze degli operatori e insieme dalle conoscenze, dalle informazioni, dal punto di vista degli utenti. Ecco perché la gestione democratica dei servizi, oltre a rispondere al bisogno naturale di protagonismo delle persone, è una risorsa per aumentarne la qualità e l’efficienza.

Anziani                                                                                                                                                                 £

  Sulle politiche per gli anziani abbiamo consolidato una serie di analisi e di metodologie di intervento, che ci hanno permesso di operare con efficacia. Le diverse pubblicazioni, «Anziani malati: che fare?», la guida «Quando un anziano si ammala», realizzate in collaborazione con altre organizzazioni come l’ADA, Associazione diritti degli anziani, hanno fornito indicazioni preziose soprattutto per il nostro intervento a tutela degli anziani malati cronici non autosufficienti. Negli ultimi anni si è sviluppata una collaborazione con il Coordinamento del volontariato dei diritti che si batte da un lato contro le «dimissioni selvagge», cioè l’espulsione dall’ospedale dei malati cronici non autosufficienti cui non viene garantita una adeguata assistenza sanitaria a domicilio o in altre strutture, dall’altro contro la richiesta del pagamento di rette ai parenti dei malati ricoverati nelle case di riposo e nelle RSA. Lo sviluppo di queste tematiche, nei loro aspetti sanitari, giuridici, umani, richiede una adeguata trattazione che si può ritrovare nelle pubblicazioni citate e nella raccolta della rivista Diritti e Solidarietà. 

La questione degli anziani, però, non è soltanto una questione sanitaria, anzi bisogna evitare la sanitarizzazione della terza età. L’allungamento della vita media, particolarmente rilevante nei paesi economicamente  sviluppati, ha spostato l’asse generazionale dai giovani agli anziani, per cui questa fase della vita sta diventando sempre più rilevante all’interno della società. La questione centrale non è pertanto quella del semplice allungamento della vita, ma della sua qualità. In questi ultimi decenni sono sorte le università per la terza età, i centri diurni, associazioni specifiche come l’Auser, ma lo stesso volontariato vede crescere al suo interno il ruolo della componente degli anziani-giovani, cioè di quelle persone che uscite dal mondo del lavoro, sono pieni di risorse, di tempo e di voglia di fare.

Bisogna, perciò, in primo luogo cambiare la vecchia idea della vita divisa nelle tre età, giovinezza-maturità-vecchiaia, anche perché la scolarizzazione di massa, le difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro e la tendenza di molti giovani a rimanere a lungo nella famiglia di origine hanno spostato in avanti da divisione fra giovani e adulti; lo stesso mutamento si nota all’interno dell’età adulta e della terza età: ci sono anziani ancora in piena attività lavorativa e adulti che hanno usufruito delle baby-pensioni. Il dare «vita agli anni» e non solo anni alla vita, il «vivere da vivi» per i cosiddetti anziani esige quindi una vera e propria rivoluzione culturale, che li consideri soggetti, persone in primo luogo, non oggetto di assistenza, e che offra loro una serie articolata di opportunità, per sentirsi protagonisti, per dare un senso pieno alla loro vita:  svolgimento di attività lavorative di loro gradimento e di utilità sociale, luoghi e strumenti per un tempo libero non alienante, per lo sviluppo di iniziative culturali e relazioni sociali. Anche quando l’anziano ha bisogno di assistenza sociale e sanitaria la società deve predisporre una serie di strutture e di interventi quali: case alloggio protette, case di riposo, Rsa, ospedalizzazione domiciliare, assistenza domiciliare, Adi, ecc. Solo così si può rispondere in modo flessibile e adeguato alle diverse richieste degli anziani..

 Scuola e Cultura                                                                                                                                             £

Uno dei settori strategici per lo sviluppo della società è la cultura. Gli insegnanti devono avere consapevolezza del ruolo decisivo che la scuola e la cultura hanno anche in ambito economico e produttivo nell’attuale società dell’informazione, dell’innovazione continua. La cultura diventa sempre più un fattore strategico, una risorsa fondamentale. Finora abbiamo assistito ad un interessamento delle forze politiche alla scuola finalizzato prevalentemente alla acquisizione e alla gestione di un’area di influenza, ad esempio sostenendo che gli studenti hanno sempre ragione, anche quando gli insegnanti e i presidi cercano di difendere un minimo di serietà negli studi e nel comportamento.

Si tratta di battersi per una efficienza della scuola, che passa per una sua migliore «qualità», non solo di qualche scuola di élite, ma della scuola di massa, da ottenere attraverso alcuni interventi immediati quali: a) la generalizzazione dello studio dell’inglese, b) la qualificazione obbligatoria degli insegnanti nell’uso degli strumenti informatici e telematici, c) il funzionamento delle biblioteche e dei laboratori di istituto, per l’avvio ad un utilizzo autonomo degli strumenti della cultura e per l’apprendimento del metodo scientifico, d) il potenziamento dell’insegnamento della lingua italiana, e) la realizzazione diffusa di stage formativi in istituzioni e aziende pubbliche e private, f) l’introduzione di un servizio nazionale di valutazione e di ispezioni serie nelle scuole, fatte non da funzionari in pensione ma da docenti di provata competenza, g) la sburocratizzazione della funzione del preside, con  l’assegnazione di maggiori compiti alle segreterie delle scuole, h) lo snellimento della partecipazione nella scuola, evitando i riti delle elezioni annuali e prevedendo forme rapide e semplici di consultazione e di rappresentanza.

Solo con misure urgenti si può tutelare veramente il diritto allo studio come diritto alla cultura. Va superato, infatti, il concetto di diritto allo studio come mera frequenza scolastica. Non è necessario ricorrere alle note tesi di Illich per dimostrare che «di una scuola così si muore». La scuola non può limitarsi neppure alla pur importante funzione di socializzazione, ma deve trasmettere e produrre cultura. Non basta neppure promuovere tutti, come si è cercato di fare negli ultimi anni; bisogna sviluppare abilità e competenze. E da questo punto di vista, la situazione è in molti casi disastrosa, con grande spreco di risorse e di possibilità: studenti delle superiori che non sanno scrivere in italiano, che ignorano completamente l’inglese, che possiedono poche e vaghe nozioni.

Soprattutto deve essere chiaro che la globalizzazione da un lato e l’informatica dall’altro avranno effetti dirompenti sulla scuola, se questa non saprà ridisegnare il suo ruolo e le sue modalità di operare. Rischia di rimanere come un fossile, un museo in una realtà che cambia in modo rapidissimo. Magari fra le proteste ormai rituali e solo folcloristiche di studenti che sembrano non apprezzare un bene perché pubblico e gratuito.

Solo una scuola pubblica più rigorosa, più efficiente, più esigente sul piano culturale, una scuola che non appiattisce le persone ma esalta l’eccellenza e il merito, può essere una alternativa alla altrimenti inarrestabile privatizzazione, come del resto succederà anche negli altri servizi pubblici. In questo senso è pretestuosa la polemica che risorge ciclicamente sulla scuola privata in Italia, facendo finta da un lato di non sapere che, se le scuole private chiudessero, lo Stato si troverebbe improvvisamente a sostenere costi maggiori per migliaia di miliardi, dall’altro che esistono scuole private di ottimo livello e scuole private squalificate e che fanno solo bassa speculazione.

La scuola non ha, però, solo il fine di preparare sul piano professionale, deve anche puntare a educare cittadini liberi e solidali, capaci di vivere nella comunità, disponibili a rapporti basati sul senso della propria dignità e della responsabilità verso gli altri.

E’ a tutti noto come l’Italia sia il paese più dotato di beni culturali, ma questa consapevolezza non sempre si traduce in comportamenti conseguenti; ad esempio nella conoscenza delle proprie radici culturali, nel senso di appartenenza a una comunità che ha una storia, delle  tradizioni, delle istituzioni culturali. La riscoperta delle identità locali non può limitarsi agli aspetti folkloristici, ma deve valorizzare un territorio in tutti i suoi aspetti, connettendolo nello stesso tempo con la grande famiglia umana.

Più articolato e ampio è il discorso da fare sui mezzi di comunicazione, ma in questa fase ci limiteremo ad un cenno. Essi in passato sono stati usati dai governi, soprattutto dai regimi totalitari, come strumenti per l’omologazione e l’indottrinamento degli individui. Oggi possono essere utilizzate per realizzare la società mondiale dei cittadini, un società policentrica in ambito culturale, amministrativo e dell’informazione (telematica, Internet, televisione interattiva ecc.)

La partecipazione diretta dei cittadini                                                                                                                   £

La mobilitazione dei cittadini in molti casi avviene attorno a emergenze locali, come fabbriche inquinanti, discariche, inceneritori, viabilità…Si formano comitati spontanei, si raccolgono firme, si fanno assemblee e azioni dimostrative. Questi Comitati di cittadini di base sono implicitamente portatori di un modo nuovo di fare politica dal basso; un modo di far politica che va oltre le divisioni ideologiche e gli schieramenti partitici, senza però cadere nel qualunquismo. Alla base della loro mobilitazione sta il riconoscimento di alcuni valori irrinunciabili: la tolleranza, la partecipazione diretta, la democrazia nelle decisioni, la sovranità popolare, la pari dignità delle persone, il rispetto delle diverse ispirazioni ideali, delle culture, dei diritti di tutti, a partire dai diritti dei più deboli, valorizzando la responsabilità e l’iniziativa. Per queste attività, per queste mobilitazioni spontanee, che sono il sale della democrazia, anche quando assumono posizioni radicali e intransigenti, la nostra società non prevede nulla, e le amministrazioni locali non solo tendono a ignorarle, ma reagiscono con fastidio, come se si trattasse di intrusioni indebite, di azioni illegali. A distanza di tempo ci si accorge quale ruolo di tutela della salute, degli interessi della collettività queste iniziative spesso rappresentino.

Le amministrazioni locali per prime non prevedono alcun spazio, alcun strumento per queste iniziative dei cittadini. Basterebbe una stanza in ogni comune, in ogni quartiere delle città, una sala da concedere gratuitamente, solo con l’impegno di un responsabile, per rendere civica una partecipazione che deve rifugiarsi in case private, bar, parrocchie, circoli privati, o pagare cifre insostenibili per gruppi spontanei: Una stanza per la partecipazione! Questo potrebbe essere un obiettivo da raggiungere in tutti i comuni, in tutti i quartieri delle città. E poi qualche strumento come bacheche in cui affiggere convocazioni, computer per scrivere comunicati, attingere informazioni ecc: Vanno creati spazi di incontro e di legittimazione e occasioni di mediazione e di sbocco istituzionale per tutti i comitati spontanei di cittadini che si formano su problemi locali particolari. Ad esempio stabilendo negli Statuti, come ha fatto qualche ente locale il diritto che le petizioni firmate da oltre un centinaio di cittadini siano iscritte all’ordine del giorno del Consigli comunali.

 Consumi e Ambiente                                                                                                                                                                                         £

 Sono molte in Italia le associazioni dei consumatori che si occupano, a volte con un radicamento nel territorio, a volte tramite i loro uffici legali, in modo continuativo e generalizzato della difesa dei diritti dei consumatori nei confronti delle aziende produttive e commerciali e dei fornitori di servizi pubblici, quali la telefonia, l’Enel, le aziende di trasporti. Molte sono anche le associazioni che si occupano della tutela.

Non sempre, però le loro istanze trovano ascolto e applicazione, sia per la limitata tradizione e diffusione delle associazione  consumeristiche, sia per la difficoltà di contrastare interessi radicati in ambito industriale e politico. Non possiamo, essere indifferenti, ad esempio, alla scarsa attenzione alla gestione dei mezzi pubblici, in particolare del treno, che presenta una percentuale di sicurezza di ben 300/1 rispetto alle auto: mezzi pubblici che devono essere competitivi, economici, confortevoli; anche per il trasporto delle merci si potrebbero avere sia risparmio che minore inquinamento

Anche il modello dei consumi merita attenzione, perché, al di là degli aspetti di tutela dei diritti degli animali, è dimostrato che ci sono atteggiamenti alimentari che comportano maggiori garanzie per la salute e minor spreco di risorse, come una dieta vegetariana e il ricorso a prodotti biologici. E’ noto inoltre che gli stili di vita possono essere rovinosi sia sul piano economico per la collettività ma anche sul piano sanitario per le patologie che possono generare.

Il problema della salvaguardia dell’ambiente non è più un lusso di ceti privilegiati o delle nazioni più sviluppate, ma coinvolge tutto il pianeta, sia perché l’inquinamento, soprattutto quello dell’atmosfera non ha frontiere, sia perché tutti dobbiamo fare i conti col problema di un mondo sempre più inquinato, stravolto nei suoi ritmi biologici, manipolato fin negli aspetti più delicati, come quelli genetici. Si impone sempre più a livello di massa la scelta tra una crescita puramente quantitativa e a qualsiasi costo, e un sviluppo equilibrato, che si preoccupa del risparmio energetico, del consumo del territorio. Il problema dei rifiuti, ad esempio, non è più un problema marginale, ma deve spingere a ripensare le stesse modalità di produzione e di distribuzione delle merci, di riduzione degli scarti e degli imballaggi, di facilitazione del riciclo dei rifiuti, per evitare che inceneritori e discariche diventino sempre più l’incubo dei cittadini costretti a convivere con essi.

In molti casi le stesse produzioni vanno ripensate, perché fra i costi bisogna calcolare l’impatto sulla qualità dell’ambiente nel tempo e quindi bisogna far ricorso alle alternative meno nocive e più in sintonia con uno sviluppo ecocompatibile.

Anche in altri ambiti, di cui non ci occupiamo direttamente, possiamo non delegare ad altre organizzazioni la gestione delle tematiche, ma intrecciare rapporti di collaborazione con chi ha competenze specifiche; come ad esempio nell’ambito dell’impegno per la pace, dell’agire volontario a favore di anziani, malati, handicappati, tossicodipendenti ecc., o anche su grandi tematiche, come l’informazione e la pace. Un piccolo contributo nell’ambito dell’informazione noi lo diamo col giornale, diffondendo una informazione dalla parte degli utenti dei servizi, dei cittadini o come movimento intervenendo sulla grande stampa e Tv; si può fare certamente di più difendendo, ad esempio il diritto dei telespettatori a non essere trattati da stupidi da spettacoli televisivi in prima serata banali e ripetitivi.

Un ambito che conosce sviluppi interessanti è quello del cosiddetto «tempo libero», del tempo sottratto all’obbligo del lavoro, tempo che nella nostra società, grazie all’automazione, si va sempre più dilatando. Per alcuni può essere motivo di noia o di solitudine, ma per molti è un tempo sempre di più occupato in iniziative gratuite e solidali, che danno un senso alla vita. Questo recupero della gratuità, della spontaneità, dei rapporti umani è un grande valore in una società che sembra sempre più, per altri aspetti, diventare standardizzata, competitiva e anonima.

 Il modo di operare                                                                                                                                                                                          £

Possiamo operare anche in altri ambiti, oltre a quelli accennati, ma sempre con realismo e competenza, investendo di più in termini di responsabilizzazione nei capi-progetto che di fatto si impongono «sul campo» per la loro determinazione, forte motivazione e competenza, aggregando gruppi o invidui che già operano nei diversi settori.

Non intendiamo però costituire un movimento fatto di «sezioni», cioè di replicanti. Nella società differenziata l’incidenza di un movimento non è più legata solo, come nel fordismo, alla potenza organizzativa fondata sulla quantità delle adesioni e sulla rigida divisione delle funzioni, ma sulla capacità di «impresa politica», sulla intuizione dei settori di intervento e sulla capacità di gestire situazioni complesse. A volte poche persone o addirittura una soltanto, se sanno dove vogliono arrivare, possono risolvere problemi che centinaia di individui non sanno affrontare e ancor meno superare. Non serve una aggregazione di gruppi omologati, ma una rete elastica che dia spazio, anche nel movimento, alla iniziativa autonoma dei cittadini. Noi intendiamo favorire la crescita di  una «imprenditorialità politica diffusa».

E’ nella capacità di aprire delle prospettive e di risolvere i problemi pratici che emerge la leadership reale. Non ci interessa costituire ancora un’altra organizzazione autoreferenziale, che lavora per il proprio il proprio mantenimento. A noi interessa la soluzione dei problemi dei cittadini, delle persone in difficoltà nei rapporti con i servizi sociali e le istituzioni; l’organizzazione è uno strumento non il fine. Proprio per questo motivo per noi non c’è grande distinzione fra il fuori e il dentro il movimento, perché chi opera nei fatti come movimento dei cittadini, può essere considerato tale, al di là delle dichiarazioni o delle adesioni formali. Spetterà alla dirigenza del movimento, ai vari livelli, sconfessare chi non opera in linea con l’ispirazione ideale del movimento.

C’è bisogno, però, di un movimento che non solo promuova la solidarietà, ma la pratichi al suo interno, non tanto come amicizia o buonismo, ma come scelta di stile di accoglienza, di ascolto, di condivisione, di comunità, non vissuto in modo autoritario o come identità ideologica, ma come convinzione e necessità vitale, umana, creativa. Nello stesso tempo è necessario evitare una concezione angelica del fare politica, utopistica e paralizzante, perché i contrasti, le diversità di valutazione sono inevitabili e comunque va assegnato un ruolo di coordinamento a chi ha più esperienza ed ha assunto funzioni di responsabilità e di rappresentanza. L’agire nel sociale, ma ancor più l’azione politica esigono, infatti, molteplici capacità ma soprattutto cultura ed esperienza concreta, perché si tratta di operare in una realtà complessa e con interlocutori spesso abili e astuti.

Nel Codici le donne hanno avuto sempre un ruolo significativo, in alcune regioni senz’altro dominante; il movimento dei cittadini intende adottare a tutti i livelli la «diarchia», in modo da riconoscere a uomini e donne il diritto ad una rappresentanza paritaria. Non riteniamo opportuno, infatti, né rassegnarci al ruolo subalterno della donna, né rinchiuderla in quote, ma rappresentare la realtà della società, che è fatta al 50 % di donne, eleggendo responsabili del movimento in ogni istanza un uomo e una donna. E’ questo uno dei contributi che il movimento intende offrire ad una democrazia matura, che riconosca l’apporto specifico che uomini e donne possono dare alla vita sociale e politica.

La democrazia sostanziale e non formalistica non è una complicazione delle procedure, ma una ricchezza sia all’interno del movimento, sia al suo esterno.

Dobbiamo continuare a batterci sui casi singoli, raccogliendo le storie delle nostre lotte, dei nostri successi o delle difficoltà e dei cambiamenti di tattica.

Hanno ragione, infatti, i molti che rifiutano una politica ideologica fatta di slogan, frasi fatte, gergo per iniziati, perché una politica vera di liberazione dei cittadini, di affermazione dei diritti può essere capita dai più solo come narrazione di lotte, di risultati, di cambiamenti ottenuti, di modalità operative. Non abbiamo bisogno di una ideologia astratta del movimento dei cittadini- saremmo fuori dal tempo e in ritardo nella storia - ma della narrazione di un impegno, di un lavoro che si sviluppa e anche di un futuro che prefiguriamo.

Possiamo però essere efficienti soltanto se lavoriamo con obiettivi chiari e condivisi, con passione vera, a costo anche di confronti aspri al nostro interno, valorizzando realmente e puntando a sviluppare le competenze di ognuno, radicati nella storia della democrazia, ma anche capaci di innovazione e di futuro. Solo con grandi orizzonti il nostro operare quotidiano può trovare un ampio respiro e un grande significato e possiamo pensare di ritrovare sulla nostra strada molti e nuovi compagni di cammino;

Noi intendiamo lavorare alla costruzione del Movimento dei cittadini, ma esso sarà realmente costituito solo quando in ogni regione, in ogni provincia, in ogni città, sarà costituito il Movimento dei cittadini del luogo specifico.

A questa avventura invitiamo tutti quanti sono disponibili ad accettare questa sfida e questo cammino.                                                                                      


Questo documento e’ un testo aperto ai contributi di chiunque sia sensibile a questi temi e interessato ad aiutarci nell’impresa.

Per informazioni e per collaborare rivolgetevi a:                                                                                                                                                         £

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