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Seminario di Rimini – continua dalla copertina

  

Domenica 9 settembre sono intervenuti sul tema del “Federalismo sociale come nuova frontiera della democrazia” Dario Rei, sociologo dell’Università di Torino, Roberto Grandinetti, economista dell’Università di Udine, Luca Romano, ricercatore sociale dell’A.ASTER, Antonio Giolo del Movimento dei Cittadini.

 


 

Seminario di Rimini del Movimento dei Cittadini, 8/9 settembre 2001

Le associazioni e la politica: per un federalismo sociale

 

Alberto De Toni

Il Federalismo sociale come risposta alla crisi del rapporto fra cittadini e istituzioni

 

“Due parole, ha detto De Toni, segretario nazionale del M.C., ci sembrano interpretare il nuovo contesto sociale e politico: creare e condividere. Il creare perché riteniamo che una politica di solidarietà non si possa limitare alle rivendicazioni, alla lotta per la distribuzione della ricchezza, ma debba prendere in mano il tema della produzione. Tanto più che oggi sono cresciute forme di economia come il terzo settore, il volontariato, il mutuo soccorso, che si pongono come attività produttive di socialità e di beni oltre le logiche dello statalismo e della iniziativa privata. Un creare però che non può essere individualistico come è avvenuto nel liberismo, ma che va fondato sulla condivisione. Come diceva Don Milani “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio: sortirne da soli è l’avarizia, sortirne insieme è la politica”. Una condivisione che oggi non può essere che planetaria, basata su “diritti senza frontiere”, in una comunicazione tra i popoli che superi le contrapposizioni e valorizzi le risorse diffuse. Il locale e il globale sono strettamente legati, perché i meccanismi che sostanzialmente penalizzano gli anziani, i malati, gli handicappati sono in grande gli stessi meccanismi che poi affamano pezzi interi di popolazione e quindi nella misura in cui noi nel piccolo difendiamo i diritti siamo idealmente legati ad un progetto di lotta per i diritti su scala globale. Noi crediamo che il socialismo, per semplificare, sia stata la storia politica che ha puntato tutto sul condividere, il liberalismo tutto sul creare: bisogna mettere insieme queste due dimensioni fondamentali della vita individuale e sociale.

Oggi, però, la partecipazione dei cittadini al governo della cosa pubblica passa sempre meno attraverso i canali dei partiti e del sindacato.

Soltanto l’associazionismo e il volontariato sembrano rispondere al bisogno di protagonismo e di socialità. La strategia che noi proponiamo è il Federalismo sociale. Un federalismo che vada oltre il federalismo dei luoghi e che rappresenti la società articolata e plurale attraverso la “democrazia associativa”. La partecipazione oggi si manifesta nelle associazioni, però questo continente sommerso rischia di rimanere una babele se non ritrova una prospettiva politica.

Abbiamo immaginato un Senato delle autonomie sociali come obbiettivo alto, se volete oggi anche utopico, che può sostanzialmente innescare un processo costituente verso cui andare a confrontarsi.”

 

 

Aldo Bonomi

Il volontariato e il capitalista personale, nuovi soggetti sociali

Rendere bene pubblico il capitale sociale

 

Il relatore si è dichiarato meno pessimista sulla situazione rispetto a due anni fa, quando era intervenuto al seminario del Movimento dei Cittadini a Marina di Ravenna. “Non sono più tanto d’accordo, ha affermato, su una visione apocalittica. Io incomincio ad avere dei segnali, che discendono dall’osservazione di fenomeni sociali e dal mutamento della composizione sociale; io sono abbastanza convinto che siamo di fronte a dei lenti filamenti di nuova composizione sociale. Dentro i processi della globalizzazione incominciano a venir fuori le patologie ma anche gli elementi di resistenza nella società globale.”

Con molta chiarezza s’è dichiarato in disaccordo col Movimento sulla creazione del Senato delle autonomie sociali, temendo il processo di imbarbarimento che si sviluppa nel terzo settore quando scattano i meccanismi di istituzionalizzazione.

“Oggi, ha detto provocatoriamente, non esistono più né i cittadini né il movimento. Voi lo sapete meglio di me, ha aggiunto, che fate presidio e tutela non dei cittadini, ma di quei milioni di utenti - clienti in cui siamo stati tutti trasformati, dentro il ciclo sanitario, dentro il ciclo dell’alimentazione ecc.”

A Genova al G 8, emblematicamente c’erano due figure, che sono quei due lenti filamenti su cui investo per costruire il futuro: i capitalisti personali e i volontari. Noi dobbiamo cominciare a lavorare su queste due figure.

Da una parte il volontario e dall’altra il capitalista personale incominciano ad essere dei soggetti sociali, che non fanno ancora movimento ma incominciano ad essere soggetti sociali. Perché questo? Proprio perché c’è la globalizzazione.

La globalizzazione è un processo che è iniziato da vent’anni, ma che non è compiuto; nella sua schematicità essenzialmente ha significato lo slittare verso l’alto di una serie di funzioni produttive e di comando. Basta vedere la FIAT, grande produttore territorializzato, come si è spostata oltre la produzione delle automobili, va a controllare un flusso che si chiama l’acqua e l’energia acquisendo Montedison. L’altro che produceva pneumatici si è spostato a controllare un altro flusso che è il flusso della comunicazione. Quindi l’acqua e l’energia, la comunicazione e Benetton che, partito dal Nord-est, è arrivato a controllare il flusso del movimento. In questo modo queste aziende controllano “l’economia dei flussi”. Il capitalismo si è spostato sull’economia dei flussi; i flussi della logistica, i flussi della comunicazione. La globalizzazione è economia dei flussi, secondo cinque modelli: 1) la globalizzazione finanziaria (flussi finanziari, le borse), 2) la globalizzazione delle transnazionali (però non ci sono solo queste, ci sono anche quelle più piccole, le company town), 3) il modello di globalizzazione che abbiamo inventato noi italiani e che io chiamo della multinazionale tascabile, 4) il modello dei “logo” che sono le imprese virtuali, che non hanno la rete di produzione ma grande marketing, momenti di ricerca, pubblicità e grande distribuzione (la Nike, ma anche Diesel, ecc.), 5) l’ultimo modello è quello delle Internet company: le grandi compagnie globali che trasformano la comunicazione e la sussumono in processi di informazione.

Ma sul territorio che cosa rimane? Questo è il problema. Io credo che essere di sinistra significa sempre più incominciare a guardare non solo all’insù ma sotto i propri piedi, cioè a quello che rimane sul territorio. Rifkin dice: “Sul territorio, alla base della globalizzazione, del cyber spazio, rimangono il terzo e il quarto settore”. Le biotecnologie, le nuove tecniche su cosa lavorano? Sul nostro pensare, sul nostro sentire, sul nostro riprodurci, sulla nuda vita. Però non ci resta solo il rassegnarci perché la situazione è più complessa. perché il rapporto tra l’economia dei luoghi e l’economia dei flussi è un rapporto conflittuale aperto. Nessuno, infatti, di questi cinque modelli senza ciò che c’è sul territorio, farebbe un minimo di profitto. La grande finanza senza i venditori finanziari sul territorio non andrebbero da nessuna parte.

Altrettanto vale per la Fiat globale; non esiste senza i suoi subfornitori territorializzati di aziende artigiane, piccole e medie fuori delle mura. La rete della subfornitura globale che la segue in tutto il mondo e che sta lì. Altrettanto vale per le microimprese del Nordest, che delocalizzano. Quindi più globale corrisponde a più locale. Ovviamente quel quarto settore è fatto in modo che più il capitale si deriterritorializza, più si territorializza, più il capitale si fa finanziario, più sul territorio il capitale diventa personale.

E i capitalisti personali chi sono? Sono quelle migliaia di artigiani e commercianti che fanno piccole attività, anche innovative, quelli che fanno i consulenti, quelli che fanno le partite IVA, quelli che fanno il precariato. Questa è la nuova composizione sociale che viene avanti dentro la transizione postfordista della globalizzazione. Capitalisti personali perché ormai il capitalismo è entrato dentro di noi. Oggi i capitalisti siamo noi, in quanto noi siamo imprenditori di noi stessi per essere dentro i processi.

Dall’altra parte, siccome il welfare è in via accelerata di grande processo di ristrutturazione, i meccanismi di tenuta del tessuto sociale da chi sono garantiti? Non c’è dubbio che sono garantiti dal volontariato, dal terzo settore, vagamente inteso, dove c’è dentro di tutto, ma fondamentalmente c’è in atto una cosa che ha la stessa logica dell’impresa che è l’outsourcing da parte degli enti locali; di che cosa? Di tutti i servizi. Affidati a chi? Alle cooperative sociali, rosse, bianche, gialle, verdi. In Italia gli addetti al terzo settore sono settecentocinquantamila. Quale grande fabbrica postfordista ha avuto in Italia tanti addetti? Nessuna. Certo noi vediamo il volontariato soltanto come rappresentazione di buone prassi, di buoni sentimenti, ma dobbiamo incominciare a ragionare in altri termini. Il volontariato è un fattore sociale, fattore economico, fattore politico.

La sinistra, più della destra, non ha ancora capito che deve incominciare a fare fino in fondo i conti con questa nuova composizione sociale. Compito della politica è fare i conti con queste due figure.

Il capitale sociale può essere usato in due modi, può essere usato dal punto di vista del capitalista, in modo molto semplice, “le relazioni sono tutte mie, Dio me le ha date e guai a chi le tocca”, oppure il capitale sociale è un bene comune.

Il problema è rendere bene pubblico il capitale sociale, quindi che tutti i soggetti abbiano accesso alle risorse dell’informazione, della cultura. La questione degli immigrati, degli ultimi si risolve se si risolve il dialogo con i capitalisti personali, perché sono, usando una terminologia gramsciana, il blocco sociale di riferimento. Quindi bisogna abbassare la soglia del capitalista rancoroso e aumentare la soglia della persona portata ai beni relazionali.

Il volontariato è spaccato in due grandi blocchi: si divide fra chi è per il conservatorismo compassionevole, che vuol dire far parte dei flussi misericordiosi che dall’alto vanno verso il basso. Questa è la grande economia dei flussi caritatevoli, che tiene buono il territorio fino a quando l’economia dei flussi veri ha deciso che cosa farne, come attraversarlo, come vendere le imprese, ecc. E invece c’è il volontariato di quelli che stanno dentro la moltitudine e ricostruiscono dal basso il valore di legame, partendo dalla composizione sociale data, dove stanno gli immigrati, gli ultimi, i capitalisti personali e fanno questo lavoro. E al vostro interno, nei prossimi anni ne vedremo delle belle! Perché ormai è incominciata la guerra per il controllo dei flussi. Il problema da un punto di vista culturale è, come dice il filosofo Jean Luc Nancy nel suo ultimo libro, l’essere “singolarmente plurali”. Il vero problema è questo: partire dalla solitudine del soggetto, volontario o capitalista personale, partendo dalla sua singolarità lacerata, perché tutti quanti noi siamo lacerati. Quindi singolarmente plurali, cioè singolarmente cercando di ricostruire, attraverso il valore di legame, una forma comunitaria e una società che viene”.

 

 

Massimo Cacciari

Quale rapporto tra istituzioni democratiche e volontariato?

Federalismo come ethos del territorio

 

Una questione per tutte che sarà sempre più necessario affrontare in questo quadro tra rivoluzione della composizione sociale e globalizzazione: che cosa intendiamo, quale significato diamo al termine “democrazia”? Che cosa significano i meccanismi e le procedure di rappresentanza che la democrazia comporta?

E qui ci sarà molto da studiare, da inventare, da immaginare. La prima questione da affrontare è una precisazione. Il Senato delle autonomie, la Camera delle Autonomie, cioè organismi di rappresentanza di questo settore di volontariato, associazionismo ecc., non vanno intese come nuove camere, sarebbe veramente esiziale se fosse così. Quando si è proposto a livello nazionale una riforma della Costituzione per il Senato delle Autonomie si intendeva una Camera delle Regioni e quando a livello regionale nel mio Statuto io ho parlato di una Camera delle Autonomie, non intendevo affatto coinvolgervi il terzo settore, ma formare un Consiglio degli enti locali, chiamato a bilanciare le rappresentanze territoriali col vecchio centralismo e quello che potrebbe essere un nuovo centralismo a livello regionale.

Rimane il problema: come deve essere lo schema del rapporto tra associazioni, terzo settore e istituzioni? Un rapporto conflittuale, sindacal-conflittuale, sulla base di una perfetta autonomia? Io credo che non possa nemmeno essere questo. Se fosse così noi poi avremmo una rapporto non fra poteri autonomi ma un rapporto soltanto clientelare, mancante di ogni trasparenza. Potrebbe essere una forma di rappresentanza assolutamente autonoma da parte dell’associazionismo. Come c’è una Confindustria, come c’è un sindacato, perché altrimenti rimangono tutte sparpagliate e sparse “membra disiecta” come sono adesso, come realtà clientelare. L’ente locale, la regione si sceglie i suoi, al di là di ogni trasparenza, di ogni criterio di economicità, di efficienza. Però una scelta deve avvenire, perché nella confusione attuale non è il moderno, l’innovativo che vince, ma il clientelare. Ed è questo l’humus in cui sono cresciute certe organizzazioni che col moderno hanno poco a che fare.

Attenzione ai milioni di lavoratori dipendenti precari e isolati!

Bonomi ha sottolineato i momenti di trasformazione più forti della composizione sociale. Però la composizione sociale non si riduce a queste figure. Le stesse trasformazioni tecniche, economiche inducono la produzione di queste figure sociali e la produzione di vastissime forme di proletariato vero e proprio. Da un punto di vista politico io mi preoccupo: 1) che non si sia assolutamente compresa da parte nostra, delle forze politiche dentro cui in qualche modo ho lavorato, la trasformazione; 2) perché non si sono capite le nuove forme di dipendenza, di lavoro dipendente, che queste trasformazioni sociali comportavano. Questo è estremamente più grave dal punto di vista politico. Non c’erano più gli operai-massa, ma c’erano gli operai ancora, c’era il lavoro dipendente, ancora più asservito di prima. Perché prima lavorando in fabbrica, gli operai erano sì dipendenti, erano alla catena di montaggio, però si creavano anche solidarietà, c’erano legami sociali, culturali. Chi ha fatto lavoro operaio negli anni ’70 sapeva bene che non c’erano mica solo i lavoratori alienati alla catena di montaggio, molti vivevano una intensissima vita sindacale, politica. Adesso non esiste nulla di tutto ciò, adesso ci sono soltanto dei gruppi alienati. E centinaia di migliaia di giovani che vivono una condizione di angoscioso precariato. Magari avranno qualche azione, avranno anche qualche soldo in più di quello che avevano i loro padri alla catena. Ma queste nuove forme di lavoro dipendente sono completamente estranee, culturalmente, politicamente alle forme di lavoro dipendente della fase fordista classica. Quel lavoro dipendente alienato esercitava una sorta di egemonia culturale. Una bella differenza rispetto al lavoro dipendente attuale, solo, isolato. Le forze di sinistra li hanno completamente dimenticati, come li hanno ignorato gli altri, ma gli altri, la destra ha assunto quel capitalista personale, che via via nel corso dell’ultimo ventennio è diventato la figura culturalmente egemone.

Per quello che riguarda le forze di centro-sinistra questo è il lato fondamentale: o riusciamo a dare rappresentanza nuova a questo proletariato diffuso, molecolare, disintegrato e assolutamente asservito oppure qui il ritardo è pazzesco. Come rappresentiamo sindacalmente, politicamente queste nuove forme di proletariato, non soltanto come tuteliamo le tradizionali? Se questi sono i problemi fondamentali, è chiaro che la rappresentanza politica sensata è la rappresentanza territorialmente radicata. Le rappresentanze politiche nazional-generali risultano a priori impotenti. Il lavoro dipendente non è più il lavoro dipendente, sono i milioni di lavori dipendenti. E come faccio a coglierli, come faccio a rappresentarli, come faccio a riunirli? Soltanto se ci sono rappresentanze politiche e sindacali territorialmente radicate. Soltanto se le grandi forme organizzative politiche e sindacali nazionali, tutte costruite sul modello degli stati nazionali e industriali general-globali, si decostruiscono, si territorializzano. Questo è il significato politico del discorso federalista: ritornare a lavorare sul territorio.

Rimane la domanda se poi questi territori, questi luoghi, in cui vivono queste figure nella loro determinatezza, nella loro individualità siano dotati di una loro effettiva originaria autonomia o se sono il prodotto del globale.

E’ chiaro che ci vuole un supplemento d’indagine; è questa la ricchezza del federalismo. L’elemento caldo del federalismo è questo, è il ricercare - forse compito impossibile – una effettiva autonomia dei luoghi, culturale, linguistica. I “mores” del luogo esistono ancora? Ci sono, ha un senso questo?

E’ il luogo che svolge una funzione all’interno del globale o è un prodotto del globale? Man mano che si trasforma il globale, si trasformano anche i luoghi. Se dovessimo concludere questo, è chiaro che federalismo avrebbe un significato meramente tecnico-amministrativo, nient’altro, ingegnieristico, nel senso che, per le ragioni che abbiamo appena detto, occorre governare il locale, amministrare il locale. Il globale ad un certo momento prende terra. Un luogo di questo genere, è chiaro sarebbe nient’altro che un momento del globale.

Il dogma della filosofia dello stato è che la sovranità è indivisibile. Nel federalismo la sovranità può essere divisa, una sorta di poliarchia, ma questi termini diventerebbero pura retorica, pura immagine retorica, se i luoghi sono quelli che diceva Bonomi.

Allora io credo che occorra cercare nella nostra strategia di comporre questa puzzle, di cercare di metterlo insieme in questi termini, cioè cercare di raffinare, potenziare le nostre rappresentanze locali, arricchire nei luoghi tutti i momenti di conflitto, proprio in termini machiavellici di conflitto.

Scommettiamo che i nostri luoghi non sono solo semplicemente laddove la divisione internazionale del lavoro ha i suoi rappresentanti. Valorizziamo la personalità del luogo. Perché dobbiamo sapere che innovazione e trasformazione e basta sono la depoliticizzazione, sia di destra, sia di sinistra non importa. Significa tecnica al comando, economia al comando, finanza al comando. Tutto il resto sarà amministrazione. Allora non avrà più senso il termine democrazia, cosa ci diciamo quando parliamo di cittadinanza ecc. E se c’è soltanto il globale nei processi di trasformazione che questo comporta oggi, c’è la tecnica al comando. E la politica è non tramontata, come dice Tronti, ma morta e noi vediamo la sua luce come vediamo la luce di stelle crepate milioni di anni-luce fa; questa è la situazione. Allora siccome non sono neanche io nel modo più assoluto un apocalittico, credo che bisogna lavorare in questa direzione: comprendere le trasformazioni sociali, vedere bene tutte le figure di questa trasformazione, vedere quelle che maggiormente soffrono di questa trasformazione, vedere quali discorsi e quali forme organizzative sono adeguate, per continuare un’immagine un po’ buonistica, a dire a costoro che non sono soli, perché i più disincantati teorici della democrazia ce l’hanno sempre detto, da Tocqueville a Weber “badate se la democrazia non ha un fondamento di amicizia, se non ci sono relazioni sociali ricche, se non c’è una tradizione che nella discussione libera costantemente si rinnova non è pensabile, diventa il governo dell’economia, degli interessi più forti, non c’è dubbio, non c’è alternativa”. E la velleità di una certa sinistra che la spinge a inseguire semplicemente sul piano tecnico amministrativo le trasformazioni. Sarebbe andata al governo se si fosse trasformata in Berlusconi, in destra.

 

Dibattito

 

Sono intervenuti: Dario Rei, chiedendo se si può recuperare un senso positivo dell’identità come “cosa misteriosa” e quale ruolo può avere l’Unione Europea; Grandinetti, sostenendo che a suo avviso non si deve demonizzare la globalità e che è prevalente la figura del capitalista personale, anche se occorre un supplemento d’indagine; Traniello Donatella che si è chiesta se i Social Forum potrebbero essere un luogo di confronto da utilizzare; Antonio Giolo che ha sottolineato l’esigenza che l’associazionismo sia più coordinato e che i partiti cedano fette di potere; Giovanni Spasiano ha chiesto se, visto che la politica è a rimorchio della scienza e della tecnica, dell’economia, della finanza, è ancora possibile risolvere i problemi sociali collettivamente, attraverso la politica; Anna Orrù, ha posto il problema di come incidere sul piano politico senza entrare nelle istituzioni; per Paola Arslan la sinistra non è riuscita a individuare né valori, né una fede né un ethos tali che potessero interessare i giovani; Alberto De Toni ha affermato che, come dice Duso, il problema della partecipazione civile nello stato come oggi si è configurato negli ultimi tre secoli, dalla Rivoluzione francese in poi, secondo la teoria di Rousseau, di Hobbes, accentrando il potere attorno al sovrano prima e al parlamento poi, non è risolvibile, perché cittadini come gruppo non esistono, sono individui isolati.

 

Aldo Bonomi ha risposto, facendo una rassegna delle tipologie di individualità oggi presenti nella società.

Ha detto che sul territorio nella composizione sociale rimangono cinque tipologie di individualità con cui abbiamo a che fare: a) individualità radicale, molto spesso interpretata da capitalisti personali che sono quelli che hanno le reti lunghe, quelli che vanno per capirci dal Nordest a Londra; b) ci sono poi le individualità precarie, cioè quei tanti individui che hanno come universo di riferimento la precarizzazione continuata, questi hanno come reti di riferimento solo le reti corte; c) le individualità tradizionali, quelli che nella vecchia composizione del fordismo erano gli artigiani e i commercianti; d) le individualità solidali, quelli che Latouche chiama “i naufraghi dello sviluppo” tenuti insieme, come succede per gli immigrati, dalla comunità e dall’economia informale; e) le individualità criminali, quelle che trattano i corpi e le merci proibite.

Nessuno dei cinque soggetti può essere il soggetto della rivoluzione. Il conflitto vero è tra luogo e spazio, tra il locale e il globale, questa è la nuova forma dei conflitti veri. Attenzione però, io ritengo che non si può leggere il flusso della globalizzazione dicendo che ciò che resta è la nuda vita sul territorio e nient’altro. No, io credo che dentro la globalizzazione si ridefiniscono la forma dei territori, la forma delle identità, perché il vero problema è, se un territorio è in grado di assumere una pluridentità, e una rete che sia una rete lunga, che va dal locale al globale e ritorna, perché senza ritorno rimane sola la dimensione del locale. Purtroppo il fine secolo ci ha insegnato che nella pura dimensione del locale il problema è il sangue, il suolo e il ritorno ai fondamenti. E quindi questa dimensione del puro locale va innervata – e qui c’è tutto il problema dell’ethos e del sentire comune su cui dobbiamo ragionare – nella dimensione del conflitto tra il locale e il globale. Quindi il vero problema è che siccome l’economia dei flussi non prescinde dal locale, ma anzi aumenta il locale, la vera sfida è come i territori si ridefiniscono. Un primo discrimine tra sinistra e destra è chi fa delle parole umanitarie un momento di riaggregazione dei soggetti e chi fa di queste parole umanitarie solo del conservatorismo compassionevole. Questo credo che sia anche il modo per ridisegnare le identità, perché le identità che vengono sono queste. Se le identità rimangono ferme solo alla dimensione del locale regrediscono ai fondamenti.

 

Per Massimo Cacciari, invece il territorio deve essere aperto all’innovazione e all’accoglienza.

Comunque il luogo così come emerge dai nostri discorsi è il prodotto del globale. Se attraverso l’azione, il lavoro di associazione, di confederazione sulla base di un sentire comune le persone non vivono il loro luogo come questo particolare luogo, se non vi è una personalità del luogo, se questa si è smarrita, si è perduta, questo conflitto tra luogo e spazio è perfettamente artificiale, fittizio. Una identità esclusivistica e imprigionata in se stessa non può svolgere alcun ruolo di contraddizione nei confronti del globale.

E’ una qualità misteriosa, si diceva, questa identità. Si, è una qualità misteriosa, perché ciò che ci è comune è qualcosa che nessuno di noi può possedere, l’identità non può essere qualcosa che possediamo, se è comune, l’ethos comune, l’identità comune, per definizione non può essere il possesso di nessuno. Soltanto appunto se è uno spirito che naviga per i nostri discorsi, le nostre reti. E’ una predisposizione al dialogo, all’apertura, all’innovazione, alla trasformazione, all’accoglienza, al dono. Soltanto se è questa cosa qui. Rivolta non soltanto al futuro, ma anche al passato, cioè capacità di accogliere valori, tradizioni, costumi, accoglierli liberamente il che significa trasformarli, viverli, parlarli. Se non c’è questa qualità misteriosa non vi è identità, non vi è luogo, non vi è comunità, non vi è ethos e vi è soltanto allora il globale.

Fede nel neoliberismo

E allora ciò che domina è questa fede, nel senso vero del termine, cioè la fede che i problemi si risolvono soltanto attraverso lo sviluppo economico tecnico-scientifico. E allora dobbiamo liberarlo dai lacci e laccioli. E se la politica ha un senso, ha soltanto ormai questo senso, di togliersi di mezzo. E’ il vero grande discorso, la vera grande forza del neoliberismo, la politica della depolicizzazione radicale, che sta diventando il senso comune, anche se non ce ne accorgiamo. Che senso ha questo? E’ una fede e sono le fedi a fare le grandi rivoluzioni, mica i ragionamenti. Ma io non ci credo, non credo che questo progresso risolverà i problemi ambientali, il problema dello squilibrio tra paesi ricchi e paesi poveri. Allora dobbiamo essere capaci di opporre a questa grande fede, ammesso che non ci piaccia, non ci soddisfi, qualcosa di altrettanto caldo, forte.

Novità del Social Forum

Vedo la confusione, però sono d’accordo con Bonomi, qui c’è qualcosa, questi movimenti pongono un problema. Rispetto alla credenza dominante tu devi saper opporre valori, non soltanto discorsi. Sono convinto che anche lo scontro politico dovrà sempre più assumere questa caratteristica di senso, perché dall’altra parte apparentemente vi è soltanto il discorso amministrativo tecnico, in realtà è sorretto da una fede, ed è per questo che vince politicamente. I Social Forum esibiscono questo problema, ci impongono di nuovo, dopo dieci, quindici, vent’anni di chiacchiere pure e semplici sulla fine delle ideologie questo problema: migliaia e migliaia di giovani che parlano di principi, di idee, di valori. Se volete far politica, se volete che ci impegniamo alla politica, se volete che noi siamo responsabili di qualcosa, il discorso non può rimanere soltanto all’amministrazione dei luoghi. Migliaia di giovani che ci dicono questa cosa non ci motiva per nulla, perché c’è qualcosa di più importante. Dopo di che bisognerà parlarci, occorrerà distinguere, occorrerà discernere. Però nello stesso tempo aggiungo che la mancanza di ogni sensibilità rispetto a questo problema rispetto a cui stanno facendo ampio sforzo un po’ tutte le forze politiche, dimostra invece quanto sia proceduto poi, nei fatti, il processo di depoliticizzazione.

Rappresentare politicamente la nuova composizione sociale

Allora io sono convinto che una nuova attenzione che può partire soltanto dal territorio, dal lavoro sul territorio, una nuova attenzione nei confronti dei bisogni non di una minoranza, ma di un’enorme maggioranza che va ascoltata, che va tutelata, che va protetta e che va sostenuta nei suoi sforzi di trasformazione e di innovazione. Come pure la marea di piccola - media impresa dipendente, totalmente dipendente, schiavizzata da quelle imprese che hanno le reti lunghe.

Una politica nei confronti di queste persone non è una politica di trasformazione e di innovazione nei confronti di nuove forme di lavoro dipendente, assolutamente nella linea di quello che poteva essere anche una politica di sinistra? E invece questi qua sono stati criminalizzati, perché per resistere, cercando di non lavorare quarantotto ore al giorno, magari evadevano.

Allora capiamo quante possibilità ci sono di lavorare ancora politicamente a partire dal territorio, ma certamente dobbiamo fare la più spietata analisi degli errori e delle mancanze, delle ignoranze di cui ci siamo resi colpevoli.

Mi dispiace di aver dato l’impressione di demonizzare la globalizzazione. Io credo che occorra praticarla, esserci dentro, ed esserci dentro in modo critico. Il discorso sul luogo non è opposto dalla globalizzazione. La globalizzazione è necessariamente ciò che sta procedendo? Lasciamo perdere le sue contraddizioni più eclatanti interne, assolutamente irrisolte, anzi in via di ulteriore accentuazione, cioè gli squilibri tra paesi ricchi e paesi poveri, cioè i problemi ambientali. Lasciamo pur perdere queste questioni, però ci sono appunto scelte di civiltà da fare. Tutti i paesi, tutte le aree culturali e civiltà che non accettano il modello, sono in ritardo? Noi stiamo affrontando così la globalizzazione. Coloro che non condividono i nostri principi fondamentali sono paesi in ritardo, sono culture e civiltà in ritardo, la globalizzazione è necessariamente universale omologazione a determinate reti? Non credo.

Un’unica cittadinanza

Io sono per prenderla sul serio, e l’ho detto anche nell’intervista-libretto con Bettin, la globalizzazione in tutte le sue “promesse”. E prenderla sul serio in tutte le sue conseguenze. Siamo globali? Bene, allora io voglio una città diversa globale. Che globalizzazione è se rimangono centomila cittadinanze. Questo grande tema della cittadinanza, grandissimo tema che ha diviso la nostra stessa civiltà. Noi abbiamo due idee di cittadinanza completamente diverse, una che deriva dalla grande tradizione del diritto romano e l’altra invece germanica, nordica. Una cittadinanza fondata su sangue e terra e una cittadinanza fondata sull’obbedienza alle leggi. Per cui potevi avere la religione che volevi, essere bianco, nero, giallo, se risiedevi nell’ambito dell’impero romano e ne rispettavi le leggi eri cittadino romano. Ed eri cittadino romano dappertutto e godevi gli stessi diritti dappertutto, sia che tu ti trovassi ad Antiochia, sia che tu ti trovassi a Sagunto.

Quindi la globalizzazione va discussa, mentre l’ideologia della globalizzazione è quella che dice “Non vedi che è un fenomeno naturale. Ma che cosa sono questi ragazzi che si oppongono alla globalizzazione”.

Il problema fondamentale è quello della rappresentanza. Il discorso di Duso è teoricamente corretto nel senso che la filosofia dello Stato moderno e contemporaneo è esattamente questo, ha operato una riduzione di tutte quelle che erano le comunità e le forme di rappresentanza locale, professionale, di ceto, di categoria, le ha annullate, non esistono più se non come forme di tutela sindacale, ma senza nessun rilievo politico, perché il rapporto fondamentale va tra l’individuo e lo stato. E quindi nel momento del voto o in altri momenti analoghi le diversità che ci caratterizzano, - per cui io faccio parte dell’associazione dei medici, tu degli insegnanti, tu sei di Rimini, io sono di Venezia - tutto questo scompare, siamo tutti assolutamente individui e i nostri rappresentanti sono quelli che siedono in Parlamento o nel Consiglio comunale ecc. Il modello è questo, cioè la filosofia che presiede alla formazione dello stato contemporaneo; quindi per capire la situazione in cui ci troviamo, è implicito, è immanente in questa filosofia l’obiettivo della depolicizzazione. Se qualcuno fa politica fuori di quei luoghi deputati, disturba. Questo è il modello, non c’è dubbio. Però, come sempre avviene, i modelli sono interessanti per le eccezioni. E tutta la storia dello stato moderno e contemporaneo è la storia delle eccezioni al modello. Questo modello in realtà non ha mai funzionato. Perché le forme di rappresentanza degli interessi, della società civile, dei luoghi hanno costantemente ecceduto questo modello, l’hanno costantemente messo in crisi. Oppure forme di organizzazione autonoma della società civile qua e là che irrompono appunto all’interno del palazzo e lo sconvolgono. Ma perché? Perché è lo stesso meccanismo del voto che comporta questo, perché da un lato io sono il rappresentante degli individui, ma dall’altro io, rappresentante degli individui, come vado a prendere i voti? Sollecitando continuamente partecipazione e organizzazione politica da parte di questi individui. La Confindustria che cos’è e i sindacati che cosa sono? Non hanno peso politico forse? Accidenti se ce l’hanno! Il modello prevederebbe che si sciogliessero, ma li hai visti mai sciogliersi?

Allora il problema è diverso, il problema è come dare rappresentanza alle associazioni.

Ci sono problemi culturali, o di tutela di interessi ecc. attualmente non espletati da nessuno. Allora il problema è di nuove forme di organizzazione, di auto-organizzazioni di settori della società su obiettivi e su questioni diverse rispetto a quelle di tutela tradizionale, di interessi costituiti che hanno sempre svolto un ruolo politico essenziale all’interno dello stato moderno contemporaneo.

Queste sono le novità, allora io ritengo con Bonomi che la strada giusta non sia quella dell’istituzionalizzazione, perché se faccio la Camera delle associazioni regionali, dentro devo chiamare voi che rappresentate questa cosa nuova rispetto alla storia dello stato contemporaneo e devo chiamare la Confindustria. Quello che mi preoccupa è che lì dentro voi sarete divorati dalle grandi associazioni tradizionali e dai grandi sindacati tradizionali.

Allora qual è secondo me la questione? Di nuovo qui torniamo al territorio e alla definizione di statuti regionali nell’ambito di una riforma costituzionale che stabilisca le linee generali di un vostro potere autonomo, non nel modo in cui voi vi rappresentate nelle istituzioni e quindi vi istituzionalizzate, per tutte le questioni che ho detto, ma una costituzionalizzazione di quelle che possono essere le funzioni specifiche, che possono svolgere in autonomia determinate associazioni. Questo è il punto: come farlo senza interferire nella valutazione dei vostri programmi, dei vostri progetti. Il potere pubblico sostiene queste funzioni dal punto di vista culturale e per quanto riguarda l’erogazione di determinati servizi. Ad esempio, di associazioni culturali ce ne sono migliaia e svolgono una funzione fondamentale sui problemi che qui stavamo esponendo: ethos, identità. Serve una legge-quadro di orientamento che dica: “Bada Comune, Provincia, Comunità montana, che tu devi prioritariamente, se vuoi avere determinati benefici, sostegni per svolgere le tue funzioni culturali, rivolgerti a quel tipo di associazione senza obbligarla; e se tu vai per quella strada, di promozione del lavoro di quelle associazioni, godrai di determinati benefici”. Una legge di indirizzo, e dall’altra parte queste associazioni sono sostenute dalla Regione e per altri versi dallo Stato, sulla base semplicemente di un controllo contabile amministrativo che garantisca la trasparenza nella gestione dei fondi dell’attività. Non sei tu che mi presenti un programma cui io dico no, perché non c’è abbastanza Padania, Sinistra o Destra, ma un controllo puramente tecnico contabile che garantisca il criterio di comportamento. E’ così che cresci, e così conti perché tu conti nei processi decisionali.

 

Dario Rei, sociologo, Università di Torino

Un federalismo civile per riconoscere il ruolo politico dell’associazionismo

 

L’espressione “cittadino volontario” che ieri ho sentito molto criticare, come se fossero due termini incompatibili, in realtà era il titolo di un convegno del 1989 a Milano del Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza: il volontariato non come un fatto oblativo, altruistico, caritativo ma come un fatto di cittadinanza. Io non credo affatto che in questa dichiarazione di principio questi due termini vadano contrapposti.

Per discutere sul rapporto tra società civile e politica, basta soltanto adottare la terminologia di Alain Caillè. che dice: “Il y a le politique, il y a la politique”. In francese viene bene questo gioco perché la parola è la stessa. “Le politique” è il sistema politico, le istituzioni, i partiti, le elezioni, la rappresentanza formale. “La politique” è tutto ciò che nella società ha a che fare con interessi e prese di decisione che riguardano bisogni, domande, problemi collettivi. Se si fa questa semplicissima distinzione è ovvio che le associazioni, o almeno una parte di esse hanno indubbiamente a che fare con “la politique” e dovrebbero a mio avviso essere molto fiere del rivendicare questo spazio.

Secondo la definizione di scuola sul federalismo, ho trovato in “Frammenti sulle istituzioni repubblicane” di Saint-Just che ci sono due tipi di federalismo. Il federalismo politico che è il fatto di governo e il federalismo civile che nasce nei rapporti dei cittadini. Allora io sarei per spendere una lancia in favore del federalismo civile in luogo del federalismo sociale; non è una proposta terminologica, è che quando diciamo federalismo civile facciamo riferimento ad una modalità desiderabile di rapporti tra i cittadini, che ha delle proprietà diverse dal federalismo politico in cui noi invece ci riferiamo alle istituzioni, alla loro gerarchia e alla sussidiarietà.

Perché cresce oggi una domanda di federalismo civile? Questo mi pare un punto importante perché se non capiamo perché questa domanda è in aumento, non capiamo neanche perché poi si formano tutte queste miriadi, galassie di movimenti ed associazioni che pretendono giustamente di avere una funzione. Le spiegazioni sono evidenti: sono finiti non i partiti ma è finito il sistema dei partiti, cioè quella modalità di organizzare la vita politica che pretende che i partiti nel loro insieme esauriscano la funzione politica, che nulla di politico ci sia al di fuori dei partiti come sistema.

Il sistema dei partiti, che negli anni di ascesa ha anche avuto dei meriti, è finito e questa è la ragione per cui oggi noi parliamo di funzione politica dei movimenti e delle associazioni. Ma al suo posto cosa c’è? Secondo me ci sono due strade possibili: una è la spoliticizzazione, il populismo e l’anti-politica, questa è la strada che elimina i legami sociali e tutto viene occupato semplicemente dalla comunicazione politica unidirezionale tra attori politici e pubblico.

L’altra via, su cui movimenti come questi devono ovviamente interrogarsi è se invece la fine di questo sistema non apra la domanda di pluralismo virtuoso cioè, una moltiplicazione di soggetti presenti nelle società che agiscono a loro modo su scale diverse, con un’azione di rilevanza pubblica e lo fanno in un regime pluralistico, cioè in un regime in cui non esiste nessuno che può pretendere di ricondurre all’unità la molteplicità di questi soggetti. Il pluralismo virtuoso di differenziazione o sussidiarietà, allude a questo punto, a questo disseminarsi, moltiplicarsi, frammentarsi della sovranità.

Che cosa fanno le associazioni in questo quadro? Primo, io direi l’associazionismo è sempre volontario, l’associazionismo obbligatorio è un’altra cosa, propria dei regimi. Si conta perché si è associati e non ci si associa per contare, questa distinzione del collega Mastropaolo è molto divertente, cioè la ragione per cui ci si associa non è per esercitare immediatamente il potere. Ci si associa, per usare un’espressione di Diamanti, per fare non per dire, ma grazie a questo poi si diventa anche soggetti di cui tenere conto. Però l’associazionismo a me pare sia fondamentalmente una pratica sociale, e se perde il livello della pratica sociale l’associazionismo si allontana da quella che è la sua matrice originaria. Il problema del potere io lo vedo in questi termini: in che modo le pratiche dell’associazionismo possono diventare pratiche che interessano, al di là dei loro aderenti, l’intera società. Carlo Donolo dice una cosa molto interessante “non ci possono essere istituzioni intelligenti con cittadini ottusi e neanche il contrario”, perché alla lunga l’ottusità prevale.

In che modo allora le associazioni possano aumentare l’intelligenza delle istituzioni? Le istituzioni intelligenti sono quelle che non pretendono di avere al loro interno tutte le risorse per affrontare tutti i problemi, che non vivono di procedure, di formalità, che hanno la cultura del fare, del rispondere a dei bisogni, che sanno quindi proprio per questo essere sufficientemente umili da capire qualcosa di ciò che si muove al loro esterno. Non sono così frequenti queste istituzioni, però io credo che l’associazionismo dovrebbe almeno sperare che lo diventino. Oggi, una parola-chiave che è molto ambigua ma allo stesso tempo utile, è la parola “partenariato”, la partnership. E’ un modo per descrivere il rapporto tra istituzioni e associazioni, tra istituzioni e soggetti civili, proprio per sottolineare questa interdipendenza.

Ieri Bonomi diceva una cosa ben nota, cioè che ormai molti settori del “welfare” esternalizzano in modo molto più ampio che in passato, fanno in gergo “contracting-out”, cioè mettono fuori attraverso contratto prestazioni che prima facevano a casa loro, fanno appalti in gare, ecc. Questo va benissimo, ma questo non è “partenariato”, siamo nella logica del contratto. Se le associazioni accettano questo come loro orizzonte, secondo me diventano rapidamente un’altra cosa, diventano in qualche modo imprese strumentali a istituzioni sulla cui politica non sono in grado di intervenire. Il mercato sociale che oggi si sta sviluppando in Italia, previsto anche dalla legge sull’assistenza (Art. 5), contiene dei rischi in questo senso. Bisogna trovare le regole dell’interdipendenza e questo, io credo, sia un problema che le associazioni, soprattutto nel campo del “welfare”, hanno come un problema aperto, cioè io userei la necessità che molte istituzioni hanno di esternalizzare verso un terreno più ambizioso che è: come decidiamo le politiche?

In Italia ci sono settecentomila addetti al terzo settore, non dimentichiamo che di questi non più di 100/110.000 sono lavoratori retribuiti, gli altri sono calcolati secondo un criterio equivalente a tempo pieno e sono tutti i militanti, i dirigenti, i volontari del vario associazionismo. E’ indubbio che negli anni ’90 in Italia abbiamo avuto molti esempi e molte innovazioni dal punto di vista del sostegno promozionale a questa organizzazione, su cui sarebbe bene esprimere un giudizio, perché abbiamo la legge 266 del ’91, la legge 381 del ’91, la legge 383 del 2000 sull’associazione di promozione sociale che sta estendendo alle associazioni alcune caratteristiche di sostegno del volontariato. Questo produce una serie di contraddizioni col codice civile, con le regole della partecipazione politica! Ma a me pare che sia stata un’innovazione ed è dentro questa innovazione che queste associazioni hanno avuto la spinta ad autoorganizzarsi e a darsi in qualche modo una dimensione di coordinamento anche a carattere nazionale.

Se la legislazione promozionale ha come condizione che l’attività di queste organizzazioni non abbia rilevanza pubblica, non si va molto avanti. C’è stata una discussione interessantissima nella bicamerale defunta su questa materia a proposito dell’art.56, e lì non ne siamo mica usciti perché nel migliore dei casi ci si rifà all’art.2 che dice che formazioni sociali hanno diritto, come dire, costituzionale ad esistere ed essere tutelate. Quindi il rendere queste associazioni, queste organizzazioni soggetti pubblici a tutti gli effetti è un compito di grande riforma costituzionale in Italia.

A proposito dei soldi, come amministratore di comitato regionale che distribuisce fondi alle associazioni di volontariato, ho visto cose turpi: gente che fino al giorno prima era per la gratuità e che il giorno dopo è passata a dire “i soldi sono miei, guai se me li portate via”; cioè uno spiazzamento dei fini, oserei dire, un po’ sorprendente ma casuale? E’ facile per il potere dire “vi diamo queste risorse, giocate con queste cose, non disturbateci sull’altro piano”. Quindi mi pare sia un problema di autodisciplina delle organizzazioni anche quello di capire di che risorse hanno bisogno. Le risorse certamente non sono soltanto i soldi, ma sono molto di più: servizi, formazione, interlocuzione e capacità di autoorganizzazione: questa è la sfida aperta in questa materia. Credo che tutte le associazioni abbiano diritto e forse anche dovere di intervenire, di non lasciare, per esempio, che vincano soltanto le grandi associazioni e di creare, come dire, collegamenti virtuosi, di autocoordinarsi in modo positivo. Mi pare una cosa complicata ma alla fine interessante.

 

Roberto Gradinetti, economista, Università di Udine

Produrre conoscenze socialmente utili

 

Inizio con una battuta “io non mi iscrivo alla lista degli intellettuali disorganici”, se fate la lista degli intellettuali organici, io mi iscrivo, voglio tornare a fare l’intellettuale organico.

Ecco, non ne posso più di fare l’intellettuale disorganico!! E’ tanto bello dirlo, si crea tanta simpatia ad essere disorganico, però io non ci sto più a questo gioco. Se il Movimento dei cittadini mi dà la possibilità di fare l’intellettuale organico, io sono assolutamente disposto a iscrivermi.

Mi iscrivo alla lista del movimento dei cittadini, perché mi siete simpatici cioè perché ho un rapporto di empatia anche se non vi conosco molto, empatia più che emotiva, empatia cognitiva. Mi sembrano le stesse persone che ho trovato qualche anno fa quando mi sono riavvicinato alla politica nei comitati per “l’Italia che vogliamo”, non so se ve li ricordate più, un certo Romano Prodi che fa adesso un altro mestiere. Quella cosa lì aveva, come dire, resuscitato un certo tipo di entusiasmo di avvicinarsi alla “politique” da parte di tantissime persone. Dopo di che c’è stato un grosso fallimento di quella esperienza e questo all’inizio, perché poi l’esperienza si è rifiutata di produrre quattro idee per la politica. Ha tentato in tutti i modi di istituzionalizzarsi, di risolvere il problema di “che struttura ci dobbiamo dare” e alla fine ne è venuta fuori una cosa in cui io non mi riconosco. Abbiamo un partito in più, non abbiamo un’idea in più in politica. E, scusate, mi viene da ridere che dobbiamo aspettare Genova e il morto di Genova per capire che c’è una domanda di federalismo civile, che c’è una grande parte della società italiana che esprime dei bisogni che oggi “le politique”, il sistema dei partiti politici non rappresenta.

Il problema è: “Chi produce le conoscenze socialmente utili oggi e chi le trasforma in proposta politica e in progetto?” Questo è uno spazio di lavoro enorme, mi riferisco ad un’esperienza personale. Ho fatto l’assessore a Udine, in una giunta civico-leghista, ero assessore tecnico, il Sindaco aveva chiesto di fare le privatizzazioni. Io cioè dovevo trasformare le aziende municipalizzate del mio comune in società per azioni e in un caso, quello dell’igiene ambientale, proprio per portare fuori, insomma trasformare ottanta netturbini comunali in dipendenti di una Spa. Bene, io ce l’ho fatta a fare questa cosa, ho fatto questa Spa, poi volevo fare anche la privatizzazione del teatro e lì mi hanno fatto capire che era un terreno su cui non mi lasciavano mettere le mie mani perché ce n’erano altre e ho lasciato questa esperienza. Bene, sono stati dei processi piuttosto complessi, non solo dal punto di vista tecnico; tutto è avvenuto in una totale assenza di riferimenti esterni all’amministrazione su problemi rilevantissimi: si parlava di gas, di acqua, tutto l’intero insieme dei sistemi dei servizi pubblici locali, i servizi bibliotecari, i servizi pubblici. Il rapporto con il sindacato è stato un rapporto del tipo: “l’importante è che il livello retributivo dei dipendenti comunali che si trasformano in dipendenti di un’azienda che ha una gestione di tipo privatistico, non diminuisca”. Nessuno che rappresentasse quelli che Bonomi ieri chiamava gli utenti-clienti, che poi sono anche lavoratori. A Udine, come in qualsiasi altra città, c’è una grande quantità di associazioni di volontariato. Con esse si dovrebbe ragionare prima di queste cose. Dobbiamo fare una politica preventiva non solo sintomatologica.

I partiti; siccome sono di sinistra, ho detto “beh vediamo qual è il modello di riferimento della Sinistra” e la Sinistra, in quel momento, stava facendo una riforma dei servizi pubblici locali – il famoso decreto Vigneri – in cui c’è l’ultimo disastro culturale della Sinistra: l’accettazione aprioristica del mercato. Per uno come me, che quindici anni fa andava negli attivi del PCI e si prendeva le bastonate perché aveva il coraggio di parlare non in modo demoniaco del mercato e dell’impresa, era un problema vedere che i dirigenti dei DS oggi mi parlavano di un mercato che non esiste perché nei servizi pubblici il mercato perfettamente concorrenziale non esiste.

E’ un’esperienza che a me è servita molto per capire proprio questo problema della produzione di conoscenze socialmente utili. Chi le produce? Chi le trasforma in proposta, in progetto politico? Oggi noi stiamo vivendo una serie di processi di trasformazione della società e dell’economia, senza idee, senza centri di elaborazione delle idee. Per questo per migliaia di intellettuali italiani forse oggi ci sarebbe voglia di diventare un po’ più organici a qualcosa, di mettere a disposizione dei saperi che, per esempio, nell’università italiana ci sono, in funzione di un progetto politico. Non di un progetto politico del fare un partito, ma di come affrontare un problema.

La privatizzazione dei servizi pubblici locali crea un problema enorme che è quello che mentre prima il comune erogava direttamente i servizi e assumeva direttamente la responsabilità del servizio nei confronti del cittadino, nel momento in cui si mette in gara questo servizio e lo potrebbe fare una multinazionale francese, chi è che continua ad assumere la funzione di responsabilità del servizio, della sua qualità, ad esempio, nei confronti del cittadino? Questo è un bel tema su cui ci vorrebbe qualche idea in più che non sia di ricercare la forma tecnica ottimale del mercato, quando magari ci sono forme diverse dal puro mercato per affrontare il problema.

Penso che nel mondo dell’associazionismo, nel mondo del volontariato ci siano depositi di conoscenza, che possono diventare proposta, progetto sulle trasformazioni sociali e economiche, perché credo che il nostro tempo sia un tempo privo di idee politiche.

Il problema della diffusione delle conoscenze

Oggi si pone un problema di crescita della intelligenza nella domanda dei servizi, nella domanda di beni, nel mondo dei consumatori, degli utenti, degli utenti-cittadini. C’è tutto un lavoro preventivo, informativo per dare al cittadino qualche conoscenza in più quando ha un parente malato e va in ospedale, come è successo a me, qualche tempo fa, e sei totalmente privo di conoscenze e non sai a chi rivolgerti. Vai da un medico che ti dice una cosa e vai da un altro che ti dice un’altra cosa, e poi scopri che sono nemici e quindi dicono due cose diverse semplicemente perché sono nemici. Questo problema della crescita dell’intelligenza diffusa nel mondo degli utenti è uno spazio enorme in cui anche questo tipo di movimento può misurarsi facendo delle cose che sono politica.

Si ritorna oggi a una visione della tecnologia come di qualcosa di alto, da cui dipendono le trasformazioni sociali ed economiche, da cui dipende addirittura la politica. Le nuove tecnologie sono uno strumento di democrazia. Bisogna creare le condizioni per cui i cittadini autoproducano conoscenza, acquisiscano informazioni e la alfabetizzazione all’informatica, all’uso del computer, alla competenza di navigare su Internet per acquisire informazioni e allacciare anche relazioni. Questo dovrebbe essere un grandissimo progetto sociale.

Prima di diventare professore universitario ho insegnato alle 150 ore e speravo di trovare l’ultima generazione della classe operaia che si alfabetizzava. Nella mia aula c’erano almeno quattro gruppi: c’erano le mamme che prendevano la licenza media ma non perché intendevano entrare nel mercato del lavoro, ma perché avevano i bambini alle elementari e si scoprivano più ignoranti dei figli alle elementari. C’erano gli immigrati extra-comunitari, che prendevano la licenza media per aumentare la sicurezza del lavoro che avevano trovato, c’erano i devianti rifiutati dalla scuola e che si erano pentiti e volevano recuperare il tempo perduto e c’erano, caratteristica friulana, addirittura alcuni emigranti che erano venuti alle 150 ore per ritornare a imparare l’italiano. Una composizione sociale completamente diversa dalla classe operaia..

Il progetto delle 150 ore oggi dovrebbe essere un progetto di alfabetizzazione della società italiana a partire dagli anziani. Ci sono dei paesi come la Svezia dove c’è un grande progetto per insegnare ad usare il personal computer agli anziani per renderli più autonomi rispetto alla loro condizione ad esempio di malattia, perché tutta una serie di servizi possono essere acquisiti in modo migliore in questo modo.

Il territorio è una cosa con cui bisogna fare i conti in Italia, dove il territorio ha delle diversità, per cui nessuno riuscirebbe a parlare dell’Italia, ma di mille Italie, di mille luoghi. Essere malati a Napoli, essere malati a Udine, essere malati nel distretto del Cadorino dell’occhialeria vuol dire essere malati in modo diverso. La specificità dei luoghi, l’identità dei territori è una questione centrale. La domanda “che cosa resta del territorio” non è una domanda posta in modo corretto, come se la globalità si prendesse l’80% e il 20 % rimanesse sul territorio. Il territorio – e l’Italia lo ha insegnato al mondo – è la prima macchina per la produzione di conoscenze, io le ville con i nanetti, di cui ha parlato Bonomi, non li vedo (è simpatica la provocazione), le ho viste da giovane. Questi qua non sono dei trinariciuti, che fanno lavorare la moglie nel sottoscala, questo non è Nordest, ma neanche centro Italia. Ci sono anche nel Sud modalità produttive che non sono equiparabili ai modelli di individualità criminale. Per me in Italia il territorio è uno spazio, non un contenitore inerte, un luogo con la sua storia, la sua composizione sociale, la sua propensione a fare, la sua cultura d’impresa: e non sono solo i distretti industriali, i cento distretti industriali, dalla sedia alla ceramica di Sassauolo, agli occhiali del Cadore, a tante altre cose, ma sono anche le città, i nuovi distretti come Rimini, che Bonomi chiama “i distretti del piacere”.

Basta girare qua intorno, c’è qualcuno che s’è inventato una macchina che a noi potrà sembrare anche infernale, però quanta imprenditorialità c’è; vedo le nuove tecnologie, vedo la banda di Rimini e a fianco una macchina infernale- Chi ha inventato questo? E’ stato il territorio, l’ha inventato un territorio specifico con la sua composizione sociale, con le sue famiglie, i suoi imprenditori, la sua cultura. E rispetto a questo la forza dei territori, con la loro identità, qualità difficile da definire, ma assolutamente chiara per chi ci sta dentro, è più forte della globalità, perché altrimenti cadiamo in una concezione di un mondo formato da consumatori tutti uguali, con gli stessi bisogni, tutti con gli stessi oggetti.

Questo confrontarsi seriamente col territorio, con le sue specificità è per me un problema fondamentale ed è uno degli spazi fondamentali per un movimento come questo, perché il territorio deposita una serie di conoscenze che sono specifiche, ma oggi ha bisogno di confrontarsi, di contaminarsi con conoscenze, con informazioni, con esperienze che sono al di fuori del suo territorio. Un movimento che contiene al suo interno esperienze molto diverse sul piano territoriale ha un enorme patrimonio, nel momento in cui si crea un maggior numero di collegamenti di tipo cognitivo, che poi sono fondamentali anche per la proposta politica.

 

Luca Romano, ricercatore AASTER

L’associazionismo può orientare a consumi che tutelino i diritti e contribuire alla gestione del nuovo welfare

 

Avete invitato due persone che hanno in Italia credo oggi forse le idee più chiare sulla strada da prendere. Si può condividere o meno un certo radicalismo di analisi però sicuramente sulla società italiana Bonomi e sul cambiamento politico – culturale in corso Cacciari, difficilmente oggi si troverebbero analisti più validi.

Sono state osservate delle differenze nelle due relazioni, però vorrei anche ricordare che se noi volessimo ritornare indietro nel tempo, dieci anni fa, Cacciari e Bonomi erano letteralmente agli antipodi come approccio alla realtà socio-politica, nel senso che Cacciari partiva da un’idea di autonomia assoluta della politica dalla società, di Schmith, che diceva che in sostanza chi aveva in mano le leve del comando politico era in grado di determinare anche l’architettura dei rapporti sociali. Bonomi era agli antipodi, nel senso che l’idea era esattamente capovolta. Il primato spetta alle trasformazioni economico-sociali e la politica rappresenta come una sorta di deduzione, di sfera dedotta dai rapporti sociali, la politica non è altro “che il parlamento comitato d’affari della borghesia” la politica è la nomenclatura delle classi sociali. La cosa interessante ascoltata ieri sta nel fatto che entrambi stanno ricostruendo un modello di relazioni tra politico e sociale che invece è molto più complesso, molto più articolato e in cui nessuno dei due termini assorbe completamente l’altro. Anche se i problemi di approccio rimangono.

E’ stato detto praticamente da tutti che oggi il nuovo governo che abbiamo nel nostro paese ha vinto perché ha dimostrato, rispetto ai soggetti sociali e al territorio, un’attenzione maggiore rispetto agli atteggiamenti che c’erano stati nel centro-sinistra che aveva preceduto e quindi ha intercettato i consensi della quella parte più dinamica e innovativa della società. Questo è sicuramente vero, però è impressionante vedere come, a pochissimi mesi dalle elezioni, anche il nuovo governo stia costruendo un’agenda dei problemi politici che già risulta assolutamente dissociata dal territorio. Faccio due esempi: la polemica sullo statuto dei lavoratori, art. 18, licenziabilità, la cosiddetta flessibilità; qui siamo veramente alla follia pura perché i distretti in Veneto fanno sì che nei prossimi tre anni ci sarà un fabbisogno di assunzioni di lavoro dipendente di cinquantamila persone, che non ci sono. Il problema fondamentale delle aziende piccole e medie italiane del Nordest e non solo è di trovare lavoratori e di trattenere quelli che hanno rispetto a concorrenti e a percorsi più allettanti di gratificazione economica e professionale. Quindi nessuno di questi operatori di economia diffusa, dell’imprenditoria avvertiva come cruciale il problema dell’art. 18. Sicuramente è una cosa di interesse di Agnelli, di Tronchetti-Provera, perché sono le grandi imprese che probabilmente hanno molto più forte questo problema delle rigidità. Ma sicuramente per quello che è il 90% della struttura industriale produttiva italiana i problemi sono ben altri. E quindi c’è una dissociazione tra agenda politica e territorio su questo.

La seconda è proprio relativa al referendum sul federalismo dell’ottobre di cui si diceva ieri. Pochissimi hanno osservato che questo referendum avrebbe due conseguenze dirompenti dal punto di vista del cambiamento tra politica e società. Noi ci troveremo sostanzialmente con una opportunità di regionalizzazione spinta del problema dell’organizzazione delle politiche intorno allo sviluppo economico e al mercato del lavoro. Quindi la possibilità che il Veneto, dove c’è carenza di manodopera, e la Calabria, dove la disoccupazione giovanile oggi supera il 50 %, affrontino con politiche differenziate il problema del mercato del lavoro non mi sembra assolutamente un fatto negativo. Nessuno sta discutendo di questo. Inoltre lo Stato rimane detentore della competenza che fissa gli standard minimi di intervento sociale. Questo è un altro elemento dirompente nella tradizione italiana, perché apre per le regioni, per le provincie, per il territorio, una prospettiva assolutamente nuova che potrebbe essere di grandissima creatività nella ristrutturazione del welfare, nel segno che tutto ciò che è integrativo rispetto agli standard minimi, tutto ciò che è supplementare, compensativo, innovativo non dipenderà più da politiche statali. Tutto questo può essere regionalizzato in un rapporto che potrebbe essere molto più stretto con le caratteristiche della struttura socio-economica del territorio.

Che fare dell’associazionismo?

Mi schiero subito, come hanno fatto molti, con il superamento di quella fase della discussione per la quale il problema dell’associazionismo era quello di trasferirsi dentro al sistema politico dato come elemento di provocazione, sperimentazione, innovazione che comunque accettava il quadro di regole definite dal sistema politico. Mi sembra una scelta che si raccorda di nuovo ad una visione di primato della politica. Invece mi schiero senz’altro in questo approccio che Cacciari ha motivato anche dal punto di vista filosofico, ma che comunque mi sembra molto interessante, di una capacità dell’associazionismo di rafforzare i propri elementi di autorganizzazione, di individuare i bisogni sociali emergenti, di organizzare delle risposte, parziali quanto si vuole, a questi bisogni, e di fare in modo che il sistema politico sia costretto a relazionarsi a questo percorso evolutivo dell’associazionismo.

Un punto assolutamente decisivo per l’associazionismo sta nel fatto che non si può prima dire che non vogliamo più l’autonomia del politico e poi lottare per dei diritti astratti fatti valere a livello mondiale quando le strutture politiche che dovrebbero far valere questi diritti non ci sono più. Questo per dire che nel nuovo agire politico sono importanti i meccanismi di spostamento del consumatore da orientamenti che premiano il basso prezzo a orientamenti che premiano invece i diritti sociali fondamentali. Quindi questo passaggio dell’associazionismo dal dire al fare è fondamentale nel produrre dei cambiamenti di orientamento nel mondo dei consumatori, che produce degli effetti benefici sulle stesse forme di organizzazione dell’economia. Oggi incidere sugli orientamenti dei consumatori può essere un sostituto eccezionale a una onnipervasività del controllo amministrativo della politica sull’economia, che nessuno si sente di rilanciare come idea del vecchio socialismo.

Un secondo orizzonte nel quale l’autonomia organizzativa dell’associazionismo potrebbe avere un ruolo strategico è sicuramente quello che è un cambiamento epocale per cui il welfare, al di là della sua natura statale, sta passando, da una dimensione di essere reddito differito, quella dell’operaio-massa, a una dimensione di benessere presente. Il problema oggi è che gli orientamenti culturali, i rapporti anche sociali sono tali per cui i giovani dai sedici anni fino ai trenta non pensano assolutamente alla costruzione del welfare come reddito differito, alla carriera pensionistica, ma pensano al welfare esclusivamente in termini di quello che può dare in formazione, in benessere materiale e immateriale dal punto di vista diretto, dal punto di vista immediato. E questo comporta per forza di cose un cambiamento del baricentro del welfare da sistema centralizzato di erogazione di reddito differito a sistema attualizzato quindi nel territorio di opportunità di miglioramento del proprio percorso di vita individuale. Chi può fare una ristrutturazione che ha queste gigantesche caratteristiche di servizi, dello stesso uso delle risorse? Sicuramente se qualcuno immagina che può farlo un tavolino di supertecnici collocato a Roma, anche sotto la direzione di grandi luminari in una visone interministeriale del problema si illude totalmente. La questione è che devono essere attivati sul territorio tutti i soggetti sociali che sono in grado di essere propositivi, di essere progettuali su questo.

Ultimo punto, l’importanza di questa possibilità di dare forza politica all’associazionismo non nel trasferirne le competenze, le idee e i progetti dentro il sistema politico dato, ma costringendo il sistema politico a venire a patti col mondo associazionistico autorganizzato io la vedo anche molto in linea col fatto che oggi in realtà il problema della coesione sociale non è più un problema secondario per la politica. La notevole attrattiva del messaggio, che aveva dato all’inizio del suo progetto Prodi e che egli cerca di interpretare nella posizione in cui si trova oggi, ci dice che in effetti rispetto a processi di globalizzazione che rischiano di essere puramente mercantili, mercificanti, pensiero unico, il globale che cancella il territorio, l’Europa ha una tradizione culturale di coesione sociale che non ha niente a che vedere con le concezioni della grande finanza o delle grandi multinazionali.

Vedrei utile il legare il problema dei diritti alla capacità di incidere materialmente sull’orientamento dei consumi di questa moltitudine di cittadini-consumatori. Il problema è oggi esattamente questo, come dare forza di penetrazione nel sistema politico, nel sistema dei media, nel sistema dei controlli a questa attività diffusa, a questa attività micro di esercizio dei propri diritti attraverso l’orientamento del proprio modo di consumare. Il secondo grande orizzonte è la gestione dello spostamento sul territorio del welfare.

 

Antonio Giolo, presidente del Movimento dei Cittadini

Arene deliberative per offrire sbocchi alla crisi della partecipazione

 

L’esigenza che io sento è di chiarire il senso di questo percorso del Movimento dei Cittadini. Per il nostro movimento, con tutti i limiti, è la prima volta che in un seminario nazionale parliamo di politica a tutto tondo con persone di massimo livello. Abbiamo parlato di politica, per il momento lasciando da parte il discorso sui problemi organizzativi, sui problemi di tutela dei malati, sui problemi di tutela degli anziani, degli immigrati, che sono il nostro pane quotidiano e in cui possiamo vantare, modestamente, delle competenze notevoli. Ci sono due eventi significativi nell’ultimo anno, da ricordare comunque. In primo luogo la grande ricerca nazionale che ha coinvolto tutto il nostro movimento e che abbiamo svolto insieme con l’Istituto Farmacologico Mario Negri di Milano sulla “opinione dei cittadini sulle sperimentazioni farmaceutiche”. Se si pensa a quello che si è detto della sperimentazione, da Di Bella in poi, si capisce come è un tema non marginale. Il 2 dicembre 2000 in un convegno a Milano sono stati presentati i risultati e la nostra rivista “Diritti e Solidarietà” ha pubblicato gli atti che testimoniano l’importanza dell’indagine. E’ un tema su cui intendiamo lavorare anche per il futuro.

Un altro filone su cui abbiamo lavorato è quello della genetica e della farmacogenetica, in particolare la nostra presidente nazionale Anna Orrù, che ha partecipato al convegno di Erice e, insieme con Paola Poli è stata sentita, come rappresentante del Movimento dei Cittadini, in una audizione del Parlamento Europeo a Bruxelles nel mese di luglio.

Credo che il fatto di aver parlato di politica sia una gran cosa, perché esiste in Italia una ricchezza dell’associazionismo - l’abbiamo vista a Padova, alle giornate di Civitas, - che è enorme. Un associazionismo spesso chiuso nel particolare, come dice Ilvo Diamanti in un articolo sul Sole 24 ore “le associazioni hanno agito come formiche, lavorando operosamente nel loro piccolo, evitando di lanciare grandi mobilitazioni e grandi messaggi”. Questa è un’esperienza che tutti abbiamo fatta. E quindi a volte si rischia il folklore o forme di neocollateralismo, di strumentalizzazione, diventando alibi – questa è la cosa più terribile, il rischio più grosso oggi – per il liberismo che magari mette in difficoltà gli anziani sul piano della fornitura di servizi e di diritti esigibili e poi dice “voi volontari siete dei bravi ragazzi, vi dò anche dei soldi perché ve ne occupiate”. Così loro fanno bella figura e quello che era un diritto diventa un’elemosina e si ritorna indietro di cent’anni. Questa è la più grossa difficoltà, il più grosso limite del volontariato. Quindi l’associazionismo si trova di fronte alla dicotomia, al bivio di cui parlava Bonomi tra conservatorismo compassionevole e lavoro con i soggetti sociali. In questa situazione parlare di politica è per noi una cosa scomoda che ci mette in discussione, però è un’esigenza vitale. C’è chi non è venuto a questo convegno del Movimento dei cittadini perché è legato alla pratica di base e ritiene che una associazione non debba parlare di politica perché di questi discorsi teorici non sa che cosa farsene. E invece se non c’è questo orizzonte teorico, se non c’è questa capacità di lettura forte, ampia, coraggiosa, spregiudicata anche della realtà attuale si rischia di essere o ininfluenti o addirittura controproducenti, cioè si lavora per una causa però poi si ottengono effetti contrari. Perché si tutelano i diritti ma si va a tutelare i diritti di chi è già tutelato, e i diritti di chi non è tutelato non vengono neanche presi in considerazione. Perché tutti parlano di diritti, ma bisogna distinguere, ce l’ha insegnato Armido Rizzi ancora nel 1997 a Bonelli, i “diritti dell’io e i diritti dell’altro”. C’è una esplosione dei diritti e c’è il rischio che non ci sia una gerarchia, non ci sia una priorità. Ecco perché è un grande risultato aver parlato per due giorni di queste cose.

Però non possiamo non riconoscere che un processo che noi pensavamo molto più avanti ci vede molto più arretrati. L’anno scorso sempre qui a Rimini con Matteo Bortolini abbiamo affrontato il tema della “democrazia associativa”. E sulla democrazia associativa avevamo raggiunto una posizione molto avanzata, molto coraggiosa. E non è casuale che le Acli quindici giorni fa abbiano intitolato il loro convegno nazionale “Per la democrazia associativa”.

Bortolini parlava chiaramente di concezioni spurie di democrazia associativa e di concezioni autentiche. Credo che molte cose dette ieri e in parte qualcosa di quello che è stato detto anche oggi si collocano ancora in un contesto di concezioni spurie della democrazia associativa, in concezioni abbastanza datate sul ruolo dell’associazionismo; non fanno i conti fino in fondo con quella che è la situazione attuale. Molti, in fondo pensano che la politica sia quella che si fa attraverso i voti.

Anche se la realtà va da un’altra parte. Oggi la galassia dell’associazionismo è enorme. Ed è difficilissimo interpretarla: sono quattro milioni, sono dieci milioni, sono trecentomila? Perché è una galassia estremamente varia, con livelli di militanza diversi, con gente che ci lavora part time, chi ci lavora a tempo pieno; chi è volontario puro, chi è volontario pagato, volontario semi-pagato. Però non c’è dubbio che è una realtà che esiste da molto tempo, dall’Ottocento, Gramsci ha fatto la sua fortuna analizzando tutta questa complicata composizione della società civile, le “casematte”, tutta questa articolazione del potere, la cultura, gli intellettuali, l'associazionismo.

Però la cosa è drammatica, impone un supplemento di riflessione nel momento in cui c’è questa crisi del sistema dei partiti. Fin che funzionava il sistema dei partiti, e queste organizzazioni erano spesso collaterali, c’erano gli intellettuali organici che svolgevano il loro ruolo, le cose si tenevano, però nel momento in cui c’è la crisi del sistema dei partiti, non si può più ragionare nei termini della concezione spuria della democrazia associativa, bisogna aver il coraggio di parlare della democrazia associativa in termini autentici, nelle varie ipotesi. Soprattutto le due proposte da Bortolini, la proposta da un lato di Hirst e dall’altro quella di Joshua Cohen e Rogers.

 

Le prospettive della Democrazia Associativa

Il dato che io registro in questi due giorni è che rispetto a questo non abbiamo fatto dei passi in avanti. Questo può essere motivo di sconforto. Credo invece che possiamo avere la possibilità di capire che il problema che noi abbiamo posto è talmente vasto, talmente impegnativo e che mette in discussione equilibri sociali, politici, per cui possiamo dire che è un tema di lungo periodo. Altro che risolvere il problema subito!

Noi avevamo tentato un cortocircuito, che ci è saltato. Abbiamo detto “abbiamo delle idee innovative, diffondiamo questi documenti, li mandiamo in giro, chiamiamo i massimi teorici, abbiamo da loro la benedizione e partiamo; da domani si comincia a costruire la democrazia associativa in Italia”. Il processo è un po’ più complicato, è un po’ più lungo, è un po’ più difficile. Che l’esigenza sia matura non c’è bisogno di tante discussioni per dimostrarlo. Se qualcuno avesse ancora qualche dubbio possiamo citare, sull’esigenza di creare queste forme di coordinamento tra le associazioni, anche il portavoce nazionale del Terzo Settore, Edo Patriarca, Presidente dell’Agesci, che parlava in un intervista della necessità di costruire “tavoli territoriali di coordinamento se vogliamo migliorare il paese, per definire il tema della cittadinanza”. Non è “democrazia associativa” tout court però segnala l’esigenza di tavoli; chiamiamoli tavoli, chiamiamole camere,  sulla terminologia si può discutere. Il Senato delle autonomie sociali è una provocazione, non è che noi vogliamo fare il Senato domattina, chiamando Marcello Pera per dirgli “devi fare il Senato delle autonomie sociali”, non è questo il problema. Il problema è però di avviare un processo in cui si superi la concezione “spuria”, che dice “c’è il potere politico, poi ci sono i bravi ragazzi, ci sono i volontari che risolvono qualche problema, però non toccano il manovratore”.

Il Genoa Social Forum ha posto un problema che nel nostro piccolo, modesto percorso abbiamo posto già a Bonelli, quando abbiamo parlato di “diritti senza frontiere”, della politica globale, della politica planetaria come dimensione fondamentale dell’essere sociale. Nei giovani la passione politica oggi scatta solo su queste cose, e la “fede” è importante, diceva Cacciari ieri. Si dice sempre dei giovani che sono disinteressati, sono loro i protagonisti del commercio equo e solidale, dei movimenti impegnati nella solidarietà verso il Sud del mondo. Per cui tutta questa galassia, il Genoa Social Forum, per sintetizzare, ma le cose sono più complesse, o trova degli sbocchi politici adeguati oppure è destinata ad andare a finire male. Sbocchi politici adeguati non vuol dire che un partito se ne appropria la rappresentanza, sarebbe un’operazione ridicola, o peggio ancora che il GSF si trasformi in un partito. La soluzione non può venire da questo tipo di prassi, però sarebbe pericolosa anche e frustrante e deja vue se ci si incamminasse verso una forma di extraparlamentarismo anarcoide, protestario, distruttivo, che non riesce a cambiare le cose.

Se queste forti esigenze non trovano dei canali, è un bel guaio.

Noi non siamo così bravi da dire quali debbano essere le forme della politica: possono essere dei tavoli, possono essere delle costituenti, delle camere, autorganizzate, o autorganizzate e riconosciute. Vedremo. Certo che il problema va affrontato. Non si può pensare di ridurlo ai famosi “corpi intermedi”, alla società civile buona rispetto al potere politico sporco. Abbiamo voluto parlare di politica perché la sporcizia c’è ovunque, c’è nel potere politico, c’è nei politici e c’è nella società civile. Noi siamo dentro questo percorso, noi facciamo quotidianamente difesa dei diritti dei cittadini, il problema è di vedere che questo stare abbia delle prospettive, abbia un orizzonte, abbia la possibilità di incidere, se no rischia di essere la lamentela, il locale, il particolare; perché il locale va bene, il territorio va bene, ma il localismo, l’essere chiusi e frustrati nelle proprie azioni non è una gran bella esperienza. E senza il coordinamento, senza forme di incidenza più vaste il rischio è appunto che si finisca di essere la parte lamentosa della società. Proprio perché non vogliamo svolgere questa parte che noi vogliamo la democrazia associativa come forma, come possibilità, come chance, proprio perché questa ricchezza dell’associazionismo diventi una risorsa per la democrazia e non si allarghi invece il divario tra cittadini, tra giovani, tra volontariato e associazionismo e Stato e istituzioni.

Il problema è di incominciare a sperimentare, a livello locale, a livello regionale. Incominciare a vedere se è possibile fare questi tavoli delle associazioni, settoriali, per interesse, come dice Cohen, quando c’è un tema, su ogni tema comune deve sorgere “un’arena deliberativa”, deliberativa però! Superare la fase della consulta, bisogna andare al potere, con la P maiuscola, senza velleità, senza l’idea di conquistare il Palazzo d’inverno, anche perché non c’è più, il sistema pluralistico mi va benissimo, la poliarchia, va bene, le istituzioni democratiche anche. Hirst, che è il teorico più radicale della democrazia associativa, lo dice benissimo, non c’è bisogno di eliminare la democrazia rappresentativa, quella col voto per capirci. Però bisogna pensare a canalizzare, a trovare sbocchi alla partecipazione. E se faremo questo però credo che come movimento possiamo svolgere un’azione forte. Se non faremo questa sperimentazione, a mio avviso rischiamo di diventare uno dei tanti movimenti utili ma non troppo. Utili come migliaia che difendono i malati, ma non troppo perché non sanno dare un orizzonte strategico che serva a costruire un modello pluralistico, più allargato, più aperto, più comprensivo di potere politico, che riesce di più a portare nello Stato quello che diceva Cacciari “ricordati che non sei solo”.

 

 

Conclusioni

 

Nel dibattito finale sono intervenuti: un imprenditore che ha sottolineato la frattura tra la politica e l’evolversi dell’economia, Francesca Isidori di Casalmaggiore ha ribadito l’esigenza di veicolare le informazioni e le nostre proposte in ordine ai diritti nel territorio, Venigoni di Verona ha rilevato che le associazioni devono governare la politica non viceversa, Valeria Forti di Milano ha raccontato la raccolta di sedicimila firme in Lombardia, realizzata con una collaborazione fra associazioni, a sostegno di una legge sull’assistenza sanitaria ai non autosufficienti. Paola Poli si è soffermata sull’esigenza di dare spazio ai Centri di base, manifestando serie perplessità sul federalismo nella sanità. Bruna Bellotti ha richiamato l’esigenza di diffidare delle imprese strumentali messe in piedi dalle associazioni. delle associazioni. Paola Arslan ha posto il problema del coinvolgimento dei giovani, una fascia di età che può essere sensibile alle forti proposte ideali.

Fiorella Libanoro ha sostenuto che il movimento deve far tesoro delle indicazioni dei relatori, senza fermarsi nel suo cammino, visto che ha maturato delle acquisizioni teoriche e pratiche che molti non possiedono. Per Giovanni Spasiano i grandi cambiamenti prodotti dalla globalizzazione finanziaria mettono in crisi la possibilità di governo della società, soprattutto se non si trovano alternative e si ripropongono strategie politiche che hanno fallito. Giovanni Molena si è dichiarato d’accordo con le perplessità sulla privatizzazione espresse da Grandinetti, perché alcune esperienze non offrono garanzie; ha invece rimarcato l’utilità della collaborazione fra associazioni.

Alberto De Toni infine dopo aver accolto la proposta di Luca Romano di dar vita ad un’arena deliberativa in ambito sanitario, ha letto un brano dal testo “Cinquant’anni nell’utopia, il resto nell’al di là”, che a suo avviso esprime il senso del seminario: “Con la morte di Adriano Olivetti scompariva la speranza, l’immaginazione di un’Italia della società civile che non fosse soggetta ai partiti padroni. I progetti di sviluppo comunitario rappresentano le risposte nuove e concrete di cui il nostro paese ha reale bisogno. E’ necessario identificare, valorizzare la comunità, perché è il seme della coesione civile, la radice che consente la crescita. Bisogna permettere alla comunità di trattare con tutte le forze disparate e sparpagliate di cui lo Stato disponeva. E questo è un modo per salvare la comunità dal localismo.”

 

 

(La sintesi degli interventi è stata curata da Giovanni Molena, Antonio Giolo e Katia Pegoraro)

 

 

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